Paese vario e difficile, dalle forti contraddizioni socio-economiche, di cui ad esempio, gli eleganti grattacieli di Rio de Janeiro disposti accanto alle ´favelas´ sulle colline urbane, sono un simbolo eloquente che di subito diventa tutto diverso paragonando con un´altro Brasile verso il sud dove la maggioranza delle cittá sudbrasiliane del medesimo Brasile in cui sulle stesse colline urbane non ci vengono attorniate dalle caratteristiche ´favelas´ e sí dalle buone residenze e palazzi, il Brasile affascina proprio per la mescolanza di culture, geografia, storia, razze e ceti di un’umanità che in qualunque condizione cui si trova non si rinuncia dalla voglia di vivere.
E dunque, ripeto, coloro che tentano a da conoscerlo veramente questo colossale
paese si perdono non solo geograficamente o storicamente, ma politicamente,
culturalmente, socialmente e purtroppo economicamente.
L' economia mondiale ha nel Brasile la sua vitale ed eterna materia prima.
La storia ci ha dimostrato, ci dimostra ed il futuro si incaricherá di
dimostrarlo.
Così, dal mare, dalle città o di qualche altre parte che se ne
prova entrare verso questo ' continente brasiliano ' , percorrendo una centinaia
di chilometri, non si riesce nemmeno a da penetrare sotto la sua pelle, quanto
più raggiungere al suo cuore, alle sue radici e nella sua propria anima.
Ed è impossibile dunque conoscere tutto il Brasile.
Bisognerebbe tutta una vita per farlo. Ci sono degli stati brasiliani, ad esempio,
che sono più grandi che la Germania e la Francia.
E dentro alle foreste?
Dentro le foreste magari, ci sono perfino delle tribù aborigene cosí
ingommate sulla vita selvatica che ancora oggigiorno non si sa come vivono,
cosa fanno e anche da dove vengono le sue proprie abitudini tramite i loro rituali
socio-politici.
Insomma, c'è un Brasile si, tutto da scoprirlo, da interpretarlo e da
svilupparlo.
Ma peraltro c'è un Brasile, forse anche perché é un paese
giovane, che senz´altro porta da se tutta una speranza e tutto un futuro
a d´avvenire, che magari ne riesce a da produrre naturalmente una certa
invidia sugli altri paesi del mondo.
E la causa di questo sguardo o di questa naturale invidia dagli altri paesi
del mondo è una specialità nostra, tutta particolare, che c´é
un nome e che é propriamente brasiliana.
Forse, benché invidiato si capisce, ma mai sarà capito dagli altri
paesi o dalla gente, questa specialitá e questo miracolo che sono il
vero prodigio del risultato della cosidetta Eterogenia Multirazziale Umana in
Brasile.
E che Eterogenia è questa?
Addirittura, eccetto tutti i grossi e cronici problemi sociali che ne abbiamo
e ne hanno dunque le altre nazioni del mondo, ovviamente alcune in minore e
altre in maggiore grado, il Brasile riesce e fa vedere a tutti, che qui c'è
una piena e simbiotica condizione di vita assieme alla gente e tra le persone
di tutte le diverse razze che vivono qui e che ne hanno vissuto fino ad oggi.
Questa giusta e perfetta simbiosi tra le diverse razze è insomma il risultato
del vero specchio dalla plurale realtà di correlazione umana ´made
in Brazil´.
O sia, una cosa che nelle altre nazioni del mondo non sarebbe portata avanti
dovuto alle inaccettabili differenze tra le diverse razze, cause anche, ad esempio,
di disgrazie e di calamità sottumane in tutta la Europa dei secoli ed
i secoli, semplicemente perchè non c'è e non è mai avuto
da loro questa rispettabile eterogenia razziale umana tra la gente.
E cosí, non gli è mai stato e nemmeno mai gli sarà capitato
come formazione etnologica del loro popolo, il risultato naturale di questa
eterogenia razziale umana che ne abbiamo noi qui in Brasile.
Pertanto, qui in Brasile invece, tutti quei discendenti d'immigranti, per esempio:
i
giaponesi, gli slavi, i tedeschi, gli italiani, i francesi, i polacchi, gli
africani, gli spagnoli, gli arabi ed i portoghesi assieme ai propri discendenti
degli aborigeni e tra di loro, hanno costituito più che famiglie e società,
ma un vasto socio e politico universo multirazziale umano. Ed é per quello
anche, che il Brasile é senza dubbio un paese tutto particolare da vivere.
Così, questi discendenti brasiliani frutti dalle diverse radici etnologiche
come dall´europeo, dall´africano, dall´amerindio, dall´asiatico
e dal mediorientale,
sono riusciti e riescono fino ad oggi a condividersi pacificamente, rappresentando
un rapporto di un prodotto che infatti tutto il mondo dovrebbe perfino ammirare
bene come esempio di una universale e rispettabile correlazione umana.
Addirittura, è il proprio risultato del rapporto quotidiano della caratteristica
vita brasiliana che ci dimostra il rispetto morale tra tutte le diverse razze
e popoli che riescono a da vivere su questo multietnologico Universo-Brasile.
Questa è soprattutto la vera, esemplare e ricca multiformazione razziale
umana del Brasile. Sarebbe insomma, l'unica eterogenia che diventa nello stesso
tempo un´omogenia, cioé, un´omogenia tradotta per la pacifica
relazione umana tra la pluralitá e la spontanietá quotidiana della
gente brasiliana.
E tutto ció, nutre e costituisce piú che un certo pensiero di
naturale invidia, d´interesse, sguardo o di un sentimento di lode dagli
altri popoli del mondo. Ma nutre su di loro si, un sentimento che diventa motivo
fino di ammirazione e di spavento. Ma, e come mai?
Qualche riflesso allora di questa trascedentale strada sul cammino multietnologico
brasiliano: Il Brasile infatti non ha mai accolto il delirio razziale come quello
europeo di purificare tutte le razze tramite le diverse nazionalità affine
di raggiungere delle razze di ' puro sangue ', dove ad esempio, chi è,
o, chi prima è arrivato ne propone delle regole, o l'immigrante che è
arrivato dopo ne sarà meno importante che quello di prima, o di quei
dalle altre nazioni, oppure un cittadino di colore giallo non può mica
sposare una cittadina bianca, una cittadina rossa, forse anche una blu o una
negra, o viceversa, o finalmente che una maggioranza razziale farà un
lavoro e ne avrà dei prestigi e la minoranza razziale ne farà
degl´altri lavori e ne avrá degl´altri prestigi.
Non c'è quindi questo delirio razziale di nazionalità qui in Brasile,
anzi una eterogenia razziale già abbarbicatta.
Dunque, mentre sulle altre nazioni mondiali questa cosa sembra delle scene di
rovina e di distruzione sociale, qui in Brasile ad esempio, è la propria
vita che ci appartiene. É l'unica e semplice causa della pacifica convivenza
tra le diverse razze e il proprio mezzo d'unione della civiltà brasiliana.
Ed è la propria atmosfera multietnologica brasiliana contro le diferenze,
si può dire.
Il brasiliano non ha, e non è mai avuto l'avidità per la forza
impulsiva verso la cupidità del potere, anzi ha una stessa forza ma serena
e tranquilla di portare avanti la vita su questo modo calmo, spontaneo e particolare
da vivere.
Mentre le diverse altre nazioni mondiali coltivano le loro brute guerre come
mezzo di governabilità e della corsa da prendere il potere, o risolvono
le sue cause sempre militarmente, il Brasile invece nella sua storia ha sempre
fatto degli accordi internazionali con la semplice e impari diplomazia, come
quella di Rio Branco e Duque de Caxias ad esempio, che sulla loro propria storia
politica brasiliana non furono guerrieri, ma soltanto statisti.
Mai dunque la pace nel mondo fu diretta o indirettamente minacciata dai riflessi
della politica esterna brasiliana.
Veramente mai. E su di ciò il proprio futuro si incaricherà di
comprovarlo.
Fino gli unici due imperatori del Brasile, al momento di lasciare il potere
imperiale brasiliano, ne hanno fatto senza qualche baccano politico o disordine
pubblica.
Il Brasile non ha, e non ha mai avuto il desiderio di avere delle possessioni
sui territori dall´altrui, o della potestà sugli altri paesi tramite
le politiche esterne d´intervenzionismo e l´avarizia, come nemmeno
la voglia di diventarsi un paese di natura politica, economica o amministrativamente
imperiale.
Mai è successo in Brasile il risultato della ´giustizia´
degli uomini come avuto per esempio sull´apice della Rivoluzione Francese
con i terrori delle ghigliottine colpendo nelle bastiglie, ad esempio, 800 persone
circa al mese. Neppure é successo in Brasile delle persecuzioni religiose
e sanguinarie dalle fiammate dell'Inquisizione del Tribunale del Santo Ufficio
nel medioevo.
In nessuno altro paese del mondo, ad esempio, gli schiavi africani e gli aborigeni
furono condotti a costituire famiglie e lasciati liberi a da partecipare della
formazione etnologica del popolo come qui in Brasile.
Si sa anche e non si puó almeno dimenticare per la propria contemporanietá
degli avvenimenti storici mondiali, che in certi paesi del mondo moderno succede
ancora oggigiorno delle vergognose e disumane guerre etnologiche.
Ecco i riflessi allora dell´omogenia tramite l´eterogenia multirazziale
brasiliana.
Insomma, questo Brasile è il vero Brasile in cui libro l'ho meglio conosciuto
e mi piacerebbe moltissimo portarvi a da pensarlo, da interpretarlo e perché
non, da meglio viverlo, sempre e ancora di più.
Un Brasile con l'eterno spirito brasiliano di freschezza e spontanietà,
ovvero, l'eterna brasilianità come una foresta umana di pluralitá
di relazioni.
E chissà forse la propria foresta brasiliana ne volesse anche lei mettersi
d'accordo su questo nostro spirito da essere e da vivere.
Perchè magari anche lei è eterogenia.
Eccolo allora il nostro Brasile.
IL BRASILE COLONIALE
Da migliaia e migliaia d'anni fa, dormiva sotto le foreste tropicali sudamericane
questo colossale continente chiamato BRASILE.
Ecco che nel pomeriggio del 22 aprile del 1500 arrivava ufficialmente allora
sull'orizzonte marittimo della Bahia, nel manto delle erbe fluttuanti dalle
acque traslucide dell'oceano atlantico, la flotta di 12 navi portoghesi ( perchè
erano 13 navi e una s'aveva perso in mezzo al mare poco dopo dalla partenza
da Lisbona) e siccome era giá il mercoledí dopo la Pasqua, pur
vedendo dall´alto mare un Monte, risolvono i portoghesi a bordo allora
nominare questa terra di Terra del Monte Pasquale.
E sotto il comando del portoghese Pedro Alvares Cabral con i gonfaloni della
croce rossa dal suo regno, dopo 44 giorni al mare, 7.000 chilometri e con 1.350
uomini, sbarcano al nordest delle terre brasiliane.
Un pò prima però, le vaste foreste attorno a questo marchio storico
tra il Vecchio e il Nuovo mondo, aiutate per l'acqua tiepida della spiaggia
di bianche e leggerissime sabbie, hanno potuto ascoltare e senza molto entusiasmo
soltanto uno ´´Terra à vista´´.
Così scoprono il Brasile, come ci dice nella sua celebre lettera, il
pilota della flotta, il portoghese Pero Vaz de Caminha.
E pensando esserci sulle Indie chiamano fino di ' indios ' gli aborigeni brasiliani.
L'aborigeno brasiliano è così primitivo, credulo e innocente che
nessuna resistenza offre agli europei.
Qualche frammento allora della lettera di Vaz de Caminha:
- ´´ La qualità di questi uomini: loro sono uomini berrettini
e vanno nudi senza vergogna, e li capelli loro sono lunghi, e portano la barba
pelata; e le palpebre degli occhi e le sopraciglie sono dipinte con figure di
color bianchi, neri, azurri e rossi; portano le labbra della bocca, cioè
quelle da basso, forate e vi pongono uno osso grande come chiodo, e altri portano
chi una pietra azzurra e chi verde, e subbiano per detti buchi. Le donne similmente
vanno senza vergogna, e sono belle di corpo e portano li capelli lunghi.
E le loro case sono di legname, coperte di foglie e rami d'arbori, con molte
colonne di legno in mezzo delle dette case; e dalle dette colonne al muro mettono
una rete di bambagio appiccata, nel qual sta uno uomo, e infra una rete e l'altra
fanno un fuoco, di modo che in una sola casa staranno quarante e cinquanta letti,
armati a modo di telari. In questa terra non vedemmo ferro e manco altro metallo,
e le legne tagliano con pietra. Hanno molti uccelli di diverse sorti, e spezialmente
pappagalli di molti colori, fra li quali ne sono de grandi come galline, e altri
uccelli molto belli; e dalla penna di detti uccelli fanno cappelli e berrette
che portano loro. La terra è molto abbondante di molti arbori e molte
acque, e miglio e igname e bambaso. La terra è grande e non sappiamo
se l'è isola o terra ferma, e ha molto buon aere.
In questa terra fummo rinfrescati con molti frutti, e tra gli altri battates
[patate dolci], che nel mangiar s'assomigliano al sapor delle castagne: sono
lunghi come navoni.
N'avemmo ancora alcuni che chiaman pines [ananas], dolci, molto gentil frutti.
Mangiammo della carne d'un animale detto anta [tapiro], il qual è come
una vacca. Trovammovi canne di zucchero e altre cose infinite, le quali si lasciano
per brevità.
Gli uomini e le donne vanno nudi e abitano in alcune case fabbricate lunghe,
le qual chiamano boi.
Hanno le loro barche fatte di un sol legno, nominate canoe, cavate con alcune
punte di pietre, le quali sono tanto dure che l'adoperano come facciamo noi
il ferro, del qual essi mancano.
Questa terra del Verzino è grandissima, e maggiore di tutta la Spagna,
Portogallo, Francia e Italia tutte insieme, ed è abbondantissima di ogni
cosa. Le genti di questo paese non adorano alcuna cosa, ma vivono secondo l'uso
di natura, e passano vivendo da 125 in 140 anni. [...] Si dipingono meravigliosamente
il corpo, sìa gli uomini come le donne, e similmente si levano col fuoco
tutti li peli da dosso, di maniera che gli uomini non hanno barba, né
le donne alcun pelo. Fanno le loro vesti di penne di pappagalli, con una gran
coda nella parte di dietro, e in tal maniera che ci facevano ridere vedendole.
Hanno per costume di mangiar carne umana, e quella dei loro nemici, il qual
costume dicono che cominciò per cagione d'una femmina che aveva un sol
figliuolo, la qual, essendole stato morto, e un giorno essendo stati presi alcuni
di quelli che l'avevano ammazzato, e menati avanti la detta vecchia, quella
come un cane arrabbiato li corse addosso e mangiogli una parte d'una spalla.
Costui poi essendosi fuggito ai suoi, e mostrandogli il segno della spalla,
tutti cominciarono a mangiar le carni dei nemici, i quali non mangiano tutti
in un istante, ma fattoli in pezzi li mettono al fumo, e un giorno ne mangiano
un pezzo lesso e l'altro un arrosto, per memoria dei loro nemici ´´.
Ma giá nel 1492 gli europei allora "scoprono" il continente
americano; c'erano stati forse altri sbarchi di europei (vichinghi nel nord
america?), ma quello del 1492 è il primo che comporta una coscienza e
una conoscenza di tutti i popoli europei della presenza di un continente di
cui si ignorava prima l'esistenza. Con la scoperta delle Americhe gli europei
trovano un territorio su cui espandersi; i popoli e le realtà culturali
presenti vengono soggiogati; una grande afflusso di ricchezza procede dal continente
americano verso l'Europa, con conseguenze diverse: le regioni europee un tempo
ricche ora sono soppiantate economicamente dalle regioni atlantiche; gli imperi
che si spartiscono le Americhe acquistano l'egemonia continentale, ma si tratta
di una egemonia di breve durata giacché le ricchezze acquisite non sono
trasformate in beni durevoli; l'enorme quantità di oro e soprattutto
di argento proveniente dalle Americhe porta a un eccesso di tale materiale prezioso,
rispetto alla penuria precedente e ciò scombussola l'economia del continente
europeo. Dal punto di vista culturale almeno due sono gli effetti di lungo periodo,
che influenzano la cultura euroccidentale. Non appena ci si accorge che il continente
che si è trovato non è la Cina né le Indie, come si pensava,
vi è un effetto meraviglia. La cultura europea scopre la possibilità
della meraviglia, del nuovo che porta meraviglia. Scopre che esiste il nuovo,
e che questo è nelle possibilità umane. Si scopre che esistono
universi che non si conoscevano. Che esiste un nulla, un vuoto: di cui si ha
paura. E che esiste qualcosa da scoprire. La dimensione dell'avventura si apre
all'orizzonte. E' qualcosa che agisce in profondo sulle coscienze intellettuali.
Non è un caso che il classicismo si vada durante il XVI secolo superando,
a favore di correnti moderniste, che dalla coscienza delle nuove capacità
esistenti nel mondo attuale rivendicano una differenza e una superiorità
rispetto agli antichi (che dopotutto non conoscevano la polvere da sparo, né
la stampa e neppure il continente americano), e che fanno del nuovo, dell'originale,
del superamento del canone moti vo di gloria letteraria e culturale.
La scoperta del nuovo mondo apre la via e incoraggia altre scoperte. Ruolo fondamentale
alla diffusione delle notizie e delle scoperte ha la stampa. Il dover ridisegnare
le mappe geografiche non è il solo effetto: se nel 1417 fu la "Geografia"
di Tolomeo il primo atlante stampato del mondo occidentale (a Bologna), i nuovi
apporti delle conoscenze geografiche esigono continui aggiornamenti e non si
tratta solo di aggiungere territori e regioni, ma ci si costringe a modifiche
del modo di proiettare sulla carta quelle conoscenze geografiche, dunque anche
a una modifica dell'immaginario: nel 1492 Martin Behaim realizza il suo globo
terrestre a Norimberga; nel 1569 l'apporto del fiammingo Gerard Kremer (Mercator)
con la proiezione cilindrica isogona che fu fino al XX secolo quella più
usata nelle mappe geografiche (fino alla mappa di Peters, 1973); nel 1570 è
il primo atlante composto di carte moderne realizzate in modo uniforme, il "Teatro
della terra" (Theatrum orbis terrarum) di Abraham Oertel (Ortelius). Il
mondo culturale comincia ad aprirsi alla possibilità di ridisegnare altre
mappe, prima tra tutte quella cosmico-astronomica. E' una pulsione intellettuale
che ha le sue radici nell'umanesimo e nella filologia del XV secolo: lì
nasce il metodo scientifico della verifica sulla realtà delle ipotesi.
Una possibilità di verifica che si scopre possibile grazie alla tecnologia.
E dopotutto il signor Colombo è mettendosi in viaggio e compiendo la
sua impresa che verifica la giustezza dell'ipotesi della rotondità della
terra e della possibilità di giungere "dall'altra parte" senza
cadere a testa in giù nel vuoto. I rapporti che giungono dalle "Indie"
(le lettere di Colombo e quelle dei viaggiatori esploratori e missionari successivi)
formano una letteratura varia e che risponde a vari interessi, sotto l'unica
esigenza di informare, rispondere al bisogno di curiosità, la fama di
notizie su questo mondo di cui si scopre sempre di più l'alterità.
Bisogno di realismo, e di conoscenza scientifica, e esigenza di immaginazione
e fantasia trovano sfogo in questa letteratura. Così se da una parte
fin dall'inizio, proprio con i rapporti di Colombo ci si impegna sulla strada
dell'informazione della realtà di ciò che si vede e si incontra
in queste terre nuove, pur con le deformazioni del filtro della mentalità
e degli apparati culturali dell'epoca: per cui si nota ciò che 'non'
si trova (ad esempio gli unicorni e gli altri animali mitologici dell'immaginario
tradizionale), e si descrive ciò che c'è: gli abitanti, ma anche
le nuove specie vegetali e animali. Da questo punto di vista è preziosa
l'operazione di raccolta compiuta da Francisco Hernández, inviato nel
1570-1577 da Filippo II di Spagna per raccogliere dati sulle piante, animali,
polveri minerali, da cui derivò un'opera come il "Tesoro messicano".
Del vasto materiale raccolto da Hernández fu fatto un compendio da Leonardo
Recchi. Federico Cesi, fondatore a Roma nel 1603 dell'Accademia dei Lincei,
ne fece fare un'edizione commentata nel 1628 (edita da Mascardi, Roma), in 1500
copie, da cui derivarono tutta una serie di copie con diversi frontespizi e
datazioni, con il titolo di "Rerum medicarum Novae Hispaniae Thesaurus".
Al nucleo iniziale del "Tesoro" furono aggiunti commenti, tavole,
molte centinaia di piante e animali, indici, e il cosiddetto "Liber unicus",
una parte del testo originale di Hernández, che era depositato a El Escorial,
fatta ricopiare dal linceo Cassiano Dal Pozzo in Spagna e portato così
a Roma, la prima esplorazione scientifica delle risorse dell'America Latina
che si abbia, e che diede un forte impulso alla ricerca scientifica (basti pensare
che la farmacopea si basava ancora sull'erbario composto da Pedanus Dioscurides
nel I secolo, tradotto dal greco rivisitato e commentato da P.A. Mattioli nel
XVI secolo). Nei primi rapporti 'realistici' dalle nuove terre si lascia comunque
aperta la strada all'immaginario dei mostri e del favoloso.
Quando si dice che personalmente non si sono incontrati di questi mostri, spesso
tuttavia si riferisce che "gli indigeni" riferiscono che nelle vicinanze
si trovano.
Il dominio europeo, però, produsse effetti disastrosi sulle popolazioni
indigene americane. Ridotti in schiavitù, sfruttati e maltrattati, costretti
al lavoro forzato, gli indios morirono a milioni, anche perché non erano
immunizzati contro le nuove malattie portate dai colonizzatori europei. Si trattò
di un autentico genocidio: in poco più di un secolo la popolazione indigena
americana crollò da 30 milioni a solo 3 milioni di abitanti.
Solo in Brasile nel 1500 erano più di 5.000.000 gli aborigeni quando
dall'arrivo degli europei portoghesi sul litorale sud della Bahia.
Oggigiorno non passano di 300.000 aborigeni sparsi per il Brasile.
Ma ancora così ci sono più di 200 nazioni aborigene brasiliane
con più di 170 lingue diverse. Oggigiorno, oltre che quella da prima,
la loro aspettativa di vita è di 45 anni circa. Oltre 50 nazioni aborigene
non hanno mai avuto l'opportunità di rapporto con l'uomo bianco.
Il possesso di nuove terre in quel tempo era veramente un secreto militare e
di Stato.
Un secreto più vitale e assai strategico per i regni che magari le sue
proprie sovranità statali.
Il regno di Portogallo dunque, per mantenere come regola militare sempre nuove
occupazioni territoriali, e per tener lontano qualche scopo spagnolo o di altre
nazioni nemiche su di ciò, lo sapeva già che fin dal luglio del
1497 c'era stato sulla riviera brasiliana, il navigatore portoghese Vasco da
Gama col suo pilota, di nuovo, il Pero Vaz de Caminha.
E sull' America Centrale quindi, a Bahamas arrivava nel venerdi 12 ottobre del
1492 con le sue tre navi, Santa Maria, Pinta e Niña il navigatore genovese
Cristoforo Colombo pensando anche lui esserci sull'arcipelago delle Indie, ma
si in America.
Perché il toscano Amerigo Vespucci, notabile astronomo e sismologo fiorentino
che aveva già scoperto nel 1501 il fiume brasiliano ' São Francisco
' , si era sicuro di che Colombo non era sulle Indie e si su un´altro
continente.
Tuttavia allora, il prestito del nome di Amerigo Vespucci all'America.
Merica, Merica, Merica ...
´´ Un bello mazzolino di fiori!´´.
E cosí il toscano Amerigo Vespucci lo diceva a Colombo:
´´ - Queste terre del nuovo arcipelago sono alquanto fertili e gradevoli
e vi si trovano molti colli e montagne solcate da infinite vallate percorse
da fiumi copiosi [...]. Gli alberi si sviluppano qui senza nessun bisogno di
cura e producono molti frutti gustosi e salutari per l'uomo, e nessuno di questi
è dannoso per quanto siano assolutamente dissimili dai nostri. Crescono
qui innumerevoli specie di erbe e di radici dalle quali traggono il pane e il
companatico.
Non si trova qui alcun metallo eccetto l'oro, che vi abbonda, sebbene durante
il nostro primo viaggio non ne abbiamo portato con noi. Della sua esistenza
ce ne informarono gli abitanti che affermavano che in questa terra vi era grande
abbondanza d'oro e che questo non aveva per loro alcun valore o prezzo... ´´
.
Però, mentre crollano le certezze, si aggravano antichi dubbi.
Nel quinto centenario della scoperta dell'America, sono tornate a incrociare
le armi di nazionalitá di Cristoforo Colombo da due scuole di pensiero:
Una scuola di pensiero che sostiene essere Cristoforo Colombo un genovese.
E un'altra scuola di pensiero che lo vuole spagnolo.
Il dilemma adesso è diventato un trilemma.
Infatti l'antropologo Augusto Mascarenhas Barreto afferma che il grande navigatore
non era nè italiano nè spagnolo, bensi una spia del Portogallo,
di nome Salvador Zarco, al servizio del re D. João II.
Il dibattito è clamorosamente aperto e chissà che dopo del quinto
centenario della scoperta dell'America, non salti fuori l'ambiziosa candidatura
di qualche altra nazionalità.
Su un fatto gli studiosi più agguerriti concordano:
Che Cristoforo Colombo non era americano.
Bene. E prima di Colombo?
Prima di Colombo arrivare in America, navigatori irlandesi ebbero stati giá
sulla costa brasiliana. Per loro, la grande ´Isola Brasile´ era
stata giá visitata e conosciuta nel VI secolo dall´abate San Brandone
del monastero irlandese di Cluain-Ferta con 16 monaci quando ne fecero il viaggio
di sei anni tra l´Irlanda, la Scozzia e il grande arcipelago ocidentale.
La parola ´Brasile´ allora, veniva dalla loro lingua irlandese primitiva
in cui ´ brés ´ significava terra nobile, fortunata e felice.
Cosí, la parola ´Brasile´ presisteva alla scoperta del Brasile
nel XV secolo e che sul XII secolo perfino gli italiani commerciavano il verzino
brasiliano con le Indie.
Peraltro, si vede che il Brasile era già saputo da molti ed anche dai
propri portoghesi che esisteva.
Tuttavia, nel 25 gennaio del 1500 ( 3 mesi prima di Cabral ) arrivava sul nordbrasiliano
l´ex comandante della squadra Niña di Cristoforo Colombo, lo spagnolo
a servizio di Portogallo Vincent Yanez Pinzon.
Comunque, i portoghesi che lo sapevano cosí bene e da molto della esistenza
del gigantesco Brasile hanno fino creato il cosidetto ' Tratado de Tordesilhas
' nel 7 giugno del 1494, o sia, 6 anni prima dello storico ed ufficiale ' scoprimento
del Brasile ' per esattamente aumentare di 100 per 370 leghe marittime all'ovest
di Capo Verde affine di tenere sottocontrollo tutto questo continentale Brasile.
Era in realtà questo ´Tratado de Tordesilhas´, un patto allora
tra Portogallo e Spagna per dividere il territorio brasiliano tra est e ovest
di una linea immaginaria che per i portoghesi questa linea cominciava dall´ovest
di Capo Verde fino ad un´altra linea che tagliava il nord del Brasile
da Belèm-PA fino al sudbrasiliano a Laguna- SC. E per gli spagnoli allora,
sarebbe le terre ancora all´ovest di questa linea.
Peró l'idea di sottolineare il territorio brasiliano tramite questo '
Tratado de Tordesilhas ' era esattamente da 6 anni prima o chissà prima
ancora, la vera scoperta del Brasile.
Dunque, un'altra maledetta, o una benedetta storica bugia?
Eppure, qualche volta una bella e opportuna bugia ci vuole.
Ma ovviamente ha il suo posto, momento, proposito e modo da dirla.
Secondo gli illustri e esperti studiosi hanno confermato, ciò di cui
eravamo tutti convinti, senza avere il coraggio di dichiararlo pubblicamente,
e cioè che, spesso una bella e opportuna bugia è necessaria. Ed
è un vero lubrificante della vita sociale, che altrimenti senza di lei,
tutte le cete si fermerebbero come ad un motore privo d'olio.
Della stessa opinione è l' 'American Journal of Psychiatry', autorevole
pubblicazione sulla quale un grupo di psicologi e psichiatri, ha concluso, dopo
indagini rigorose, che mentire è, in molti casi, un fatto normale, fisiologico
e niente affatto riprovevole.
In certi casi il bugiardo meriterebbe addirittura una medaglia.
Come ad esempio, quando in ascensore incontriamo l'inquilina del piano di sopra,
con in braccio il figlioletto brutto e malvestito, e noi esclamiano impavidi:
- ' Ma che bella creatura! '.
Uscendo da un salotto dove abbiamo trascorso due ore di noia assassina, ci complimentiamo
con il padrone di casa, così: - ' Splendida serata, non mi sono mai divertito
tanto '.
La cena era insipida? La definiamo delicata.
Addirittura, la verità sullo stato puro è un gas irrespirabile,
che avvelenerebbe i propri rapporti sociali.
Insomma, se dicessimo programmaticamente la verità, tutta la verità,
nient'altro che la verità, danneggeremmo importanti attività umane
come la politica, il commercio, il giornalismo, la pubblicità, la diplomazia
e dunque il proprio amore.
E così ad ogni momento, ad ogni interesse, ad ogni modo, ad ogni posto
e ad ogni convenienza anche le nazioni al mondo si rivolgono.
Ed ecco che anche Portogallo ha mentito al mondo semplicemente perchè
la verità è una e cruda, e la bugia invece è plurima e
capace dei più ingegnosi travestimenti si presentando sotti i panni di:
menzogna, falsità, frottola, frode, impostura, inganno, adulazione, falsificazione,
finzione, simulazione, malafede, invenzione, mistificazione, tranello, sviolinatura,
trappola, trucco, truffa, broglio, imbroglio, balla, insincerità, slealtà,
ciarlataneria, doppiezza, contraffrazione e sotterfugio.
Ecco perchè le bugie ci aprono delle fisiologiche scelte da dirle.
Ma tuttavia, fin dall'inizio l'Eldorado per i portoghesi significava soltanto
il cammino per le Indie. E la verità brasiliana non era nemmeno sentita,
quanto più scoperta e conosciuta.
E cosí questa é l´unica e la pura veritá: Con la
piú grande superficie dell´America del Sud e piú grande
che gli Stati Uniti dell´America del Nord, il Brasile sempre é
stato la piú grande riserva del pianeta per il futuro.
Il suo suolo non conosce la vera coltivazione e il suo sottosuolo ha dei minerali
e tesori totalmente sconosciuti e inesplorati. La possibilitá di vivere
una quantitá di abitanti su questo continente brasiliano sarebbe meglio
calcolata da un fantasioso che da uno statistico.
Il suo clima si alterna per modificare la propria vegetazione.
É da registrare che 50% delle pioggie del pianeta sono sull´Amazonas.
Il Brasile ha i fiumi piú in code del mondo. Le sue famose ´quedas
do Iguaçú´ sono piú forti che le ´Niagaras´
e costituiscono anche la piú grande riserva idraulica del pianeta terrestre.
Il Brasile ha il maggiore deposito di ferro del globo terraqueo e una differenziata
fauna e flora che qui s´addatano con la piú grande facilitá
e perfettamente bene su tutta questa terra vergine.
IL VERZINO - ´ PAU-BRASIL ´
Sappiamo dalla storia che i Portoghesi quindi, non si avventurarono nell'interno
brasiliano, ma si limitarono, dal XVI al XIX secolo, a popolare la fascia costiera
sudorientale, dove introdussero la coltivazione dei prodotti tropicali sui quali
si concentrarono di volta in volta gli interessi dei grandi proprietari e speculatori.
Si ebbero così dei cicli: dapprima (sec XVI) il ciclo del legno pregiato,
poi quello dello zucchero, dell'oro, e dei diamanti e, nell'Ottocento, quelli
del caffè, del cacao e del cotone. Il ciclo dell´Oro Vivo nel XIX
secolo, rappresentato dagli immigranti europei lascia il marchio storico dello
sviluppo brasiliano.
Il sistema dunque, dei grandi propietari e speculatori che si basava sulla schiavitù
di milioni di persone, produsse uno sfruttamento rovinoso dei terreni più
fertili e la formazionione di gruppi di popolazione povera, utilizzata solo
per i lavori periodici.
Ad ogni secolo della sua storia, la economia brasiliana ha presentato al mondo
allora la sua abbondanza e opulenza tramite i suoi cicli d´oro.
Ma sempre il Brasile n´aveva e ne ha bisogno del ´fertilizzante´
speciale: la mano d´opera.
Quando gli europei si approdarono sul litorale brasiliano vederono soltanto
gli aborigeni nudi, e niente di oro o argento come ne volevano trovare.
Perché sin dall´inizio il ´pau-brasil´ veniva piú
utilizzato in Europa come colorante che propriamente un legno.
Dall´anno 1500 al 1530 il Brasile esperimentava un progresso lento e pericoloso
mentre le navi straniere continuavano a da menare via per tutta l'Europa, ancora
il primo tesoro naturale da noi, o meglio, dalla foresta appartenente: Il verzino
( Pau-Brasil ):
La Caesalpinia echinata.
Un
legno forte, pesante e con tutto il suo interno di colore rosso. Perciò
il suo nome.
Colore di brace. Di brace viene Brasile. Ecco. E più di 300 tonnellate
circa, venivano esplorate all'anno. Quante attrezzature, strumenti musicali
e quanti palazzi in Europa portano fino ad oggi questo nostro forte e duraturo
legno.
E la sua abbondanza si verificava sulla fascia litoranea di 3.000 chilometri.
Dal Rio Grande do Norte fino al sud di Rio de Janeiro.
E fu allora nel 1530 che il re di Portogallo decise mandare per il Brasile il
comandante Martim Afonso de Souza su una piccola flotta di vele per meglio guarnire
la costa brasiliana e finire con l'invazioni straniere, maggiormente dei francesi
e mettere ordine sul sabotaggio del verzino, il ´pau-brasil´.
Siccome questo legno veniva utilizzato in Europa anche come colorante e non
solo come legno, fu allora con la scoperta del'indaco sintetico nel 1826 che,
meno male finisce da sempre l'inutile taglio dell'innocente 'pau-brasil'.
Oggigiorno, ovviamente e purtroppo è sotto la minaccia d'estinzione.
Quando i portoghesi sbarcarono sulle coste brasiliane nell'aprile del 1500,
con una spedizione marittima guidata da Pedro Alvares Cabral incontrarono solo
tribù indigene: in alcuni casi cercarono di ingraziarsele, in altri le
sterminarono con le loro armi.
Inizialmente la Corona Portoghese pensò di installare un sistema centralizzato
di governo, conosciuto come Governo Geral (Governo Generale), con sede a Salvador,
attuale capitale dello Stato di Bahia (1549), che è quindi da considerarsi
la prima capitale del Brasile; ma il raggio di azione dei governatori generali
era molto limitato, avendo a che fare con una popolazione dispersa su un territorio
estremamente ampio. L'interesse del Portogallo per la nuova colonia crebbe quando
si rivelarono le possibilità di espansione delle piantagioni di canna
da zucchero già presenti nelle isole atlantiche della costa africana.
Questo coincise con un aumento graduale del consumo dello zucchero in tutta
Europa. La produzione fu iniziata in grandi unità territoriali del nordest
del paese (Pernambuco e Bahia) costituendo così il polo principale della
politica di esportazione agricola. L'esito della produzione dipendeva in gran
parte dalla soluzione del problema della mano d'opera. Inizialmente i colonizzatori
schiavizzarono gli indigeni, ma con scarsi risultati. Le popolazioni indigene,
nei loro primi contatti con gli europei, furono colpite da malattie che provocarono
una vera catastrofe demografica. Oltre a ciò, resistevano alla sottomissione
facilitati dalla conoscenza del loro stesso territorio. Da un altro lato, la
Chiesa combatteva la schiavitù, avendo come obiettivo la conversione
degli indios alla fede cattolica. Verso il 1550, come ne vedremo dopo, i portoghesi
iniziarono a trasferire in Brasile schiavi provenienti dall'Africa, un traffico
che ben presto si trasformò in uno degli affari più lucrosi relativi
alla nuova colonia. Una svolta nella storia del Brasile si ebbe intorno al 1750,
quando i bandeirantes, gruppi di avventurieri senza troppi scrupoli, scoprirono
l'oro nella regione del Minas Gerais e diedero inizio ad un gran movimento di
ricerca di minerali preziosi in quella parte del paese.
E poi, l'economia dell'oro generò un gran flusso migratorio di portoghesi,
ma non solo: attrasse molti abitanti di altre regioni del paese, dando origine
alla prima significativa concentrazione urbana. Nacquero così le prime
città storiche del Minas, delle quali Ouro Preto (L'oro nero) è
la più famosa. Il baricentro della vita socio-economica si abbassò
così verso il centro sud, come indica anche lo spostamento della capitale
da Salvador a Rio de Janeiro. Il trasferimento della famiglia reale portoghese
in Brasile fu un fatto decisivo nella vita della colonia, tanto da influenzare
direttamente la sua transizione verso l'indipendenza. Prima dell'invasione napoleonica
in territorio portoghese il principe reggente (il futuro Re Dom Joao VI) si
trasferì nel 1808, con tutta la sua corte, a Rio de Janeiro, da dove
annunciò, al suo arrivo, "l'apertura dei porti brasiliani al commercio
con tutte le nazioni amiche".
Durante la lunga permanenza della corte (che durò fino al 1821) la colonia,
in un certo senso, si trasformò in una specie di metropoli. Per un altro
verso la presenza del Re, associata all'urbanizzazione di Rio, rinforzò
il prestigio della monarchia. Quando le rivalità tra Brasile e Portogallo
si esacerbarono, poco dopo il ritorno di Joao VI in Europa, l'elite concentrata
nella stessa Rio ed il principe reggente, Dom Pedro, riuscirono a proclamare
l'indipendenza con il minimo sforzo, mantenendo però la forma di governo
monarchico esistente. Per queste sue caratteristiche particolari, il processo
di indipendenza del Brasile si differenziò molto da quelli verificatisi
nelle colonie spagnole del sud america.
Ma torniamo al ciclo del ´verzino´, perché é da sottolineare
che soltanto il cammino per le Indie interessava al Regno Portoghese nel XV
secolo.
Tuttavia una nave portoghese allora che tornava dalle Indie compensava per il
Regno di Portogallo altre dieci navi che venivano smarrite in mezzo al mare,
tanti erano i lucri sui tessuti costosi, sulle pietre preziose, sui gioielli
e sulle spezie che ne portavano dalle Indie.
Ed il Brasile è dunque in questo momento per la Famiglia Reale Portoghese,
il figliolo bastardo e fratello meno importante tra l'Asia, l'Africa e l'America.
Fino a qui, sono soltanto le pietre preziose e l'oro che interessano ai Regni
di Portogallo e Spagna.
Così il Brasile diventa un pò e come sempre abbandonato sul panorama
´economico´ mondiale.
Però, come nè al di là e neppure al di quà di questo
cosidetto ' Tratado de Tordesilhas ' , portoghesi e spagnoli non vanno avanti
e anche perchè Portogallo non ha nemmeno navi e gente per cominciare
a da proteggere tutto il vasto litorale brasiliano, ecco che arrivano gli stranieri
principalmente i francesi con due o tre navi per menare via il nostro primo
tesoro scoperto, o sia, il verzino - ´ pau-brasil ´ - , di una successione
di cicli gloriosi di questa prodiga madre natura brasiliana.
Ma il Brasile comincia a da sentire già verso il 1550 che c'è
il bisogno di gente, o meglio, delle braccia.
Nessuno in realtá vuole venire per questa terra ancora ' sconosciuta
'.
I portoghesi che hanno il loro lavoro, la loro vita, le loro persone culte,
le loro famiglie, nonostante le condizione dell'epoca, insomma, non vogliono
rischiare la loro vita per venire sulle distante e selvatiche foreste sudamericane.
Allora per svuotare le galere, per diminuire le spese, ecc, il regno di Portogallo
risolve rimettere tutti i quanti: dei forzati, dei giudei non battezzati e spariti
della paura del Santo Ufficio e dei rituali dell'Inquisizione, dei disoccupati
e dei cittadini con le stigme socio-politiche per andare in Brasile e cominciare
una ´colonizzazione´ su questa vergine terra.
La mancanza di risorse materiali, militari e umani, la voglia di vedere in fretta
e al suo interesse una specie di svolgimento brasiliano, il regno di Portogallo
aveva istituito e fondato un modo di donazione delle terre brasiliane ai portoghesi
che ne
dovrebbero meglio colonizzare il Brasile tramite 12 parti di terre.
Viene allora diviso il Brasile nelle cosidette 'capitanias hereditàrias'.
Il Brasile su 12 pezzi di terra. Sarebbe una parte di terra donata dal regno
portoghese per ogni 'capitano' sfruttare con lo scopo di gerare delle ricchezze
all'Impero Reale Portoghese.
Così, ognuno dei 12 capitani riceveva dal regno portoghese le garanzie
e dei titoli reali per lui e i suoi discendenti.
E siccome magari si sa che, '' chi si contenta al poco, trova pasto in ogni
loco '' e anche che, '' col poco si gode e coll'assai si tribola '', perciò
la decadenza di questo sistema è stata immediata.
L'anarchia di questo modo corrotto di governare il Brasile tramite 12 pezzi
donati di terra ha dato fine a una specie di sgoverno e di regressione amministrativa
fino alla fine. Sarebbe la propria bancarotta.
Di subito allora, nel febbraio di 1549 dal re portoghese viene nominato per
venire in Brasile il governatore-generale Tomè de Souza che fu bravo
già in Africa e Asia.
Sbarca lui allora con 1.000 soldati e 6 gesuiti che da Bahia fonda la capitale
brasiliana Salvador, crea un governo centrale brasiliano con la costruzione
del Palazzo del Governo e le carceri affine di cominciare a introdurre delle
regole con diritti e doveri ai tutti i concittadini e una certa governabilità
socio-politico-amministrativa.
Il Governo Generale comincia con sua sede a Salvador allora, attuale capitale
dello Stato della Bahia (1549), che è quindi da considerarsi la prima
capitale del Brasile.
Ma il raggio di azione dei governatori generali era molto limitato, avendo a
che fare con una popolazione dispersa su un territorio estremamente ampio.
Ed è addiruttura con l'arrivo dei preti gesuiti che comincia davvero
un'altro rapporto tra uomo e civiltà su questa terra brasiliana. Perchè
prima del loro arrivo, l'unica idea era di sterminare via tutto con la vita
degli aborigeni brasiliani, come ne facevano giá gli antichi popoli barbari,
in cui le conquiste significavano semplicemente le subordinazzioni e le corruzioni
su i popoli.
Allora portare via tutto il verzino ( 'pau-brasil' ), gli animali, i frutti,
i minerali, insomma soddisfare eternamente la corona reale portoghese e mai
restituire alla terra nativa erano purtroppo di solito le regole.
Invece con i gesuiti fu nientemeno che un modo nuovo, diverso e soprattutto
umano di colonizzare il Brasile; d'insegnare agli aborigeni a piantare e lavorare
la loro terra e di addomesticare il lavoro e le sue proprie vite.
E solo i gesuiti lo sapevano quanta scienza era necessaria per lottare contro
questa grande e naturale ignoranza chiamata innocenza aborigena.
I gesuiti in questo momento rappresentano per il Brasile come una specie di
educazione capace d'informare l'anima come il proprio fuoco plasma l'acciaio.
Al di lá degli unici obiettivi portoghesi sulla colonia brasiliana, i
gesuiti erano gli unici ad intravvedere il futuro della societá brasiliana
tramite l´adeguata formazione dello spirito primitivo degli aborigeni.
Ma si capisce e anche la vita ci dimostra che qualsiasi fuoco deve essere lento
e duraturo.
Ed ecco che i gesuiti fondano allora nel 1549 la prima scuola con insegnamenti
agricoli, musicali e scientifici a Salvador - BA; poi nel 1554 a Piratininga
- SP e nel 1567 la prima scuola elementare a Rio de Janeiro.
Nel 1570 il Brasile ne ha cinque scuole elementari ( Porto Seguro, Ilhéus,
São Vicente, Espírito Santo e Piratininga ) e tre collegi gesuiti
( Rio de Janeiro, Pernambuco e Bahia ). In 1575 nel collegio gesuita della Bahia
giá si laureavano i primi baccellieri in arti del Brasile.
E i gesuiti lo sapevano perfettamente bene, perchè diverso dalla pratica
di colonizzare tramite le rapine e le persecuzioni tipiche dai popoli barbari,
loro cominciano adesso allora a colonizzare questi aborigeni tramite l'edificazione
della morale e dei valori dell'essere umano livellando socialmente tutte le
persone umane a se stesse.
Perchè siccome gli aborigeni sono e vivono sul più basso livello
selvaggio e naturale, i gesuiti intendono allora di non abbassargli e di non
ridurgli ancora di più a una condizione d'animalità e di schiavitù
nel loro rapporto sociale, cominciando dunque ed infatti a creare una certa
unità socio-politica organizzata fra di loro e una vera semente per la
futura societá brasiliana.
Diversamente dal proposito dei funzionari della corona portoghese che miravano
soltanto i lucri immediati, i gesuiti stanno adesso a da preparare il proprio
futuro brasiliano. Era la vera sementa dello spirito con la materia, e della
sostanza con la forma che magari nessuno l'aveva fatto prima.
Ed il primo gesuita a prestare al Brasile sto ideale e coraggio socio-politico-religioso
fu lui. Un vero capo al di là della propria Teologia.
Il grande e bravo prete Manoel da Nòbrega, età 32 anni, laureato
presso all'Università di Coimbra-Portogallo, che fu dal nord al sud del
Brasile il nientemeno governatore al fianco del proprio governatore, responsabile
per il ricupero del porto di Rio de Janeiro, creatore delle città di
São Paulo nel 25 gennaio del 1554, Santos nel 1545 e poi São Vicente,
questa la prima città brasiliana dell´anno 1532.
Nóbrega fu anche pacificatore tra le tribùs indigene nemiche e
le sue liberazioni, e responsabile per la creazione nazionale dei collegi.
Come, ´nemo dat quod non habet´ - nessuno dá quello che non
ha - tale fu sua vita, tale é il suo nome.
Manoel da Nòbrega dunque, tra Anchieta e Vieira, fu la pietra fondamentale
del marchio indelebile del Brasile d'oggigiorno.
Appena arrivati allora, i gesuiti cominciavano a tenere conto della situazione.
Loro preferirono innanzi tutto prima imparare con gli aborigeni la loro lingua,
il loro ' modus vivendi ' - modo da vivere - , per dopo insegnargli qualcosa.
All' improviso già si vede che gli aborigeni stanno nudi, non conoscono
il lavoro, magari, e non hanno ornamenti e neppure utensili primitivi.
Di quello che ne avevano bisogno per il loro ognigiorno, lo prendevano sugli
alberi e nei fiumi. E poi, subito dopo che ne avevano consumato, cambiavano
regione.
Non sapevano mica lavorare. Si capisce.
E dunque cosa voleva dire lavorare per gli aborigeni?
Si. Perchè loro lo sapevano ormai che siccome la madre natura tutto gli
offriva ed ecco che su questa facilità da vivere, restavano soltanto
il tempo e la voglia necessaria di andare a da cercare i loro fabisogni.
Così l'unico lavoro per loro sarebbe questo grande impegno di diventarsi
sempre nomadi in mezzo alla loro vasta casa forestale.
Vaz de Caminha prosegue:
´´Gli aborigeni sono mansueti e di buona fede. Sono guerrieri soltanto
nelle grande solennità tra di loro. Per esempio, per fare un prigioniero,
l'amareggiono, poi come rituale sociale l'offrono una donna e alla fine di questa
' solennità ', lo fanno uccidere´´.
Ecco una curiositá in mezzo alla foresta:
Quando i gesuiti lo fanno o lo dimostrano certe resistenze contro questa ' solennità
' o questa roba cannibale, gli aborigeni si mostrano ammirati, spaventati e
fino meravigliati perchè per loro questa roba cannibale sarebbe una specie
di piacere talmente innocente e vergine come cacciare, mangiare, ballare tra
di loro e pure dormire con le sue proprie donne.
Però, questo modo credulo e infimo da vivere degli aborigeni brasiliani
favoreva soprattutto ai gesuiti di andare avanti nelle istruzioni e negli insegnamenti
presso le loro nude ambizioni e candezze accoglienze. I gesuiti lo sapevano
perfettamente bene che con l'educazione anche sin dall'inizio ai loro figli,
sarebbe anche socio-politicamente benefico verso la loro propria pratica cannibale
che poteva insomma un giorno accaderne, fintantochè, ne avrebbe assolutamente
i suoi giorni da finire.
Perchè magari, un prete gesuita non riuscirebbe mai a da capire come
si può offrire a Dio un'anima così selvatica e innocente tramite
questa pratica cannibale di un primitivo esercizio spirituale di religiosità.
E qui entrano quindi, le idee dei gesuiti di creare le scuole per i bambini
figli degli aborigeni assieme agli altri bambini venuti da Portogallo per cominciare
a mescolare fra di loro una nuova e ricca formazione etnologica sulla civiltà
brasiliana.
Altrimenti, il grosso problema adesso non è questo degli aborigeni o
la loro accettabilità contro gli uomini bianchi europei, le loro pratiche
cannibali o la loro vita selvativa da essere.
Il problema adesso è il proprio uomo europeo.
Sono quei portoghesi-coloni che qui vivono e che continuano a da pensare che
qui non ci sono delle regole, ordini o discipline.
Addirittura, la maggioranza dei portoghesi-coloni che adesso qui si trova é
in genere degli ex-costretti, i prigionieri di guerre, i marinai condanati per
diserzione e i soldati criminali per evasione.
Questa gentaglia pure, prendeva fino gli insediamenti delle terre, come, quando
e quanto ne voleva.
In realtá, questa fu la peggiore gente che é venuta per il Brasile.
Poi, questi ´selvaggi´ per forza mettevano gli aborigeni a lavorare
per loro prendendo le loro donne diffondendo la più ampia e sfrenata
poligamia.
Si sentivono i veri '' Paxà '' in mezzo alla foresta che insomma tutto
ne guardava sapientemente e sempre zitta.
Perciò, prima di civilizzare la terra, questi coloni portoghesi si diventarono
loro propri i peggiori selvaggi della foresta.
Volevano essere dei signori delle terre senza mica fare niente per possederla.
Neanche lavorare ne volevano. Magari.
Ed ecco che il Brasile in una crescita almeno d'aspettativa dalle altre nazioni
del mondo e per iniziare qualche sviluppo su questo colossale continente ha
bisogno sempre di gente e delle braccia per quindi cominciare a lavorare il
suo suolo.
Fino donne portoghesi il prete Manoel da Nòbrega chiede al regno di Portogallo
che mande per il Brasile con lo scopo di anche combattere e di regolare, tra
l'altro, la pratica della poligamia, istituire ufficialmente i matrimoni e di
fare crescere ovviamente la propria densità demografica brasiliana.
LA CANNA DA ZUCCHERO
Dunque s´aveva bisogno di sviluppare oltre colture agricole, ed ecco che
la presenza dell´uomo e cosí della mano d´opera era piú
che vitale.
E al contrario degli aborigeni peruviani e messicani che dalle fibre facevano
giá i tessuti e prendevano dal sottosuolo i minerali per i suoi abbigliamenti,
gli aborigeni brasiliani facevano solo delle cose troppe primitive come cacciare,
pescare e costruire le loro ´choças´.
E neanche questi ´materiali umani´ interessavano agli europei.
Perché Portogallo é interessato soltanto in rubare le tesorerie
dei principi ´indus´.
Magari un lucro pronto.
E per svolgere il proprio suolo e l´agricoltura brasiliana c´é
il bisogno degli investimenti di capitali affine di svegliare sto Brasile che
ancora dorme tranquillo sulla splendida culla.
Ed ecco che, per insomma ´sperimentare´ questo Brasile, da Capo
Verde i portoghesi senza almeno immaginare e come allora un tentativo, ci portano
da piantare la ´cana-de-açúcar´. E come generositá
tipica e naturale del suolo brasiliano, questa pianta che non ha bisogno di
coltivazione speciale, che ne produce due volte all´anno e s´addata
perfettamente bene al suolo e clima del Brasile, il suo interessante zucchero
raggiunge tutto il mondo lasciando il Brasile sul piú importante mercato
mondiale dello zucchero. Un vero dolce mercato anche perché gli europei
avevano soltanto la limitata opportunitá di usare la ristretta quantitá
dello zucchero venuto soltanto dalla loro barbabietola.
Come la canna da zucchero allora, é in questo momento per il governo
brasiliano e per i signori degli ´engenhos´ una coltura che non
ne costa assolutamente nulla, cosí, tramite la mano d´opera schiava
africana sin dal 1549, dá dei lucri altissimi e pone il Brasile per tre
secoli sul monopolio mondiale di questo ´oro-bianco´.
Il Brasile riesce a da esportare giá all´inizio del XVI secolo,
paragonabilmente 3.000.000 di euri di zucchero all´anno, piú che
l´esportazione annuale totale dell´Inghilterra contemporanea.
Ed ecco che, come tutta la dolcezza, alla lettera, ne costa un´amarezza,
eppure com´é successo con la pepe e il té nelle altre nazioni
del mondo, la propria superproduzione brasiliana di ´cana-de-açúcar´
diventasi triviale sul commercio internazionale, cadendo cosí la sua
preziositá ed il suo monopolio.
Dunque, senza qualche intercessione o competizione esterna, é la propria
autosufficienza brasiliana per la superproduzione nel settore zuccheriere che
stabilisce la fine di questo importante ciclo dell´oro in Brasile dopo
del ´pau-brasil´.
Curioso anche, perchè da un ciclo all´altro, il Brasile ne sorpassa
con tanta magnificenza le sue proprie difficoltá che sembra d´essere
una impari generositá naturale a da regalare questo paese.
Perció, per lavorare la terra nel coltivo della 'cana-de-açúcar'
e negli 'engenhos', non sono i coloni-portoghesi senza la voglia di lavorare
e di nemmeno prendere la zappa che un giorno ne andranno a fare.
Ma si, la preziosa forza negra comprata in Africa che rappresenta il ciclo dell´oro
bianco brasiliano
Così, sono proprio loro, i coloni-portoghesi che continuano con la selvatichezza
delle sferzate forzando anche i propri aborigeni - questi schiavi gratuiti non
africani - a diventare i suoi propri schiavi fino alla morte.
Ed ecco che gli aborigeni - come qualsiasi essere vivo - non sono mai fatti
a d'accogliere qualche modo o senso di schiavitù.
Cosí gli aborigeni muorivono fino di stanchezza e di affaticamento.
Ed ecco che la vergognosa disumanitá mondiale dimostra ancora la sua
faccia.
Comincia così nel Brasile dal 1530 al 1900 la fase più nevralgica
della sua storia:
La schiavitù africana, o sia, l'ondata dell'AVORIO NEGRO AFRICANO, perché
la schiavitú africana ´legalizzata´ é cominciata in
realtá nel 1441.
Ed é una vergogna umana da valutare per chi in questo momento si propone
d´essere un semplice essere umano. In questo momento dunque, davanti a
questa sottosituazione umana è anche umiliante esserlo.
Il traffico degli schiavi africani interessatamente intermediato dagli inglesi
e dai portoghesi veniva concluso a Bahia dopo un rivoltoso e disumano viaggio
tra l´Africa e il Brasile sui cantoni delle navi come la più bizzarra
e avarizia delle vendite.
Una disgrazia umana, o sia, disumana. Nel 1530 cominciava ufficialmente allora
la brutta e brutale schiavitú in Brasile, dove ogni signore ´de
engenho´ poteva acquistare piú o meno 120 schiavi ad ogni anno.
Dovuto al ciclo del ´pau-brasil´, della ´cana-de-açúcar´,
dell´oro e del caffé il traffico degli schiavi africani si direzionava
maggiormente verso queste regione della economia brasiliana contemporanea, restanto
pochi schiavi per le altre regione del Brasile.
Lo schiavo africano era il proprio motore a movimentare il Brasile fino al diciottesimo
secolo. Solo chi ha visto e vissuto ci potrebbe dirlo...
I gesuiti ovviamente non erano d'accordo con questa pratica trafficante chiamata
'schiavitù'. Fosse lei d'esseri umani, non umani o di qualsiasi traffico.
I gesuiti scrivono dunque in questo momento fino al re di Portogallo una lettera
di protesta.
Ma la lontananza, i pochi gesuiti a girare per l'immenso Brasile in missioni
religiose senza riposo e la protesta che perde la forza, così allora
vince l'ordine del regno portoghese in favore della ampia, lucrativa e massiccia
schiavitù.
E alla fine i gesuiti sono stati obbligati a d'accettare l'arrivo degli schiavi
africani e la schiavitù dei propri aborigeni che venivano fatti qui prigionieri.
Ma Nòbrega non si ferma.
Decide rimbbocare le maniche e civilizzare altre tribùs verso il centrovest
brasiliano ( Piratininga-SP) e come un sogno, intravvede così l´esempio
del grande fulgore dello sviluppo brasiliano. La futura città di São
Paulo.
Veramente lui sognava e molto bene.
Così, con 50'anni d'età il Brasile comincia a da esportare la
' cana-de-açúcar ' da Pernambuco e Bahia e a da importare '' l'avorio
negro '' dalla Guinè e dal Senegal.
La terra dei pappagalli dunque non chiamava l'attenzione di Albuquerque sulle
Indie,
neanche di Pizarro sul Peru e nemmeno di Cortez sul Messico.
Ma le navi francesi continuavano con il sabotaggio del 'pau-brasil' sul porto
di Rio de Janeiro.
Ancora adesso Nòbrega assieme a Estàcio de Sà con pochi
soldati e qualche aborigeni buttarono via tutti i francesi.
E siccome ne sappiamo che '' chi tutto ne vuole tutto ne perde '', i portoghesi
invece di migliorare l'amministrazione verso le sue colonie nel mondo e così
anche in Brasile, finiscono allora in Africa con la sconfitta portoghese nel
tentativo di farsi padroni anche dei mori africani dopo la morte del re portoghese
D. Sebastião, in piena bataglia di Alcàcer-Quibir.
Così Portogallo si indebolisce ogni volta di più e tra i prossimi
62 anni ( 1578-1640 ) la Spagna prende da se il trono che era vuoto.
Ed il Brasile si diventa come le altre colonie, possedimento dalla Spagna.
Fino una spedizione spagnola comandata dall'italiano Sebastiano Caboto, il bravo
veneziano che nel 19 ottobre del 1526 arrivava nel litorale sudbrasiliano sull'isola
di Santa Catarina, chiamandola di ' porto delle anatre ' oggi Florianòpolis
( fondata nel 1726 ), che dopo nel 1777 viene ancora invasa dagli spagnoli.
Si registra anche che dall´aspetto geopolitico i tre punti principali
della costa catarinese nel sudbrasiliano per l´accesso dei navegatori
nel 1494 furono l´isola di São Francisco do Sul, l´isola
di Santa Catarina e Laguna.
La Spagna allora tene sottocontrollo in questo momento tutta l'America conosciuta,
l'Africa, le Indie e tutta la Penisola Iberica.
Dunque, un Impero, per il momento.
Ecco Cervantes, Lope de Veja e Calderon che lo dicono.
Però adesso sono i nemici spagnoli che invadono il Brasile:
Come gli inglesi che saccheggiono Santos e bruciano São Vicente, i francesi
che occupano Maranhão e gli olandesi la Bahia.
Come l´Olanda ha sentito la forza della ´terra do açúcar´,
fonda perfino una ditta a Amsterdam nel 1621 chiamata ´Companhia das Indias
Ocidentais´ e gli olandesi vengono tutto a prova per in 23 anni comandare
col suo potere navale la Bahia, il Pernambuco e tutto il nord brasiliano.
L´Olanda fa in 23 anni di Brasile piú di che n´avevano fatto
i nostri cari e bravissimi patrizi portoghesi - per non dire un´altra
cosa - in 100´anni.
Perché gli olandesi al contrario dei portoghesi non hanno mandato i rifiuti
della gente per venire a da colonizzare il Brasile o le Indie Ocidentali, come
ne dicevano.
Ma gli olandesi vennero si e giá sotto il comando del bravo, vivace e
umanista olandese Mauricio de Nassau ( anche perché lui assicura in questo
momento tutti i diritti e le garanzie ai coloni e agli aborigeni brasiliani
), viene con tutti gli specialisti olandesi, gli ingegneri, i botanici, gli
astronomi e gli eruditi per veramente portare lo svolgimento di cui il Brasile
ne ha tanto bisogno.
Sarebbe come un modo di ´europeizzare´questo Brasile.
Fino moderne presse idrauliche ci portarono per l´industrie zuccheriere.
Peraltro, il destino del Brasile non viene deciso in Brasile ma in Europa.
Perché in questo momento Portogallo con D. João IV riscatta la
propria corona e si diventa libero dalla Spagna.
Cosí l´Olanda conforme le base giuridiche e degli accordi internazionali
non puó mica rimanere in terre brasiliane.
Nel frattempo, l´Inghilterra e l´Olanda entrano in guerra. E perció,
mentre i portoghesi ancora discutevano con gli olandesi quante terre dovevano
restare con loro e da pensare quanti navi portoghesi potrebbero mandare per
aiutare il Brasile, lascia stare che adesso furono i propri e veri brasiliani,
o sia, per la prima volta sulla storia brasiliana, sono i brasiliani non-portoghesi
che cominciano a cacciare via tutti gli stranieri dalla costa brasiliana.
Qui allora il Brasile comincia a diventarsi brasiliano.
Fu quindi, nel 6 gennaio del 1654 che a Recife il bravo olandese Mauricio de
Nassau per ordinamenti internazionali ha avuto lasciare il Brasile.
In questo momento storico i brasiliani cominciano a andare verso il cuore della
loro foresta. La foresta brasiliana.
IL TABACCO
Tuttavia, subito dopo allora dal primo dolce prodotto si unisce un secondo prodotto
che serve come ad un nuovo vizio e un proprio vizio per gli europei:
Il tabacco. Colombo vide giá gli aborigeni brasiliani masticando o fumando
quelle foglie di tabacco.
Inizialmente, questa ´moda´ dagli aborigeni di fumare o di masticare
il tabacco davanti al Colombo e dal Cabral é fino motivo da scherzo.
Viene allora fino proibito nelle residenze e nei palazzi della Europa.
Ma non é per piacere o nemmeno per imitazione che la Europa s´accostuma
adesso al fumo che viene dal Brasile.
Ma si per paura. E la paura portó al vizio. Ma, e come mai?
Cosí: Nei giorni grigi delle grandi epidemie del medioevo che non si
conosceva neanche i microbi causatori delle malattie, si credeva allora, che
sarebbe la migliore maniera di combattere un veleno, con il veleno dell´altro.
Ed ecco che nei palazzi e anche al di fuori tutti si mettevano a da fumare,
perché comunque si intendeva d´essere sicuri che i ´virus´
si dovevano combattergli cosi.
Peró, quando l´epidemie si sono fermate e con loro anche le stesse
paure dalle parecchie malattie, il vizio, purtroppo si é rimasto.
E le persone, com´é successo col cognac, che veniva consumato soltanto
come medicamento, passano a prendergli ad ognigiorno. E poi non si fermarono
mai.
Quindi, anche col tabacco, che dall´abitudine al vizio é un passo,
l´uomo diventó eternamente il suo schiavo. Schiavo del vizio dalla
droga e dalla pubblicitá del vizio, purtroppo.
Oramai si sa, che siccome l´alcool, anche la nicotina é una droga
psicoattiva.
Annualmente la Europa acquista tonnellate e tonnellate di tabacco brasiliano
e il Brasile si conferma sul scenario mondiale come il suo grande fornitore.
E siccome il fumo che qui in Brasile cresce come una pianta selvatica, come
il suo fratello zucchero che non hanno il bisogno di mano d´opera speciale
da coltivargli, rende al Brasile degli lucri interessantissimi e come qui non
valendo nulla, segue allora a bordo come mercanzia internazionale di grande
valore commerciale.
E fino al XVIII secolo l´economia brasiliana é appoggiata sulla
produzione dello zucchero, tabacco e cacao.
Peraltro, la penetrazione degli europei nella regione brasiliana fu molto lenta,
soprattutto nelle regioni interne dove vivevano rade tribù di Indios.
Solo qualche esploratore, alla ricerca dell'Eldorado, il favoloso paese ricchissimo
d'oro, si avventurò nell'immensa regione amazzonica.
E uno dei primi esploratori fu Francisco de Orellana che nel 1540 discese il
Rio delle Amazzoni dal corso superiore fino alla foce; in questo suo viaggio
raccontò di essere stato assalito da donne guerriere che, rifacendosi
alla mitologia greca, le chiamò Amazzoni: dal nome di queste donne derivò
quello del grande fiume.
Ma assieme al tabacco, cacao e allo zucchero si unisce anche il cotone che diventa
di grande valore commerciale quando nel 1770 verso l´inizio del XIX secolo
la Europa tramite l´Inghilterra viene presa dalla grande Rivoluzione Industriale.
IL COTONE
Soprattutto in Inghilterra, dove lavorano adesso piú di 1.000.000 di
operai nella industria tessile, viene ancora il Brasile chiamato a da esportare
un´altra pianta selvatica, ora il cotone.
Cosí con la caduta mondiale dei prezzi dello zucchero, é il cotone
adesso a compensare l´economia brasiliana con la gigantesca esportazione
in un rapido e felice cambiamento cosí tipici sulla storica e gloriosa
economia del Brasile contemporaneo.
Questi prodotti vengono tutti esportati come materia prima perché il
Brasile non ha purtroppo le condizioni ideali da industrializargli.
Ed ecco che, e come da sempre, sono le braccia e moltissime braccia che il Brasile
ne ha bisogno in questo momento per poter muoversi.
Cosí, ad ogni tempo.
Nel XVIII secolo sono le braccia, nel XIX secolo é il carbone e nel XX
secolo é il petrolio. Ecco le forze motrici da cercarle.
Di un totale, dunque, di 12.000.000 di schiavi africani in condizioni disumane
venuti dall´Africa Centrale per l´America, solo per il Brasile fin
dal 1539 piú di 4.000.000 di schiavi si sono spostati sotto i piú
sordidi e avvilitivi regimi di correlazione umana. O meglio, disumana.
I negozianti inglesi e portoghesi di schiavi africani lucravano con il traffico
sfrenato tra tasse, soprattasse e lucri di rivendita degli schiavi, piú
che con qualsiasi altro negozio in quel momento. Ed ecco che il traffico degli
schiavi diventava piú ´´interessante´´ e piú
trafficante che mai.
Per i capi agricoltori questi negri adesso sono talmente indispensabili come
le pale e le zappe per un colono.
Un negro forte, allora, sotto qualche sferzate e senza nessuna rimunerazione
riesce a da lavorare piú che 12 ore al giorno. E poi i loro figli. E
quanto piú schiavi e figli degli schiavi ne ha il capo agricoltore ancora
piú valore ha il suo ´feudo´.
Il capo agricoltore forniva come pasto agli schiavi, tra l´altro, i resti
dei fagioli-neri che i porchi non volendo piú e cosí gli rimanevano.
Nascendo da ció allora, la storica e troppo diffusa ´feijoada´
alla brasiliana.
Certi capi agricoltori con i loro ´feudi´ arrivavano ad avere piú
soldi o oro che il proprio re di Portogallo.
Cosí camminano in questo momento gli stati di São Paulo, Rio de
Janeiro, Bahia, Pernambuco e Minas Gerais. O sia, portati avanti con l´unica
forza motrice che ne dispone il Brasile in questo momento: La mano d´opera
schiava africana.
Nell´anno di 1798 la popolazione schiava africana rappresentava il 49
% del totale della popolazione brasiliana.
Peró, verso il sud meridionale del Brasile c´é veramente
un´altro paese:
É un universo tutto da scoprirlo e da svilupparlo dove c´é,
ad esempio, la figura diversa del vaccaio.
Ma ancora verso il centrovest del Brasile sorge quello che fa crescere la fame
del mondo capitalista col suo colore e il suo ´ peso ´ tra la gente.
Insomma, tutti i quanti da mescolare il principio del ´´essere´´
col ´´avere´´ .
Lui ha perfino il colore della invidia. Il colore giallo.
Pure come in questo momento c´é in giro un certo pensiero d´animositá
non portoghese, anzi tutta e puramente una animositá brasiliana, é
da São Paulo allora che sorge verso il 1670 questa animositá.
Sono i cosidetti ´´ bandeirantes ´´.
Arrischiati uomini all´interno delle foreste che vanno a cavallo dal nord
al sud del Brasile tenendo gli aborigeni e gli schiavi, e cosí popolarizzando
ogni regione.
Conoscono il fiume Amazonas, lo stato di Mato Grosso e di Goiás e poi
vanno verso il sudbrasiliano fino ai ´Pampas´ nei confini dello
stato di Rio Grande do Sul con l´Argentina.
E questi ´bandeirantes´, nel 20 novembre del 1695 finiscono fino
ad´uccidere lo ´Zumbi´, l´ultimo capo della resistenza
negra a Palmares, Alagoas nel nordest brasiliano.
E sono proprio loro, i ´bandeirantes´, che passando per Minas Gerais
( Rio das Velhas ) trovano, dopo dei cicli d´oro del ´pau-brasil´,
dello zucchero, del tabacco e del cotone il proprio Oro Brasiliano. Vedono da
lontano, al cielo aperto, delle ´cose gialle´ mescolate con la sabbia
di un piccolo fiume che brillano perfino ad´ardere gli occhi. Oltre che
scavare la terra per fare delle miniere come ne faranno gli americani un secolo
dopo a São Francisco nella California con il loro ´´gold´s
dream´´ o ´´ el dorado ´´, qui é
davvero ´al cielo aperto´.
Qui in Brasile allora, l´oro é sulla terra e non mica sottoterra.
E forse per essere ´´ cosí ´´, all´aperto,
sembra che tutto il mondo europeo si é diventato e si é fatto
padrone.
La notizia dell´Oro arriva a Bahia e a Rio de Janeiro.
Ed i coloni coi suoi schiavi in questo momento lasciano i loro´engenhos
de cana-de-açúcar´, i soldati diventano disertori e corrono
tutti a Minas Gerais.
Fondano cittá come Vila Rica, Vila Real e Vila Albuquerque totalizzando
100.000 abitanti attorno a queste cittá con la piú ricca fonte
d´oro del mondo.
Ribellioni si succedono tra la gente dovuta alla corsa sfrenata per queste pietre
preziose.
Siccome tutto l´oro di queste zone viene portato direttamente al regno
portoghese e dopo anche agli inglesi, i ´bandeirantes´, o sia, i
primi e veri brasiliani non portoghesi - ma non sufficientemente nazionalisti
per bloccare TUTTA la partenza del nostro oro - cominciano a da creare, magari
tardiamente, degli ostacoli imbarazzando la partenza dell´oro brasiliano
per il regno portoghese che a migliaia e migliaia di chilometri al di lá
del mare in cui paese mai ´questi bandeirantes´ ne dovranno un giorno
a da conoscerlo.
L´ORO
Ecco che la scoperta dell´oro a Minas Gerais é piú che un
avvenimento nazionale per il Brasile e Portogallo. É pure una vicenda
mondiale, perché fa crescere gli occhi oltre all´Oceano Atlantico.
Lo sviluppo industriale e capitalista europeo ancora sul XVIII secolo non sarebbe
possibile senza l´iniezione massiccia dell´oro brasiliano.
Secondo lo sperto economista, Robert Simonsen, in quel mezzo secolo a Minas
Gerais fu estratto quasi tutto l´oro dell´America fino alla scoperta
delle miniere d´oro a California nel 1852.
Lisbona, ad esempio, che era in rovina, fu tutta ricostruita con l´oro
del Brasile.
Durante 50 anni, il Brasile é la tesoreria del Vecchio Mondo e la colonia
piú lucrativa che una nazione europea potrebbe avere.
Produzione dell´oro a Minas Gerais ( Vila Real, Vila Rica e Vila Albuquerque
) alla fine del XVII secolo e l´inizio del XVIII secolo.
E se almeno questo oro l´avesse rimasto qui da noi...
Anno Quantitá
1697...........................................725 kg
1699...........................................1,5 ton.
1705...........................................6,5 ton.
1715...........................................10 ton.
1739............................................9,7 ton.
1744............................................8,8 ton.
1754............................................7,6 ton.
1764............................................115 kg.
Viene dunque, raccolta e fusa tra 1697 e 1764 ( in 67 anni ) la quantitá
di 44.940 kg d´oro, insomma 50 tonnellate.
E solo una Commedia con quattro atti allora, per meglio rappresentare la storia
della scoperta dell´oro in Brasile, differentemente dell´oro scoperto
nelle miniere della California un secolo dopo, talché i nordamericani
l´hanno saputo molto bene tenerlo.
Infatti, il loro nazionalismo d´oro é da sempre e da molti invidiato.
Ma, torniamo sulla nostra commedia ´mineira´, allora:
1º atto:
Nel 1697 i ´bandeirantes´, brasiliani da São Paulo vanno
verso all´interno della foresta brasiliana per cercare qualsiasi cosa,
o magari nessuna.
Forse pensavano trovare degli schiavi fuggitivi, aborigeni, bestiame o qualche
metallo prezioso.
Ed ecco che, all´improvviso, scoprono in mezzo alle sabbie della superficie
di un piccolo fiume( Rio das Velhas-MG ), delle pepite d´oro che brillavano
come il proprio metallo appena scoperto.
Un uomo allora, porta dentro una bottiglia queste pepite fino a Rio de Janeiro.
Pronto! Perché come sempre, basta soltanto un´occhiata sul questo
metallo, che misteriosamente ha il colore della invidia, per cominciare dunque,
una corsa pazza e frenetica di tutti i quanti per Minas Gerais.
Sarebbe proprio la ´aura sacra fames ´ - la sacra fama dell´oro
-
Tutto il Brasile agricola si ferma per andare a da cercare oro a Minas Gerais.
Fino i mendicanti adesso ostentano l´oro sul loro petto.
É la febbre del´oro, la febbre maligna che tra ribellioni, morti
e feriti, finisce sto 1º atto a Diamantina, ancora a Minas Gerais con la
scoperta di un´altro metallo, piú prezioso ancora. Il diamante.
2º atto:
Entra in scena adesso un nuovo protagonista. Il governatore nominato dal re
portoghese. Lui e una migliaia di soldati vengono per mettere ordine favorevole
al regno portoghese sul ritiro di tutto l´oro a Minas Gerais. Ad esempio,
quell´oro o diamante con piú di 24 carati veniva a d´appartenere
direttamente alla Corona Reale Portoghese. E quell´altro oro, o sia, tutto
quello con meno di 24 carati veniva inizialmente e fiscaleggiadamente fuso e
poi direttamente imbarcato per Portogallo.
Arrivano adesso anche dei portoghesi per soltanto installare delle case di fonderie
d´oro e per insomma fiscaleggiare tramite la fusione, tutto l´oro
che c´é o che viene ad essere ritirato in questa zona brasiliana
di Minas Gerais.
Le zone di Vila Real, Vila Rica e Vila Albuquerque riescono a da ammontanare
piú di 100.000 abitanti verso il 1700. Piú che New York o altrá
cittá nordamericana di questa epoca.
Vengono queste cittá perfino isolate da tutte le altre cittá e
fino attorniate con steccate di ferro, poiché nessuna notizia o lettera
dovrebbe venire o andare dal Brasile e solo la Corte Portoghese dovrebbe sapere
dove c´era o non c´era tutto l´oro o diamante. Nessuno cittadino,
dunque, poteva entrare e nemmneno uscire di questa zona senza il loro controllo.
Insomma, il regno portoghese voleva propriamente nascondere da tutto il mondo
questa ricca e inagguagliabile fonte brasiliana d´oro e di diamante.
Ed é da registrare che c´era parallelamente a tutto ció,
la maligna avarizia che comandava anche il commercio degli schiavi africani
che venivano superfatturati dovuto alla sfrenatezza dell´oro come moneta
di scambio e di lucro.
3º atto:
Il terzo atto di questo melodramma dell´oro brasiliano é piú
tragico che mai e succede 70´anni dopo.
Le zone di Vila Real, Vila Rica e Vila Albuquerque a Minas Gerais siccome furono
nascoste dal mondo dovuto alla cupidigia dei diamanti, stanno adesso piú
nascoste e magari piú dimenticate che mai.
Fino la natura non gli riconosce piú. Il fiume, poverino, é lo
stesso ed ancora li.
Da correre e da spumare con le sue stesse sabbie ma senza le pepite d´oro
tra di loro che un giorno brillavano come ´oro´.
Sembra che quello che ne dava vita é assente adesso. L´oro.
Le cittá diventarono povere. La gente se ne fu. Sembra scene di un film
da distruzione con il suolo nudo e colpito dalle scavazioni.
Finisce, dunque un´altro ciclo d´oro - dell´oro - in Brasile.
4º e l´ultimo atto:
Il quarto atto viene fatto di due scene. Una in Brasile e l´altra in Portogallo.
La scena nella Reggia a Lisbona é quella di non ricevere piú l´oro
brasiliano
perché in Brasile l´oro non c´é ne piú.
Dunque, la Tesoreria Portoghese é vuota e il fallimento é a porta.
Anché perché si sa che magari, ´ Chi troppo insacca squarcia
la sacca ´.
Si ferma, allora, tutta la ricostruzione di Lisbona e le industrie che il despota
Marquês de Pombal n´aveva fondato.
E da dove ottenere adesso i soldi che venivano anche con un colore speciale
soltanto dal Brasile?
Perfino l´espulsione dei 500 preti gesuiti e la confisca dei suoi beni
fatta dal tiranno Marquês de Pombal di nulla serve e svanisce cosí
per sempre l´eterno Eldorado Brasiliano.
Appiccicoso e ciarlatano come sempre e magari come nessuna meraviglia dura piú
di tre giorni, l´oro cosí si fermó.
Ed il proprio oro che n´aveva promesso fortuna e felicitá a tutti
quanti, non ha nemmeno rispettato la sua propria parola.
Cosí Portogallo dovrá diventare ancora un piccolo paese e dunque
un giorno degno d´essere soltanto amato.
E la scena in Brasile é questa: É quella quando i coloni che avevano
lavorato coi metalli, come ad una commedia allora, scendono adesso dalle nude
montagne e trovano un´area scoperta e un suolo fertile da lavorare.
O sia, quello che per Portogallo fu una perdita, per il Brasile diventa una
nuova opportunitá di lavoro e di vita.
Di potere scoprire sempre di piú ed in realtá da confermare la
fertilitá e la generositá di questo prodigo suolo brasiliano.
Perché infatti, dovuto ai cicli del legno ( 1500 ), del cotone e dello
zucchero ( 1600 ) sorsero Bahia, Recife, Olinda, Ceará e Maranhão.
Dal ciclo dell´oro ( 1700 ) sorse Minas Gerais. Dalla fuga del re D. João
VI ( 1800 ) per il Brasile con tutta la sua corte sorse il Rio de Janeiro. Dall´impero
del caffè ( 1750-1850 ) sorse la favolosa São Paulo. Dal ciclo
della borraccia ( 1880 ) sorsero Manaus e Belém.
E dal ciclo dell´oro vivo ( 1850 ) o sia, dagli immigranti italiani, tedeschi,
polacchi e poi giapponesi, armeni e slavi sorsero Paraná, Santa Catarina
e Rio Grande do Sul.
Cosí, dall´anno 1500 al 1600, tra Brasile e Portogallo, il Brasile
é la parte che dá, e, Portogallo la parte che fornisce. E ci fornisce
soltanto i suoi funzionari, le navi, i soldati, i coloni, i negozianti e i gesuiti.
Dall´anno 1700 al 1800 l´ago della bilancia pende per il Brasile.
Solo come superficie territoriale, Portogallo ha soltanto 91.000 chilometri
quadrati e il Brasile ne ha 8.500.000 chilometri quadrati.
Il Brasile in questo momento ha piú schiavi negri che la popolazione
di Portogallo con tutti i suoi sudditi. Non si riesce piú a da paragonare.
Con molto o poco oro, con diamante, zucchero, cotone, caffè, metalli
e i bestiami che crescono annualmente, il
Brasile é da tempo che non ha piú bisogno di Portogallo.
É il figlio adesso che sostiene il padre e non mica il contrario o il
che sarebbe normale fino a certo punto o certa età.
Fino per aiutare Lisbona colpita dal grande terremoto del 1 novembre del 1755
alle ore 9 del giorno di tutti i santi, il Brasile invia tre milioni e mezzo
di ´cruzados´ e navi e navi carichi d´oro.
E dal terremoto nasceva un despota. Il despota Marquês de Pombal.
Perció, é soltanto denaroso in Portogallo chi ne ha degli insediamenti
in Brasile.
Ed il Brasile adesso in confronto con la piccola casa lusitana é un mondo.
Ma Portogallo continua con la coscienza di che il Brasile deve essere sempre
il suo dipendente. E mentre gli Stati Uniti in questo momento giá governano
da se, il Brasile non puó mica fabbricare i tessuti neppure costruire
navi o imprimere dei giornali o riviste.
Peró, comincia qui pure il vero spirito del brasiliano, o meglio, il
brasiliano comincia a lottare per le cose e le cause brasiliane, per la sua
nazionalitá tramite un pensiero che diventerá fra mezzo secolo
e su questo medesimo posto la loro propria e storica proclama d´indipendenza.
Finiscono allora le rimesse d´oro per Portogallo installandosi cosí
una grave crisi governamentale portoghese con la caduta del despota Marquês
de Pombal e, pensate, fino l´espulsione fatta da lui di tutti gli indispensabili
gesuiti del Brasile.
Nel 1759, o sia, duecento e cinquant´anni dopo dall´arrivo dei preti
gesuiti in Brasile, questo despota e anche senza testa - o con la testa fatta
dai propri suoi altri - il Marquês de Pombal (qui bisogna sapere differenziare
bene autoritá di tirannia) espulsa nientemeno che 500 preti, chiude 17
collegi gesuiti, 36 missioni gesuitiche, seminari e scuole basiche generando
cosí dei grandi vuoti sulla vita socio-culturale e la pubblica istruzione
brasiliana. Pensava lui coi suoi compagni portoghesi che i gesuiti stavano a
da tendenzare tutta l´educazione e le politiche socio-economiche in Brasile.
Un grosso ritardo allora agli occhi di qualcuno. Come se il Brasile potesse
sempre tolerare dei ritardi e degli sgoverni sulla sua storia. E questo ritardo
storico brasiliano é assai indelebile come ne fu tutto il lavoro dei
gesuiti a favore dello sviluppo della societá brasiliana.
Magari con i ´bandeirantes´, i brasiliani cominciano a da respirare
un´aria di un Brasile ogni volta meno attaccato da Portogallo.
Per le sue proprie gambe, i ´bandeirantes´ vanno acquistando il
Vale do Amazonas, Goiás, Mato Grosso e fino ai confini di Santa Catarina
col Rio Grande do Sul.
Nel 1720 Bartolomeu Paes de Andrade sugerisce al re di Portogallo per aprire
una strada da São Paulo al Rio Grande do Sul passando per Santa Catarina,
perché nonostante il colossale continente che si dimostrava davanti a
tutti, la figura dei vaccari che erano i propri aborigeni del sud brasiliano,
rappresentavano un´altra parte di questo mondo che chiedeva un legame
con tutto il resto del Brasile.
Cosí al sudbrasiliano verso le montagne piú alte di Santa Catarina,
il capo della truppa Antonio Correia Pinto ha fondato nel 1766 la colonia di
Lages, oggi una delle piú importanti cittá catarinesi.
E mentre in questo periodo, verso il 1760 gli Stati Uniti conoscono soltanto
la settima parte del suo territorio, il Brasile avanza giá ai confini
dei suoi propri limiti, allontanandosi sempre di piú della giá
conosciuta impolitica e inabilitá portoghese.
Adesso peró, e innanzi tutto, la stupidaggine e l´imbecillitá
portoghese veramente saltano agli occhi. Immaginate.
Per volersi solo da se e frenare lo sviluppo del Brasile affine di usare della
sua cosidetta e mai bengovernata colonia brasiliana, il regno portoghese obbliga
il consumo in Brasile di prodotti soltanto fatti in Portogallo.
Ad esempio, nel 1775 vengono proibiti da Lisbona tutta una serie di abominazioni:
Nientemeno che la proibizione della produzione brasiliana di cotone, la proibizione
della fabbricazione tessile brasiliana, la proibizione della produzione brasiliana
di sapone e perfino la proibizione brasiliana della produzione d´alcool
affine di forzare i propri brasiliani a bere il vino del ´Porto´.
Cosi comincia a da crescere naturalmente, e si capisce, un pensiero anti-lusitano.
Ma il brasiliano non é per natura un´essere umano radicale o rivoluzionario.
Osserva attento per esempio, il processo d´indipendenza che ora sta a
da succedere negli Stati Uniti dell´America.
E come una romantica cospirazione iniziata dai giovani brasiliani che studiano
in Europa nell´Universitá Francese di Montpellier per la liberazione
brasiliana dal giogo
portoghese, sorge a Ouro Preto-MG, la ´Inconfidência Mineira´.
Magari é da sottolineare che i giovani lo sanno molto bene che spesso
le uniformitá delle cose gli incomodano tanto quanto le stesse novitá
che disturbano i vecchi.
Perció, piú che un movimento intellettuale e socio-politico, la
´Inconfidência Mineira´ é la propria semente e prospettiva
della nozione d´indipendenza brasiliana che viene ad essere deflagratta
con la morte crudele del suo icona, il coraggioso e arrischiato Joaquim José
da Silva Xavier il Tiradentes, squartarato in piazza pubblica semplicemente
perché aveva ingenuamente confessato la sua convinzione naturale degli
ideali di liberazione brasiliana dal giogo portoghese.
Fu nel 21 aprile del 1789 a Rio de Janeiro.
Ed i pezzi del suo corpo furono perfino sparsi e esposti in diversi posti a
Minas Gerais per insomma nel tentativo del Potere Coloniale Portoghese intimonire
le convinzioni di libertá del popolo brasiliano.
Ma assolutamente le scintille di libertá non vengono spente. E non ne
andranno mai.
Tuttavia perché il Brasile con tutti i suoi vicini paesi sudamericani,
dall´Argentina fino alla Venezuela stanno in questo momento pronti per
libertarsi dal giogo europeo.
Certamente é da registrare che la rivoluzione francese fu un evento dirompente
per le culture mondiali, molto più di quanto non fosse avvenuto con la
rivoluzione inglese.
La rivoluzione inglese si era svolta in una regione considerata anche per la
sua lontananza periferica, un'isola per di più . E a parte le difficoltà
pratiche di comunicazione, l'Inghilterra era ancora una nazione non di primo
piano altrettanto remota la rivoluzione nordamericana. La rivoluzione francese
avvenne invece in una delle maggiori potenze europee, come punto di arrivo di
una ideologia riformista che aveva conquistato le varie corti europee prima
di bloccarsi. La Francia, anche dal punto di vista editoriale e culturale aveva
una importanza centrale e una capacità di diffusione delle idee enormemente
maggiore rispetto all'Inghilterra. L'evento rivoluzionario, con cui la borghesia
francese alla fin fine conquistava il potere, con tutti i suoi assestamenti
interni, segnò un momento importante di liberazione su tutto il mondo.
Per la prima volta un sistema socio-culturale e ideologico erano sovvertiti
da: le nazioni acquistavano la consapevolezza che si potevano governare anche
senza re e senza le istituzioni religiose tradizionali.
A metà del XVIII secolo, pochi decenni prima che scoppiasse la rivoluzione,
la Francia, con i suoi 25 milioni di abitanti, era il più popoloso stato
d'Europa, segno evidente di un progressivo miglioramento delle condizioni di
vita della popolazione e di uno sviluppo delle attività economiche. Certo
la Francia, soprattutto dopo la perdita dei territori nordamericani, non aveva
un impero commerciale come quello inglese e non era, come l'Inghilterra, alle
soglie della rivoluzione industriale; tuttavia con le sue colonie delle Antille
controllava più della metà dello zucchero consumato nel mondo
intero, mentre il paese esportava sete, stoffe, arazzi, mobili, prodotti dalle
sue rinomate manifatture, nonché i vini delle sue campagne.
Di
fronte a questi progressi evidenziati dallo sviluppo dei commerci e dalla crescita
della borghesia urbana, permanevano in Francia aspetti di arretratezza ancora
tipici della società feudale. Più dell'80% della popolazione francese
viveva nelle campagne dove dominavano tecniche agricole arretrate. I contadini
lasciavano gran parte della terra incolta e la comunità mandava il suo
sparuto gregge a pascolare sul maggese dell'anno. Si mieteva col falcetto, si
batteva il grano sotto gli zoccoli del bestiame; assai più spesso dell'aratro
a versoio era l'antico aratro di legno tirato da un bue che scalfiva quella
terra così poco redditizia. A frenare lo sviluppo delle attività
agricole e commerciali contribuiva anche la caotica suddivisione amministrativa
del regno con le molteplici circoscrizioni giudiziarie, militari, finanziarie,
ecclesiastiche, spesso non coincidenti tra loro. Le imposte variavano da regione
a regione (se non da città a città); per non parlare della miriade
di pedaggi locali e della disparità delle unità di peso e misura.
La società e le istituzioni della Francia prima della rivoluzione vengono
indicati con l'espressione di ancien regime. La prima caratteristica dell'ancien
regime francese era la persistenza nelle campagne di rapporti di tipo feudale.
Nel Settecento, circa il 40% delle terre era ancora proprietà dell'aristocrazia
e del clero, che imponevano ai contadini tutta una serie di corvées e
tributi in natura o in denaro. Anche le attività artigianali e manifatturiere
erano controllate da molteplici corporazioni di origine medioevale che frenavano
la mobilità della mano d´opera e le innovazioni tecniche.
La seconda caratteristica dell'ancien regime era costituita dagli squilibri
fra i tre ordini sociali: nobiltà, clero e "terzo stato"; quest'ultimo
comprendeva tutti coloro che non erano né nobili né ecclesiastici
(artigiani, mercanti, professionisti, contadini). Nobiltà e clero godevano
di numerosi privilegi: erano esentati dal pagamento di molte imposte statali
e potevano accedere a tutte le cariche pubbliche di maggior prestigio.
Forti differenze erano presenti anche all'interno dei tre ordini. All'interno
della nobiltà esistevano differenze tra la ricchissima aristocrazia di
corte, la potente aristocrazia "di toga", cioè i funzionari
della burocrazia statale, e la piccola nobiltà di campagna, a volte al
limite della povertà. Anche all'interno del clero erano nette le differenze
tra i prelati maggiori e i parroci di campagna che vivevano stentatamente come
i poveri. Il terzo stato, poi, comprendeva sì i contadini e braccianti
che conducevano una dura vita di sacrifici, ma anche gli artigiani e i bottegai,
i professionisti e i ricchi commercianti e industriali delle città. Il
terzo aspetto dell'ancien regime era l'assolutismo. La Francia, anche dopo la
morte di Luigi XIV, era rimasta il più perfetto esempio di monarchia
assoluta. Tuttavia nel corso del Settecento, durante i regni di Luigi XV e di
Luigi XVI, il potere assolutistico si era indebolito e i parlamenti provinciali,
controllati dall'aristocrazia di toga, avevano ripreso a rivendicare il loro
diritto di controllo sulle decisioni e sulle leggi approvate dal sovrano.
La rivoluzione che scoppiò in Francia nel 1789 fu in gran parte la conseguenza
di tensioni che si erano accumulate nella società dell'ancien regime,
e che agitavano soprattutto il terzo stato. Forte era, in particolare, il malcontento
della borghesia, la quale, nonostante il suo crescente peso economico, continuava
a essere esclusa dalle cariche pubbliche (amministrazione, esercito, giustizia)
riservate solo all'aristocrazia. I borghesi non accettavano che la carriera
di un individuo dipendesse più dalla sua nascita, dal suo "sangue",
che dalla ricchezza e dal talento. Questa situazione risultava tanto più
ingiusta se si pensa che il peso delle finanze statali gravava quasi totalmente
sulle spalle del terzo stato, perché nobiltà e clero erano esentati
dal pagamento di numerose tasse. Inoltre la notevole frammentazione giuridica
e amministrativa del regno, la presenza di molteplici barriere doganali, la
disparità del prelievo fiscale nelle diverse regioni ostacolavano quei
commerci e quelle attività industriali che costituivano la principale
fonte di ricchezza della borghesia. Pochi mesi prima dello scoppio della rivoluzione
si sintetizzava il malcontento del terzo stato: "Che cos'è il terzo
stato? Tutto. Che cosa ha rappresentato finora nell'ordinamento politico? Nulla.
Che cosa chiede? Di diventare qualcosa". In questa situazione la borghesia
era sempre più influenzata dalle idee politiche degli illuministi, che
criticavano le ingiustizie dell'ancien regime e dell'assolutismo e proponevano
una società basata sull'uguaglianza di tutti i cittadini e sulle libertà
politiche ed economiche.
La crisi della Francia era resa più acuta dalle difficili condizioni
di vita dei contadini, gravati da una serie di obblighi e tasse di natura ancora
feudale. Oltre alla decima per il clero, vi erano i diritti che il contadino
pagava al signore in natura o in denaro e in certi casi anche l'obbligo di svolgere
lavori gratuiti per i nobili. Su queste tensioni sociali si innescò una
grave crisi economica che colpì la Francia negli anni immediatamente
precedenti la rivoluzione. Nel 1788 c'era stato uno dei peggiori raccolti di
grano degli ultimi cinquant'anni cui seguì una grave carestia, provocando
un notevole aumento del prezzo del pane. Con la crisi agricola si verificò
anche una drastica riduzione delle vendite di manufatti artigianali e quindi
una forte disoccupazione di artigiani e operai.
A questa crisi economica si sommava la crisi finanziaria che aveva colpito la
Francia dopo la guerra dei Sette anni. Infatti il paese, uscito sconfitto, aveva
dovuto pagare un altissimo costo finanziario; la conseguenza era stata una crescita
vertiginosa del debito pubblico. Per risolvere questa situazione, Luigi XVI
aveva affidato il ministero delle finanze a un banchiere, Jacques Necker, il
quale aveva proposto di far pagare le tasse anche alla nobiltà e al clero
e nello stesso tempo di alleggerire il peso fiscale che gravava sui contadini,
in modo da favorire l'afflusso dei loro risparmi per rimodernare l'agricoltura
e acquistare manufatti. Ben presto Necker fu licenziato per l'opposizione di
diversi Parlamenti provinciali controllati dalla nobiltà e dal clero,
che non accettavano le nuove leggi fiscali.
Per imporre al sovrano il mantenimento dei loro privilegi la nobiltà
e il clero francesi chiesero la convocazione degli Stati generali, cioè
l'assemblea dei rappresentanti dei tre ordini sociali (nobiltà, clero
e terzo stato) che non era stata più convocata dal 1614. Alla loro apertura,
avvenuta il 5 maggio 1789, gli Stati generali furono caratterizzati dallo scontro
dei deputati dei tre ordini riguardo a un problema carico di valore politico:
la nobiltà e il clero chiedevano che si votasse per ordine, perché
così avrebbero avuto due voti contro uno del terzo stato; invece i rappresentanti
di quest'ultimo chiedevano che si votasse per testa, perché erano in
numero superiore ai delegati degli altri due ordini, in quanto rappresentanti
della maggioranza del popolo francese.
Di fronte al rifiuto degli altri due ordini, i delegati del terzo stato compirono
il primo atto rivoluzionario: si proclamarono Assemblea nazionale rappresentante
del popolo, e dichiararono che qualsiasi imposta non autorizzata dall'Assemblea
doveva considerarsi nulla. Poiché Luigi XVI fece chiudere dalle guardie
la sala dove si riuniva l'Assemblea, i rappresentanti del terzo stato si trasferirono
in una sala adibita al gioco della pallacorda e il 20 giugno giurarono di non
separarsi fino a quando non avessero formulato una Costituzione (fu il cosiddetto
"giuramento della pallacorda"). Poiché numerosi esponenti del
clero e della nobiltà si erano uniti al terzo stato, il re alla fine
fu costretto a ordinare a tutti i deputati di trasferirsi nella nuova Assemblea
nazionale.
Ma la disponibilità del re era solo apparente e il sovrano si preparava
a sciogliere l'Assemblea con la forza. La rivoluzione parlamentare era sul punto
di essere soffocata dalle truppe, quando entrò in scena il popolo parigino.
Da mesi esasperata per l'aumento della disoccupazione e il rincaro crescente
del pane, il 13 luglio la folla di Parigi insorse, prese le armi e innalzò
barricate nelle strade della città. Intanto l'Assemblea nazionale costituì
una Guardia nazionale, un corpo di volontari armati che aveva il compito di
difendere l'Assemblea, ma anche di controllare le sommosse popolari. Il giorno
seguente, il 14 luglio, la popolazione parigina diede l'assalto e prese la Bastiglia,
la fortezza che serviva da carcere per i prigionieri politici e che agli occhi
del popolo era il simbolo dell'odiato assolutismo regio. Il re fu costretto
a riconoscere una nuova amministrazione per il comune di Parigi e la Guardia
nazionale.
Pochi giorni dopo la presa della Bastiglia, nelle campagne francesi scoppiarono
rivolte di contadini che assalirono castelli, bruciarono gli odiati documenti
feudali e in alcuni casi uccisero i signori. Il diffondersi della ribellione
contadina spinse i delegati dell'Assemblea nazionale a dichiarare decaduti tutti
i privilegi, a proclamare l'uguaglianza fiscale di tutti i concittadini e ad
abolire i diritti feudali.
E magari i fenomeni sulla storia si ripetono.
Quello che duranti anni se ne perde con prudenza e indifferenza, la violenza
brutale ne riesce in un attimo.
Quello secondo figlio dell'avvocato còrso Carlo Maria Buonaparte (Napoleone
muterà il cognome in Bonaparte durante la campagna d'Italia) e di Letizia
Ramolino, proveniva dalla piccola nobiltà locale che aveva seguito Pasquale
Paoli nella sua lotta per l'autonomia dell'isola. Frequentò il collegio
militare di Brienne, nella Champagne, per poi passare alla scuola militare di
Parigi, dove ottenne il grado di sottotenente d'artiglieria (1785). Condivise
gli ideali di libertà e di eguaglianza della Rivoluzione Francese, al
cui scoppio rientrò in Corsica, ricoprendo la carica di tenente colonnello
della Guardia nazionale còrsa. Quando nel 1793 la Corsica dichiarò
la propria indipendenza, Napoleone, considerato patriota francese e repubblicano,
dovette rifugiarsi in Francia.
Poco dopo, ormai pienamente convinto dell'impossibilità dell'attuazione
del progetto di liberazione della Corsica, gli si presentò la sua prima
occasione di farsi strada tra i ranghi dell'esercito francese poiché
la popolazione del sud della Francia era insorta contro la Convenzione e i rivoltosi,
appoggiati dagli inglesi e dai monarchici si erano impossessati di Lione e Marsiglia.
Qualche giorno dopo anche Tolone aprì le porte agli inglesi e Parigi
decise dunque di inviare il generale Carteaux per liberare la città.
Ma l'operazione non ebbe ottimi risultati a causa delle scarse qualità
dell'alto ufficiale e proprio in quei giorni, Napoleone, che già apparteneva
alla guarnigione di Nizza, si sentì offrire dal suo amico e compatriota
Saliceti il comando dell'artiglieria a Tolone. Il suo progetto per liberare
la città fu chiaro fin dall'inizio e il nuovo generale Dugommier, sostituto
di Carteaux, non oppose alcun freno al giovane ufficiale corso. In breve tempo
conquistò il forte di Eguillette e da lì con l'artiglieria seppe
aprire la strada ai soldati francesi, che il giorno dopo, entrarono vittoriosi
a Tolone.
Grazie alla straordinarietà dell'impresa che nasceva dalle sue innate
doti tattiche, Napoleone, a soli 24 anni, venne promosso generale di brigata.
In seguito alla vittoria riportata a Tolone, per Napoleone si apriva una strada
tutt'altro che facile in quanto sorsero nuovi problemi politici che lo portarono
alla carcerazione nel 1794 a causa di un probabile progetto liberticida organizzato
con il fratello del tiranno Robespierre. Napoleone venne cancellato dall'albo
dei generali e, uscito dal carcere, visse un periodo di crisi fino al 1795.
Ma fu ancora una volta la rivoluzione a offrirgli "la grande occasione"
poiché, approfittando della morte di Robespierre i filomonarchici parigini
si erano insediati nuovamente nella Convenzione pronti a rovesciarla e ciò
portò nel 1795 allo scoppio della rivolta. Intervenne allora il generale
Barras che, avendo notato le speciali doti militari di Napoleone dimostrate
a Tolone, non esitò ad affidargli l'incarico. Bonaparte ordinò
subito ai suoi soldati di sparare sui parigini davanti alla chiesa di S. Rocco
dimostrando che in lui "la voce dell'ambizione era più forte di
quella della coscienza". La Convenzione era salva e i monarchici avevano
subito un duro colpo, ma il maggior beneficiario di tale vittoria fu di sicuro
il giovane generale di brigata che si meritò prima la nomina di generale
di divisione e, dieci giorni dopo, quella di capo dell'Armata dell'Interno.
La prima campagna d'Italia
Nello stesso anno sposò Giuseppina di Beauharnais, vedova di un aristocratico
ghigliottinato durante la Rivoluzione.
Ella era stata costretta a consegnare la spada del suo defunto marito a causa
dell'ordine di disarmo della popolazione parigina emanato dal direttorio, ma
il giovane Napoleone, con un gesto galante, gliela fece restituire. Da qui nacque
l'amore tra i due che partirono per il consueto viaggio di nozze. Ma la luna
di miele durò pochi giorni in quanto Napoleone ottenne la nomina a comandante
dell'armata d'Italia con l'ordine di raggiungere subito il suo posto di comando.
Arrivato a destinazione Napoleone trovò una certa aria di diffidenza
da parte degli altri generali come, in particolare, Augereau che aveva promesso
che "con lui avrebbe usato le maniere forti". Ma il giovane Bonaparte
si impose subito impartendo ordini ben precisi e perentori ai quali nessuno
osò replicare tant'è che al termine della prima riunione di vertice
lo stesso Augereau disse: "Questo piccolo generale corso mi ha messo paura!".
Egli era diventato già l'idolo dei soldati poiché era in grado
di trasmettere quella carica morale indispensabile prima della battaglia. Nel
frattempo in tutta l'Europa si stava attuando una politica di alleanza con la
Francia vista l'enorme potenza della Grande Armèe e sia l'Inghilterra
sia la Russia di Paolo I tentarono di avviare nuove trattative con il Direttorio.
Perciò il nemico numero uno da sconfiggere rimaneva soltanto l'Austria
e Napoleone l'attaccò senza indugiare. L'austriaco Beaulieu, generale
dell'esercito avversario, fu battuto in pochi giorni dall'esercito di Napoleone,
che, con metà delle truppe rispetto a quello austriache, riuscì
a conquistare Nizza e la Savoia, costringendo anche i piemontesi alla resa.
Pur con un esercito mal equipaggiato, Napoleone seppe far leva sullo spirito
rivoluzionario e patriottico dei soldati e portò a effetto un'azione
fulminea contro gli austro-piemontesi, sconfiggendoli a Cairo Montenotte, Lodi,
Arcole e Rivoli, e costringendo così il Piemonte all'armistizio di Cherasco
(28 aprile 1796). In seguito conquistò Modena, Reggio, Bologna e Ferrara,
che riunì nella Repubblica Cispadana (15 ottobre 1796), e prese Mantova,
ultima fortezza austriaca (febbraio 1797). Gli stati italiani mostrarono tutta
la loro debolezza di fronte all'arrivo dei francesi anche se poco prima di quella
data vi era stato, sotto la spinta del regno di Sardegna di Vittorio Amedeo
III, il tentativo di formazione della prima "lega Italiana" per far
fronte alle super potenze europee, ma il progetto era fallito malamente per
la titubanza di alcuni stati e soprattutto del re di Napoli che rimase terrorizzato
alla vista delle prime navi francesi all'orizzonte.
Nel frattempo gli austriaci stavano subendo dure sconfitte non solo da sud,
ma anche da nord dove i generali francesi Hoche e Moreau stavano tentando di
impossessarsi della riva sinistra del Reno, obiettivo sempre ambito e desiderato
da Napoleone. Egli allora tentò di anticipare i colleghi e nella primavera
del 1797 puntò su Vienna, ma la precarietà della situazione nel
Veneto, dove gli austriaci fomentavano sollevazioni antifrancesi, lo indusse
all'armistizio di Leoben (aprile 1797), poi sfociato nel trattato di Campoformio
(17 ottobre 1797).
L'accordo prevedeva che l'Austria entrasse in possesso dei territori della Repubblica
di Venezia, mentre la Lombardia, gran parte dell'Emilia e della Romagna e i
territori della Repubblica Cispadana furono uniti nella Repubblica Cisalpina.
Ancora una volta i patrioti italiani rimasero ampiamente delusi poiché
i loro sogni e i loro sforzi per la nascita di un'Italia unita erano infranti
e con essi il principio di libertà e sovranità popolare affermatosi
durante la Rivoluzione Francese.
In seguito le truppe francesi invasero il Lazio e occuparono Roma, fondando
la Repubblica Romana (15 febbraio 1798). Più tardi venne proclamata (il
23 gennaio 1799) dai giacobini napoletani la Repubblica Partenopea che durò
soltanto pochi mesi. Il territorio fu presto riconquistato dal re Ferdinando
di Borbone, aiutato dalla flotta inglese e dalle bande di contadini sanfedisti
assoldate dal cardinale Fabrizio Ruffo. L'ultimo problema lo forniva Genova
nella quale Napoleone tentò di favorire la crescita di un forte partito
giacobino e, visto che il progetto fallì amaramente, al generale non
rimase altro che imporre con la forza una costituzione che in realtà
mascherava il protettorato francese.
Come si legge in alcuni documenti storici il progetto di Napoleone era molto
profondo: "Voleva stringere nelle proprie vele il vento impetuoso del movimento
nazionale italiano, aveva in animo di utilizzare gli entusiasmi dei patrioti
per costruire il sistema delle repubbliche sorelle e satelliti". Tutto
ciò avvenne ancora una volta, come durante il dominio dell'ancien regime,
a discapito dei patrioti italiani poiché i popoli erano ancora merce
di scambio tra i potenti della terra e l'obiettivo principale del Direttorio
rimaneva sempre quello di espandere i territori francesi in quelle regioni nelle
quali esisteva una forza politica in grado di trasformarle in "repubbliche
sorelle".
Fu proclamata il 27 dicembre 1796 dai deputati delle città di Bologna,
Ferrara, Modena e Reggio, riuniti a Reggio Emilia per decisione di Napoleone.
In quella circostanza fu adottato come bandiera il tricolore (verde, bianco
e rosso). Nel congresso di Modena (21 gennaio 1797), a cui parteciparono anche
deputati di Massa, Carrara e Imola, fu approvata la costituzione sul modello
di quella francese del 1795, e deliberata la formazione del governo.
Tuttavia Napoleone avvertiva una certa aria di diffidenza nelle autorità
governative e propose allora una nuova impresa: la conquista dell'Egitto. Tale
impresa aveva il pretesto di distruggere la potente armata inglese sia militarmente
sia economicamente tagliando il passaggio obbligato verso la colonia indiana.
Giunto in Egitto attaccò l'armata dei mamelucchi e la vinse in poche
ore di combattimento; nel mentre, però, il comandante inglese Nelson
distruggeva la flotta francese giunta in Egitto, rendendo così "prigioniero"
Napoleone della sua stessa conquista. Egli allora seppe mantenere la calma anche
se la situazione non era delle più rosee essendo intrappolato in Egitto
e si dedicò all'organizzazione di tale stato, ma, quando venne a sapere
dell'intenzione turca di portare un attacco proprio in Egitto, decise di compiere
una missione militare in Siria che durò circa un anno, senza un esito
definitivo. Al termine della battaglia le decimate truppe francesi furono in
grado di tornare in Egitto e di vincere, sotto il comando di Napoleone, le armate
Turche che si erano messe subito all'inseguimento dell'esercito Francese.
Spetta alla spedizione di Bonaparte nel 1798 la gloria della riscoperta dell'Egitto.
Le ripercussioni culturali di quest'avventura hanno assai più vasto successo
che i suoi successi militari e lo stesso Bonaparte promosse fortemente tale
spedizione, probabilmente per accrescere la sua fama. La fondazione di archeologi
creata sarà di grande importanza sia per la scoperta dell'antico Egitto
sia per lo sviluppo delle popolazioni arabe; il primo successo importante arriva
dalla scoperta della "stele di Rosetta" da parte di un anonimo soldato.
Tale stele riporta tre scritture: una in corsivo tardo antico, una in geroglifico
e una in greco: è stato facile così decifrare finalmente il geroglifico.
Certamente Napoleone non si accontentava delle pure scoperte archeologiche,
ma colse l'occasione per pubblicare diverse opere riguardanti la campagne d'Egitto
tra le quali la più importante è "la descrizione dell'Egitto"
che riporta anche numerose cartine e illustrazioni dell'impresa napoleonica;
purtroppo per l'imperatore tale opera verrà pubblicata soltanto nel 1822,
un anno dopo la sua morte.
L'avventura egiziana però fu presto interrotta. Lentamente i filomonarchici
parigini prendevano sempre più piede in Francia e durante l'elezione
del marzo-aprile 1797 conquistarono la maggioranza nel consiglio degli Anziani
e nel Consiglio dei Cinquecento intenti a restaurare un regime di semi-monarchia.
Inoltre a Parigi erano sorti problemi nuovi. I parigini, che con il sangue della
rivoluzione avevano voluto fondare una nuova Francia, si trovano a combattere
contro il comportamento corrotto e negativo tenuto dai capi del Direttorio:
Sieyès, Ducos, Barras, Moulin e Gohier. Napoleone tornato in Francia,
vedendo la possibilità di iniziare la sua scalata al potere, si alleò
con Sieyès e Ducos, Barras si dimise e gli altri due capi del direttorio
rimasero così in minoranza. Il suo progetto era chiaro ed inquietante.
Infatti, egli fin dall'inizio aveva mostrato il desiderio di imporre il suo
comando personale in Francia e addirittura, al contrario dei monarchici, non
era propenso a sviluppare alcuna politica di pace.
I tre alleati decisero più tardi di comune accordo di trasferire la sede
del direttorio fuori Parigi per evitare interventi di carattere popolare. Da
questo momento in poi la strada per il colpo di stato era pronta. Il consiglio
dei Cinquecento non vedeva di buon occhio Napoleone, dopo un tentativo di pestaggio
nei suoi confronti e nonostante stessero votando per un procedimento giudiziario
a suo carico, il giovane generale, con l'appoggio del fratello che aveva il
compito di simulare un attentato nei sui confronti così da sollevare
una rivolta militare, riuscì a scacciare i cinquecento rappresentanti
francesi e a fondare una sorta di triunvirato con i suoi due sostenitori, anche
se, poco dopo, si fece eleggere Primo Console in assoluto, velando la presenza
di Ducos e Seyes. Venne modificata di proposito la costituzione repubblicana,
detta dell'anno VIII, che assegnò il potere esecutivo ad un Consolato,
mentre quello legislativo fu assicurato alla ricca borghesia attraverso un macchinoso
sistema di organi rappresentativi; si tornò ad un apparato statale accentratore.
La Repubblica, dopo aver rinnegato con il colpo di stato il principio del governo
rappresentativo e democratico, entrava risolutamente, su piano internazionale,
sulla via dell'imperialismo e calpestava "il diritto dei popoli di decidere
di se stessi", che essa aveva solennemente affermato nel 1790.
Napoleone è tra i primi a capire l'importanza della stampa come strumento
di governo e arma da guerra. La massima attenzione viene da lui dedicata ai
giornali, probabilmente perché fin da giovanissimo è stato testimone
dell'enorme efficacia della stampa in epoca rivoluzionaria. Fin dalle prime
campagne, Bonaparte ha cura che escano giornali destinati alle sue truppe, ma
anche ai nuovi paesi occupati e, persino, alle popolazioni arabe d'Egitto. Napoleone
attua una fortissima censura nei confronti della stampa e nel 1800 fa chiudere
più di cinquanta redazioni giornalistiche soltanto a Parigi, mentre sulle
rimanenti esercita un forte controllo attento a non far diffondere alcuna idea
rivolta contro la repubblica o contro i paesi alleati.
La "cultura" del giornale diventa per Napoleone un punto di forza
della sua politica tant'è che rende obbligatoria la lettura del Moniteur,
bollettino ufficiale dell'imperatore, nelle scuole superiori. In questo giornale
sono contenute le parole dirette di Napoleone che spesso si celava dietro l'anonimato
e i bollettini ufficiali di guerra nei quali si minimizzavano le sconfitte e
si ingigantivano le vittorie.
Ma la politica di diffusione della cultura non riguarda solo i giornali, ma
anche il teatro che subisce una drastica riduzione di spettacoli, a causa del
loro negativo effetto sulla figura dell'imperatore o della Francia. Napoleone
attua così una vera e propria campagna pubblicitaria favorendo ogni forma
di manifestazione culturale in suo onore e censurando drasticamente le altre.
Napoleone non abbandonò però la politica internazionale. Gli Austriaci
costituivano ancora un forte pericolo soprattutto in Italia dove avevano ancora
il controllo di buona parte della pianura padana. La seconda campagna d'Italia,
durata soltanto due mesi, portò alla sconfitta austriaca e alla conquista
definitiva del nord Italia da parte della Francia. I nemici attendevano l'esercito
napoleonico al passo del Cenisio, ma il generale si rese subito protagonista
di una storica impresa sorprendendo tutti nel passare attraverso il valico del
San Bernardo. Nella discesa in Italia il potentissimo forte di Bard venne costretto
alla resa, improvvisando per fanteria e cavalleria un piccolissimo passaggio
attraverso un sentiero scavato nella roccia che aggirava le posizioni. Per l'artiglieria
attese la notte e mosse i cannoni solo dopo aver ricoperto le loro ruote con
la paglia per non creare rumori sospetti. L'attacco a sorpresa fu l'arma vincente.
Entrò poi a Milano ed in seguito si diresse verso Marengo dove ebbe luogo
lo scontro decisivo con gli Austriaci. Fu uno scontro incerto e sanguinoso e
alle ore tre del pomeriggio del 14 giugno del 1800 Napoleone sembrava aver perso,
ma l'intervento immediato e risolutore del generale Desaix cambiò il
volto della battaglia essendo arrivato direttamente da Parigi con forze fresche.
Così il comandante Austrico, che era già partito per Alessandria
a dare la notizia della vittoria austriaca, dovette tornare indietro ad assistere
impotente alla disfatta. Il valoroso e decisivo Generale Desaix venne ferito
a morte durante gli scontri e le sue ultime parole, rivolte al primo Console
Napoleone, rimpiangevano il fatto di aver agito troppo poco per passare alla
storia della Francia.
L'obbiettivo di Napoleone non era soltanto quello di distruggere l'Austria.
Infatti, con l'appoggio del Direttorio l'esercito francese conquistò
Roma, considerata da sempre un punto nevralgico se "si voleva rendere vassalla
l'Italia". L'altro obiettivo fu poi la Svizzera che in poco tempo venne
posta sotto il controllo dell'esercito francese e le sue istituzioni aristocratiche
presenti nei cantoni vennero eliminate.
Napoleone non è solo una "macchina da guerra" è anche
un abile politico come ha dimostrato al rientro dalla seconda campagna d'Italia.
Prima di partire aveva emanato una circolare con la quale dichiarava: "Il
Governo non vuole più, non riconosce più i partiti: vede in Francia
soltanto i francesi". In base a queste parole sviluppò le sue azioni
successive e proprio nel periodo compreso tra l'elezione a console ed il 1804,
data in cui venne promulgata la costituzione imperiale, egli riuscì ad
esprimere il meglio di se stesso da un punto di vista politico. Sulla base della
brutta esperienza di Luigi XIV, che aveva sempre davanti agli occhi, Napoleone
seppe ascoltare i consigli degli uomini che avevano amministrato lo stato durante
la rivoluzione che di certo, come ammetteva lo stesso Bonaparte, "ne sapevano
più di lui". Con il consenso del consiglio di Stato, l'organo più
attivo durante il nuovo regime, Napoleone promulgò il Codice civile che
sanciva la scomparsa della aristocrazia feudale e garantiva la libertà
personale, l'uguaglianza davanti alla legge, la laicità dello stato,
la libertà di coscienza e la libertà di lavoro.
Tuttavia il governo di Napoleone risultava sempre più impopolare e non
era più sostenuto né dagli aristocratici né dai giacobini,
mentre la borghesia non vedeva di buon occhio il nuovo Direttorio poiché
favoriva "scandalosi" guadagni ottenuti con la guerra e non assicurava
una pace in grado di accrescere le sue possibilità di commercio. In seguito
alle elezioni del 1798 nelle quali vinsero i giacobini, il governo fu ancora
una volta costretto al colpo di stato annullando l'elezione di 98 deputati giacobini
e testimoniando così che il Direttorio era soltanto una maschera dietro
la quale si celava il regime autoritario di Napoleone.
Esso è stato redatto dalla borghesia, vale a dire da una classe possedinte
e ricca che analizzava tutti gli aspetti della vita, e ciò è evidente
anche nel codice, sotto l'angolo visuale della proprietà come diritto
assoluto, indiscutibile, inviolabile e sacro.
Proprietà privata: consacra l'abolizione del feudalesimo e l'affrancamento
della terra esaltando la proprietà fondiaria.
Organizzazione della famiglia: ribadisce la secolarizzazione del matrimonio
e del divorzio. Per quanto riguarda la figura della donna il codice compie un
enorme passo indietro poiché la considera direttamente ed incondizionatamente
subordinata al marito, non può percepire stipendio ed non ha alcun diritto
di chiedere la separazione dei beni. Era scomparso il principio rivoluzionario
di eguaglianza.
Napoleone avverte a questo punto che il piano riorganizzativo dello stato francese
abbisognava non solo di armi e di abilità politica, ma anche di quell'elemento
che Machiavelli chiamava "forte collante per le coscienze popolari":
la religione. La rivoluzione aveva rotto i buoni rapporti con la Santa Sede
Romana a causa di sospetti legami con la monarchia francese. Anche Bonaparte,
durante la prima campagna d'Italia era stato molto duro con il Vaticano, sottraendogli
numerosi territori, tra i quali Avignone, e permettendo che Papa Pio VI morisse
in carcere come un prigioniero. Ma l'abile statista si accorse che i rapporti
con il cattolicesimo andavano ristabiliti, altrimenti le coscienze umane sarebbero
diventate un imbattibile nemico e avrebbero ostacolato le sue azioni. Inviò,
allora, suo fratello Giuseppe come ambasciatore alla Santa sede per tentare
di raggiungere un concordato. Le operazioni furono lunghe, ma, dopo due mesi,
si giunse ad un accordo: il Concordato del 1801. In seguito il documento venne
presentato alle Assemblee per l'approvazione e, nel 1802 per testimoniare la
pace raggiunta tra Stato Francese e Chiesa Cattolica, Napoleone presenziò
alla S. Messa nella cattedrale gotica di Notre Dame celebrata alla presenza
di venti vescovi con la partecipazione del legato del Pontefice, Cardinale Caprara.
L'importanza ed il motivo di tale azione da parte di Napoleone si può
riassumere con le sue stesse parole: "Una società senza religione
è come un vascello senza bussola."
Questo patto fu l'Accordo concluso tra Napoleone Bonaparte, primo console, e
papa Pio VII allo scopo di regolare i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica
in Francia e di riportare la pace religiosa nel paese dopo la crisi seguita
alla Rivoluzione. In base ad esso lo Stato riconosceva il cattolicesimo come
la "religione della maggioranza dei francesi" e consentiva il ristabilimento
dell'autorità pontificia in Francia. Lo Stato francese si riservava la
facoltà di nominare i vescovi e di provvedere al mantenimento del clero,
mentre il papa manteneva il potere di consacrare i vescovi e rinunciava alle
proprietà della Chiesa confiscate durante la Rivoluzione.
Ormai la strada verso il potere era spianata. Lo sfarzo di cui Napoleone si
circondava a corte era gradito dal popolo dopo anni di carestie e miserie. Il
Senato lo nominò prima Console per dieci anni e, poco dopo, Console a
vita. I suoi nemici a questo punto tentarono di giocarsi le ultime carte, ma
il principale cospiratore, il duca di Condè, fallì il colpo di
stato e a farci le spese fu un suo lontano parente, il duca di Enghien. La fucilazione
del giovane duca aveva evidenziato i moti cospiratori alla spalle del Console,
il quale acquistò così sempre più potere. Nel 1804 il senato,
dopo una lunga riunione, decise di affidare il comando della repubblica Francese
a Napoleone Bonaparte, imperatore ereditario, che venne riconosciuto tale anche
dalla rinnovata Costituzione francese. Dopo il successo riscosso in patria ed
al termine del suo giro in Europa, Napoleone "invitò" (costrinse)
il papa a giungere a Parigi per essere incoronato ufficialmente imperatore dei
francesi. Il piccolo Corso era fiero di superare l'esempio di Carlo Magno, il
quale si era dovuto recare a Roma per ricevere l'incoronazione, mentre, in questo
caso, fu il Papa ad andare a Parigi. I preparativi furono molto lunghi perché
bisognava allestire "il più grande spettacolo della storia".
Ci fu un attimo di suspance quando il Papa venne a sapere del matrimonio civile
di Napoleone con Giuseppina, per cui i due dovettero ricevere la consacrazione
religiosa in fretta e furia. Quando tutta la coreografia fu pronta il Papa diede
inizio ad un'interminabile funzione religiosa che portò alle ore 19 del
2 dicembre del 1804 alla consacrazione del titolo Imperiale di Napoleone. Al
termine della S. Messa napoleone si ritirò nelle sue stanze private e
per alcune settimane dovette sottostare (atteggiamento che non gli era familiare)
agli sfarzosi festeggiamenti organizzati da Giuseppina, la quale aveva perso
letteralmente la testa per la nomina ad imperatrice.
Sostenuto dagli elementi più filomonarchici del suo apparato, riprese
la politica centralizzatrice dell'Ancien Régime: rafforzò la burocrazia
sia a livello nazionale sia a livello dipartimentale, individuando nella figura
del prefetto, posto a capo del dipartimento, l'elemento fondamentale a garanzia
dell'accentramento; semplificò il sistema giudiziario e riorganizzò
il sistema scolastico con particolare attenzione alla scuola secondaria (fondamentale
fu la nascita del liceo, che doveva formare la futura classe dirigente) e all'università.
L'opera sociopolitica di Napoleone continua anche in campo religioso. Nel 1806
viene posto in circolo nella diocesi di Francia un "Catechismo comune"
secondo il quale tra i doveri del buon cristiano doveva esserci anche l'amore
di patria, il pagamento dei tributi, il servizio militare e l'obbedienza al
trono di Francia. Napoleone deve essere servito e onorato come Dio e chi non
attende a codesto servizio è destinato alla dannazione eterna. In omaggio
del dittatore, addirittura venne inserito nell'almanacco la festa di S. Napoleone,
nome assente negli Acta Sanctorum. Il qual disguido genera lo stupore dei fedeli,
anche se venne prontamente smorzato dagli abili collaboratori dell'imperatore
che ritrovarono tale nome in un ufficiale romano martirizzato all'epoca di Diocleziano,
la cui immagine apparì ben presto su tutte le vetrate delle più
importanti strutture. Il compleanno di Napoleone, 15 Agosto, oscurò la
festa dell'Assunzione di Maria, mentre la festa pagana della presa della Bastiglia
venne sostituita da San Napoleone.
Napoleone non perse di vista però i suoi obiettivi militare e proprio
in questo periodo partorì l'idea dell'invasione dell'Inghilterra. Nonostante
le numerose forze spiegate lungo il Canale della Manica, a causa del cattivo
risultato dell'operazione navale dal generale Villeneuve chiuso a Cadice dall'astuto
generale inglese Nelson, il progetto fallì ancor prima di cominciare
perché la flotta inglese comandata da Nelson era troppo forte per consentire
lo sbarco dei Francesi nel sud dell'Inghilterra. Napoleone non si perse d'animo
e concentrò le sue forze contro la nuova coalizione anti-francese capeggiata
dall'Austria. Il genio tattico dell'imperatore era basato soprattutto sulla
velocità di spostamento delle truppe che ben presto si diressero verso
il fronte austriaco proprio nel momento in cui giunse la notizia della sconfitta
della flotta francese di Villeneuve a Trafalgar, poco lontano da Cadice nella
quale perse la vita anche il valoroso generale inglese Nelson che aveva già
causato grossi problemi a Napoleone.
Superato lo spavento momentaneo, l'imperatore seppe organizzare la campagna
del 1805 che costituisce il suo capolavoro tattico. Avendo compreso che l'Italia
settentrionale era per l'Austria un territorio di vitale importanza strategica,
Napoleone vi inviò Massena, il migliore dei suoi marescialli, ordinandogli
di assumere una condotta offensiva malgrado disponesse della metà dell'esercito
austriaco. Riuscì così ad inchiodare le forze nemiche e a catturare
50000 soldati in Baviera. Poi riuscì ad attirare il rimanente esercito
austriaco in un territorio di battaglia presso Austerliz, che il grande generale
aveva già studiato. All'inizio degli scontri l'esercito francese si dispose
sulla difensiva invogliando i Russi ed Austriaci ad attaccare e a tentare di
circondare la Grand Armèe disposta sull'altopiano del Pratzen. Ma proprio
quando gli avversari sembravano avessero la meglio, Napoleone ordinò
l'attacco e l'annientamento del nemico con il grosso delle truppe e, in breve
tempo lo costrinse alla resa. Dalla vittoria di Napoleone nacque la "pace
imperiale" che ridisegnò la mappa Europea. Ma i suoi limiti di statista
vennero subito a galla: con lo smembramento della Prussia ed il fatto di aver
stimolato la nascita del nazionalismo tedesco e con la nascita di un blocco
continentale, avrebbe perso i titubanti alleati che gli rimanevano; con la repressione
ideologica effettuata in particolare modo in Spagna si sarebbe inimicato grandi
pensatori ed intellettuali.
La vittoria degli alleati ad Austerliz non sarebbe stata affatto possibile,
anzi, a detta di numerosi specialisti, se l'attacco a sud fosse stato portato
con meno truppe il primo attacco sul Pratzen sarebbe stato respinto. La battaglia
sarebbe stata decisa dal logoramento più che dalla manovra ed, in quel
caso, i 3000 cannoni degli alleati avrebbero avuto un peso contro i valorosi
combattenti francesi. La vittoria degli alleati si sarebbe potuta verificare
soltanto nel settore meridionale e l'Imperatore, in questo caso, avrebbe dovuto
affrontare, subito dopo la sconfitta, gravi problemi come l'entrata in guerra
della Prussia al fianco degli Alleati.
Dalla vittoria di Austerliz emerse un esercito francese altamente galvanizzato
dalle vittorie e presto avrebbe combattuto con l'esercito Prussiano. In Europa,
dopo la sconfitta austriaca si credette in lungo periodo di pace, ma l'idea
di Federico Guglielmo III, re di Prussia, di attaccare la Francia, suscitò
l'ira di Napoleone che in poco tempo rase totalmente al suolo l'esercito Prussiano
a Jena. I dati parlano chiaro: 30000 tra feriti e morti, 35000 prigionieri tra
cui 30 generali prussiani e 300 pezzi di artiglieria conquistati. Napoleone
poté marciare trionfante da Weimar a Berlino distruggendo ogni ricordo
di sconfitte francesi subite a causa dei prussiani nel corso della storia; però,
l'obiettivo principale nella testa dell'imperatore rimaneva sempre l'Inghilterra
che fu costretta a subire il Blocco continentale emanato dallo stesso Bonaparte
direttamente da Berlino. Convinto di aver posto un grosso freno alla potenza
Inglese con il Blocco, Napoleone si dedicò all'incognita Russia. Nonostante
il primo tentativo di attacco fallì malamente con "un inutile macello"
a causa delle pessime condizioni meteorologiche, al secondo attacco la macchina
da guerra francese non fallì e riuscì a distruggere il 14 giugno
1807 alle ore 22.00 l'esercito dello Zar Alessandro a Friedland. Ma l'abilità
diplomatica dello Zar riuscì ad addolcire Napoleone nel firmare il trattato
di Tilsit, che era favorevole ad entrambe le nazioni. Chi ha fatto le spese
di queste veloci e ripetute battaglie dell'esercito napoleonico fu la sconfitta
Prussia che, oltre a rimborsare economicamente le spese della guerra, dovette
cedere parte dei suoi territori che vennero divisi in granducato di Varsavia
e regno di Vestfalia.
I problemi per Napoleone non erano finiti. Sistemato l'est e il centro Europa,
l'esercito francese si concentrò sulla penisola iberica a causa del fatto
che i ribelli spagnoli e portoghesi decisero di non aderire al Blocco continentale
perché ciò avrebbe danneggiato anche la loro economia. Presto
il Generale Junot venne inviato a conquistare Lisbona, mentre il re di Spagna
Ferdinando VII veniva destituito in favore del fratello di Napoleone, Giuseppe.
La rivolta popolare degli spagnoli "nel nome di Cristo e del re Ferdinando"
non si fece attendere e nella giornata del Dos de Mayo a Madrid tutta la popolazione
insorse contro l'esercito francese prendendolo molte volte di sorpresa come
accadde ai 20000 uomini di Dupont che furono costretti alla resa. Stessa sorte
per Junot in Portogallo, costretto a firmare la convenzione di Cintrab che sanciva
la sconfitta francese fino all'arrivo della Grande Armèe guidata da Napoleone
che, non senza difficoltà, conquistò Madrid e Saragozza, ma non
fu in grado di sedare completamente le insurrezione appoggiate, tra l'altro,
dall'Inghilterra. Tali tumulti stimolarono anche il tentativo di rivincita dell'Austria
che dichiarò guerra al decimato esercito francese che fu comunque in
grado di sostenere la battaglia e di dirigersi verso Vienna. Tuttavia il progetto
di conquistare la riva opposta del Danubio fallì duramente e l'invincibile
esercito francese dovette constatare il fatto di essere "battibile".
Dopo la sconfitta di Essling, l'Imperatore non si diede per vinto e tra il 4
ed il 6 Luglio 1809 ordinò il passaggio del Danubio su ponti di fortuna.
Giunto a Wagram, Napoleone diresse in prima persona le operazioni nella battaglia
decisiva contro l'Austria che fu presto annientata e costretta a chiedere al
pace. Il 14 ottobre a Vienna venne firmato l'accordo con il quale l'Austria
avrebbe rispettato il blocco continentale, avrebbe ceduto alla Francia la Carinzia,
la Carnia e la Croazia e non avrebbe tenuto un esercito superiore alle 150000
unità. La Francia era ora il più grande stato dai tempi di Carlo
V.
Napoleone però, dovette per un momento abbandonare le sue imprese militari
e dedicarsi nuovamente ai rapporti con la Santa Sede Romana. Dopo che l'Imperatore
aveva conquistato Ancona ed aveva sottratto numerosi territori dello stato Pontificio,
Papa Pio VII cominciò a non vedere di buon occhio Napoleone il quale
lo costrinse anche a rispettare il blocco continentale. Al rifiuto del Papa
la Francia rispose con la conquista di Roma e l'arresto di Pio VII che venne
portato nel carcere di Savona, anche se ciò costò a Bonaparte
la scomunica. Più tardi si tentò comunque di ristabilire i buoni
rapporti e si giunse al secondo Concordato il 25 gennaio del 1812 ed, un anno
più tardi, Pio VII tornò in Vaticano.
Al termine di tanti problemi, dopo aver ripudiato Giuseppina e aver sposato
Maria Luisa d'Austria, a Napoleone mancava soltanto un erede maschio per consolidare
il suo potere. In un clima di enorme festa in tutta la Francia il 20 Marzo del
1811 nacque il sogno di Napoleone: suo figlio, re di Roma.
Ma la festa durò poco. Il nemico Russo guidato da Alessandro si faceva
sempre più minaccioso. L'imperatore decise allora di infliggere ai Russi
una dura sconfitta e per far ciò partì con mezzo milione di uomini.
Il 23 Giugno 1812 cominciò la battaglia, ma il nemico non si fece incontro
ritirandosi nell'entroterra russo. Il 5 settembre al sorgere del sole napoleone
disse: "ecco il sole di Austerliz", ma questa volta lo aveva contro,
svelando ai russi gli obiettivi francesi. Alla fine però Napoleone vinse
sulla Moscova, anche se dato il numero di perdite e la condizione dell'esercito,
tale azione militare somigliasse maggiormente ad una sconfitta. La Grande Armèe
entrò a Mosca dove contava di trovare rifornimenti, ma trovò soltanto
fiamme e fumo perché per la mentalità russa c'era "solo terra
bruciata per l'invasore". Dopo aver tentato di giungere ad un accordo Napoleone,
chiuso in un pericolosissima morsa dal generale Inverno, si vide costretto ad
ordinare la ritirata per non perdere anche il controllo dell'Europa. In Russia
Napoleone cominciò pensare tra i saloni del Cremlino che l'essere vincitore
prigioniero del nemico vinto fosse l'inizio della fine. Infatti anche la ritirata
fu un ecatombe, descritta così dal conte Rochechouart agli ordini dell'esercito
russo: "mi trovavo sul posto dove l'esercito Francese aveva passato la
Beresina. Nulla avrebbe potuto essere più straziante. Si vedevano montagne
di cadaveri di tutte le armi e di diverse nazioni, che giacevano ancor lì
gelati, schiacciati dai fuggiaschi e finiti dalla mitraglia russa".
Dopo la sconfitta dell'esercito francese Parigi era diventata l'obiettivo principale
di Russia, Prussia, Austria, Inghilterra e Svezia. Napoleone dovette riorganizzare
un esercito costituito, per la maggior parte da ragazzi ventenni i quali si
videro costretti ad affrontare il nemico a Weissenfels e a Luzten. Nonostante
i "Maria Luisa", nome dato al nuovo esercito francese in onore dell'imperatrice,
si fosse comportato valorosamente su tutti i fronti, gli scontri furono persi
e Napoleone, pressato da ogni parte a causa dell'incapacità dei suoi
luogotenenti che non seppero mantenere salda la vittoria di Dresda, si dichiarò
sconfitto. Il 25 gennaio del 1814 alle tre del mattino Napoleone lasciò
la Parigi e tentò una inutile resistenza, ma gli invasori furono presto
in grado di conquistarla il 31 marzo. L'imperatrice ed il re di Roma furono
costretti a rifugiarsi a Bloise, mentre Napoleone si ritirò nella sua
sede di Fontainebleau per meditare una nuova marcia su Parigi con l'aiuto dei
suoi generali i quali, però, gli voltarono le spalle e lo spinsero verso
un'inevitabile abdicazione a favore del figlio e della moglie, il 20 aprile
1814, prime di partire per l'Elba.
Durante l'esilio all'Elba, l'imperatore non seppe trattenersi dal suo spirito
di comando. In breve tempo riorganizzò l'isola intera stupendo gli abitanti
del luogo. Nel frattempo rimaneva sempre informato su ciò che accadeva
in Francia, dove la popolazione cominciava ad avere il rimpianto di Napoleone
ed aveva già organizzato alcune rivolte. Logicamente, attorniato dai
suoi generali fedelissimi, Bonaparte non esitò a tornare in Francia e
a dirigersi verso il centro mentre, lungo il cammino, interi reggimenti si ponevano
liberamente sotto il suo comando tanto da costringere il re Luigi XVIII, che
dall'esilio di Napoleone aveva preso il trono di Francia, a ritirarsi senza
opporre resistenza. Il vecchio imperatore era tornato al comando, ma questa
volta, al contrario di quanto pensassero le altre nazioni, aveva intenti pacifici
espressi esplicitamente in una sua celebre affermazione : "io sono l'imperatore
dei soldati, ma anche del popolo".
La clamorosa fuga di Napoleone dall'Elba sorprese i capi alleati riuniti a Vienna
per il congresso per la ricostruzione europea. L'imperatore venne dichiarato
fuori legge e per affrontarlo venne fatta un'alleanza tra Russia, Inghilterra,
Austria e Prussia. Egli allora decise di attaccare per primo sulla piana di
Waterloo dove si trovò a fronteggiare l'esercito inglese di Wellington
e quello prussiano di Blucher. Alle ore 11 del 18 giugno 1815 la battaglia ha
inizio e dalle prime battute sembra del tutto favorevole alla Francia quando
però alle ore 19 arrivava in aiuto degli inglesi il generale Blucher
che in tre ore capovolse le sorti della battaglia. Napoleone è stato
definitivamente sconfitto forse a causa della minoranza di uomini, forse per
il tradimento del generale Bourmont o, forse, perché, in qualsiasi caso,
aveva raggiunto l'apice della sua "parabole discendente".
Tornato in patria, la Francia gli voltò le spalle e lo costrinse all'Abdicazione
in favore del figlio Napoleone II. Poco prima che Napoleone firmasse il documento
il consiglio dei ministri gli aveva inviato una deputazione di cinque persone
tra le quali il Vicepresidente La Fayette che disse: "Dite a Bonaparte
di inviarci la sua abdicazione , altrimenti gli manderemo la sua deposizione".
Al crollo del regime napoleonico il ministro delle finanze Giuseppe Prina cadde
vittima di una sommossa a Milano. Tecnico competente ed energico, Prina scontava
con la vita il rancore che si era guadagnato tra la popolazione con le sue durissime
misure fiscali (aveva tra l'altro ripristinato l'odiata tassa sul macinato),
tese a risanare il debito pubblico e a raccogliere i fondi necessari ad alimentare
un esercito, quello francese, sempre più dispendioso.
Il 20 aprile 1814 i milanesi presero atto del crollo del regime napoleonico
massacrando uno dei suoi più qualificati esponenti, Giuseppe Prina, che
era stato ministro delle Finanze per dodici anni. Quel giorno la città
era stata abbandonata a se stessa: le autorità si erano dileguate, numerosi
uomini politici avevano preferito mettersi in salvo con la fuga e i militari
erano rimasti senza ordini. Anche al Prina era stato consigliato di abbandonare
la città prima che insorgessero disordini, ma egli aveva rifiutato perché
si sentiva la coscienza tranquilla. In realtà si comportò come
un temerario: aveva legato il proprio nome ai provvedimenti più impopolari
dell'epoca napoleonica; era a lui che si addebitavano le tasse che erano state
introdotte. I milanesi lo consideravano "l'anima dannata di Napoleone".
La mattina di quel 20 aprile un numero insolitamente alto di contadini affluì
in città e questo fu un sintomo certo che gli oppositori del regime meditavano
di prendersi una rivincita. La folla cominciò con l'invadere il senato,
dove si cercava di favorire il trapasso pacifico dei poteri. In realtà
i senatori erano tutti legati al potere napoleonico: la gente li disperse e
gettò i mobili dal palazzo fuori dalle finestre. Quando non ci fu più
nulla da devastare, dalla folla scatenata si levò un grido: "Vogliamo
Prina!".
Appena la moltitudine cominciò a tumultuare sotto le finestre del suo
palazzo, a San Fedele, Prina tentò di nascondersi ma presto il portone
d'ingresso fu sfondato e gli scalmanati rovistarono tutte le stanze: il ministro
fu scoperto, spogliato, picchiato a sangue e poi gettato dalla finestra. Lo
sventurato tentò di rialzarsi ma la folla gli si avventò contro
nuovamente. Fu formato un corteo e Giuseppe Prina fu trascinato nel fango mentre
continuava a essere picchiato.
Ci fu, a onor del vero, chi cercò di metter fine a quel supplizio facendo
nascondere la vittima in una casa, ma i più assetati di vendetta ebbero
il sopravvento e di nuovo il poveretto fu riportato per strada. Alla fine non
fu più in grado di reggersi in piedi e allora lo stesero su di un'asse
e lo portarono fino in piazza Cordusio, dove restò esposto al ludibrio
generale. Stava agonizzando ma l'energumeno che a quel punto lo colpì
sulla testa, forse con una martellata, sfondandogli il cranio, non lo fece per
alleviare le sue sofferenze. Soltanto a cose fatte un reparto di soldati sopraggiunse
a disperdere la folla.
Dopo l'abdicazione Napoleone aveva raggiunto la sua preferita residenza estiva
a Malmaison, dove trascorse i suoi giorni progettando un grande ritorno o una
fuga verso l'America. La decisione del governo francese si protrasse a lungo
e nonostante, lui avesse avuto la possibilità di fuggire sfondando il
blocco inglese, decise di consegnarsi alla corona di Inghilterra. Giunto in
Inghilterra a bordo della Bellerophon, però, gli venne data la triste
notizia della decisione di esiliarlo nell'isoletta di S. Elena, sperduta nell'atlantico
meridionale. Dopo due mesi di viaggio a bordo della Northumberland, arrivò
al porto di Jamestown e per lui e per i suoi ultimi e fedelissimi seguaci e
servitori cominciò un duro periodo reso ancor più aspro dalla
presenza sull'isola di un rigidissimo governatore inglese: Hudson Lowe. Dal
1816 al 1819 Napoleone ha passato tutto il suo tempo in angosciose cavalcate
accompagnato sempre da un ufficiale inglese, fino a quando si ammalò
gravemente e perse le forze. Pienamente convinto di riprendersi, ma dopo aver
scritto il testamento per "sicurezza", il 10 aprile del 1820 l'imperatore
disse: "Sono ancora abbastanza forte, il desiderio di vivere mi soffoca".
Il 4 maggio riuscì ad inghiottire soltanto un po' d'acqua zuccherata.
Poi una crisi di vomito. All'alba si calmò e rimase tutto il 5 maggio
immobile con lo sguardo fisso. Alle 17.51 si spense e con lui morì pezzo
importante di storia che riesce, ancora oggi, a trasmettere, attraverso le sue
imprese militari ed il suo genio politico, tutto il suo fascino. Dopo essere
stato seppellito a S. Elena nel 1821, nel 1840 il suo corpo venne riesumato
per essere restituito alla Francia, e, per uno strano scherzo del destino, agli
occhi di tutti, il corpo di Napoleone dopo 19 anni dalla sua morte, avvolto
soltanto dall'uniforme della guardia nazionale, era intatto.
Napoleone è forse immortale?
É veramente singolare e da registrare allora, che il corso Napoleone
Buonaparte, l´icona dell´Europa dei primi decenni del XIX secolo,
sia il liberatore di questo nostro paese dell´America del Sud, obbligando
D. João VI a d´abbandonare Lisbona e, anzi la polizia e i collettori
delle tasse che erano spesso in Brasile, é proprio lui adesso, il re
di Portogallo, che vai per forza alla sua colonia in America.
Cosí il re non puó lasciare di dichiarare pubblicamente la maggioritá
coloniale del suo figlio.
Dunque, sotto la denominazione di ´Reino Unido´, il Brasile viene
pareggiato con Portogallo e cosí, per 12´anni la capitale di questi
Regni non é sulla riva del Tejo ma
sulla margine della baia di Guanabara a Rio de Janeiro.
É ovvio allora che con il re a Rio de Janeiro, finiscono tutte le proibizioni,
le permissioni per la metá ed i severi decreti di rapporti internazionali.
Fin dal 1808 allora e senza qualche problemi, tutte le navi possono dunque toccare
i porti brasiliani e tutte le loro tasse rimangono qui.
Al Brasile é permesso allora parlare, scrivere e pensare.
E per la prima volta dopo dall´occupazione olandese del XVII secolo sul
nord ed il nordest brasiliano, si manda venire allora dei saggi, degli artisti
e dei tecnici europei per cominciare il cosidetto ´´sviluppo brasiliano´´
con la creazione della Banca del Brasile, delle biblioteche, universitá
ed i musei.
E dunque, all´inizio del XIX secolo, Napoleone Buonaparte prendendo con
un Colpo di Stato il potere in Francia, domina tutta la Spagna e proibisce tutti
i rapporti commerciali della Europa con l´Inghilterra dando un´ultimato
al re D. João VI che é insomma tra la croce e la spada.
E lui, il re che fa?
Lui, l´imperatore D. João VI fugge per il Brasile.
E adesso il Brasile per la prima volta sulla storia é piú prezioso
che mai.
E sulla bilancia intercontinentale pesa piú che Portogallo.
E dopo tre secoli, ecco che con 15.000 uomini, la nobiltá, il clero,
i generali, la magistratura e tutta la corona reale portoghese sbarcano a Salvador-Bahia
con gli applausi di ´Viva l´Imperatore´, sapendo il popolo
che ricevendolo cosí, un re magari fuggiasco, a peggio andare almeno
un giorno questa colonia brasiliana si diventerebbe allora il suo regno.
Trenta e quattro giorni dopo dello sbarco a Bahia, o sia, giá nel 26
febbraio del 1808 ecco che la Famiglia Reale Portoghese si ancora sul porto
di Rio de Janeiro.
E con gli stessi applausi ovviamente, anche il popolo ´carioca´
così gli riceve.
Infatti, subito dopo dall´arrivo del re fuggiasco portoghese a Rio de
Janeiro si crea il Banco do Brasil, l´apertura dei porti per il commercio
internazionale, la libertá illimitata alla produzione industriale brasiliana,
l´osservatorio astronomico, i musei, la prima biblioteca con 60.000 libri
donati dal proprio re, il primo giornale e il ´ Jardim Botânico´.
Il ´Tratado de Tordesilhas´ viene subito dopo delegato senza valore.
Il Brasile avanza ai confini dell´Amazzonia fino alle Guiane e al Rio
Grande do Sul fino l´acquisto di Montevideo, detta Provincia Cisplatina.
Comincia qui come Stato socio-politico il vero svolgimento brasiliano.
O sia, dopo di piú di 300´anni di scoprimento le persone culte
portoghesi e dal mondo con le sue idee se fissono su questa nuova realtá
brasiliana.
Il re allora manda venire i pittori e i ricercattori dalla Francia e dall´Austria.
Il Brasile viene veduto in questo momento dal mondo contemporaneo come un vero
regno, tanto che l´imperatore austriaco, il secondo uomo piú forte
dell´Europa dopo la caduta di Napoleone Buonaparte, offre sua figlia Leopoldina
per sposare D. Pedro, figlio di D. João VI, ricevuta in festa a Rio de
Janeiro.
Dopo di ció, nel 1821 a Lisbona, come una specie di luso-gelosia dalla
loro diplomazia statale, il re D. João VI viene chiamato a ritornare
immediatamente per Portogallo dovuto alla caduta di Napoleone in Europa, passando
così il trono del Brasile al suo figlio D. Pedro.
Ma sulla nostra storia contemporanea del XIX secolo, bisogna ripetere che come
statista il generale Napoleone Buonaparte ha lasciato per il Brasile ( giá
Regno Unito di Portogallo) un importante, vitale e impari regalo internazionale
di natura socio-politica:
É l´importante contributo per il proseguimento della vita politica
brasiliana in direzione alla sua Indipendenza e maturitá governamentale
senza qualsiasi baccano né disordine pubblica.
Il regalo é proprio questo d´evitare le guerre sanguinarie per
l´indipendenza com´é successo, ad esempio, nel 1770 agli
Stati Uniti dell´America nella corsa mortale per la loro indipendenza.
Cosí cammina il Brasile in direzione alla sua indipendenza con la serenitá
e lo spirito brasiliano da sempre.
Perció nel 7 settembre del 1822, piú o meno cinquant´anni
dopo di quella degli Stati Uniti, il giovane ambizioso D. Pedro I influenzato
dal primo statista, geologo e patriotico brasiliano José Bonifácio
de Andrada e Silva, proclama l´Indipendenza del Brasile per nel mese prossimo
a 12 ottobre venire ad essere acclamatto Imperatore Brasiliano con il titolo
di D. Pedro I.
IL BRASILE IMPERIALE
Ed ecco che nel 1822 il Brasile diventasi Imperiale.
Ma chi ha conosciuto la libertá, l´ha imparato ad amarla ancora
di piú.
Cosí il brasiliano sente sul ognigiorno il bisogno dell´indipendenza
politica, ma é nello stesso tempo lontano di quella economica.
Grazie allora ad un gruppo di consiglieri paulisti guidati dallo stesso José
Bonifácio de Andrada e Silva, il Principe Reggente D. Pedro I proclamò
proprio in São Paulo l’indipendenza del Brasile. Il famoso grido
“Independência ou morte”, fu lanciato in uno dei quartieri
che oggi formano la megalopoli: Ipiranga.
Ma il popolo brasiliano e con ragione, ne vuole un re brasiliano e non mica
un re straniero.
E la goccia d´acqua fu la guerra del Brasile contro l´Argentina
nel 1828 dove il Brasile perde la ´Provincia Cisplatina´.
E cosí, nel 1831 D. Pedro I abdica in favore del suo figlio dicendo:
- ´ Mio figlio ha soppra di me il vantaggio d´essere brasiliano´.
E per le stesse ragioni di ordine socio-politiche in Europa ed anche nell´Italia
contemporanea coincidendo con l´Impero Brasiliano, un cittadino fuggitivo,
italiano degli occhi blu, tutto adatto ai mari e agli ideali di liberazione
e di unificazione dei popoli, arriva sul porto di Rio de Janeiro nel 1836.
Questo cittadino italiano chiamato Giuseppe Garibaldi, l'eroe più popolare
del Risorgimento Italiano che fu uno dei fattori principali dell'unità
d'Italia, nacque a Nizza il 4 Luglio 1807 da Domenico, di Chiavari, e Rosa Raimondi,
di Loano. Il padre possedeva una tartana, con la quale praticava il cabotaggio.
Domenico Garibaldi tuttavia avrebbe voluto avviare Giuseppe, suo secondogenito, per una carriera come avvocato o medico, o anche prete. Il figlio, però, amava poco gli studi e prediligeva gli esercizi fisici e la vita al mare. Vedendosi contrariato dal padre nella sua vocazione marinara, tentò di fuggire per mare verso Genova con alcuni compagni; ma fu fermato e ricondotto a casa. Il padre si decise a lasciargli seguire la carriera marittima ed egli la cominciò come mozzo a 15 anni. Qualche anno dopo, durante uno dei suoi viaggi, a Taganrog (mare d'Azov) , fece amicizia con un affiliato alla Giovine Italia, la società segreta fondata da Mazzini, alla quale egli stesso si iscrisse con il nome di Borel, spintovi dai suoi sentimenti patriottici.
Peró già nel 1811, quando Giuseppe Garibaldi aveva solo 4 anni
e Mazzini 6, a La Maddalena sbarcava un certo Alessandro Turni proveniente da
Genova, latore di un eccezionale messaggio per il ministro d'Inghilterra alla
corte di Cagliari: il documento aveva per titolo Memoria circa un progetto di
indipendenza italiana ed è uno dei primissimi che si conoscono sulle
aspirazioni unitarie del popolo italiano. Il Pasca lo cita per intero nella
sua opera sull'Ammiraglio Des Geneys, avendolo trovato tra i carteggi di lui
con una annotazione che testimonia come egli avesse ricevuto nell'isola il Turri
e avesse preso conoscenza con molto interesse del progetto.
Perché in Italia il fallimento dei moti del 1821 e del 1831 stimolò
una seria riflessione sul perché del loro insuccesso.
Era ormai chiaro che l'azione delle società segrete non poteva condurre
ad alcun risultato positivo. Esse infatti erano moltissime (oltre cinquecento,
hanno calcolato alcuni studiosi, non collegate fra loro, limitate a pochi affiliati,
operanti solo nelle città.
Tra i motivi che ostacolarono l'attività della Carboneria in Italia,
la società segreta più nota e diffusa, vi erano certamente: il
carattere ristretto dell'organizzazione, che le impediva di diffondersi fra
il popolo; il suo disinteresse per le necessità della gente comune; la
mancanza di un chiaro programma politico e di un collegamento fra i diversi
gruppi.
Il fine condiviso da tutti i patrioti era quello di liberare l'Italia dagli
stranieri in particolare dall'Austria, che possedeva direttamente il Lombardo-Veneto
e che teneva gran parte degli altri Stati sotto il proprio controllo.
Il vero problema nasceva tuttavia non già sullo scopo da raggiungere,
quanto sui mezzi più opportuni per realizzarlo.
Si discuteva se fosse più opportuno cercare di costituire un solido Stato
unitario ovvero organizzare le diverse realtà italiane, Stati, Regioni
o Città, in modo da lasciarle più autonome.
Molti sostenevano l'idea della monarchia costituzionale, ma non mancava chi
pensava invece a una repubblica.
In genere i sostenitori della monarchia erano politicamente dei moderati. Essi
ritenevano che nel nuovo Stato il diritto di voto dovesse essere limitato ai
cittadini proprietari di beni e forniti di un livello minimo di istruzione.
I sostenitori della repubblica erano invece democratici. Credevano nell'uguaglianza
dei cittadini e sostenevano che il diritto di voto doveva essere riconosciuto
a tutti.
Il capo dello Stato non doveva essere un sovrano ereditario, ma un presidente
eletto dal popolo.
Il
movimento liberale moderato otteneva molti consensi nel Lombardo-Veneto e in
Toscana, ma si affermò soprattutto in Piemonte.
Camillo Benso conte di Cavour, (1810-61) col suo giornale Il Risorgimento (1847),
ne fu il più illustre rappresentante. I liberali piemontesi, tra cui
ricorderemo anche Cesare Balbo e Massimo d'Azeglio, sostenevano una monarchia
costituzionale e parlamentare simile in parte al modello inglese.
In materia di economia erano fautori del liberismo, della proprietà privata,
della libertà di commercio fra gli Stati.
Sul piano militare i liberali moderati sostenevano che l'esercito del Piemonte
era l'unica forza disponibile in Italia che fosse in grado di affrontare le
truppe austriache. Esso doveva essere integrato da volontari provenienti dal
resto d'Italia, e quindi muovere guerra all'Austria.
Il maggior sostenitore dell'idea che l'unità italiana doveva realizzarsi
sotto forma di repubblica fu Giuseppe Mazzini (1805-72).
Figura di altissimo spessore morale, Mazzini concepì la libertà
non solo come un diritto, ma anche come un vero e proprio dovere. La libertà
non poteva essere separata dall'eguaglianza e dalla fratellanza fra gli uomini.
Doveva quindi essere cercata, voluta, conquistata dal popolo e non chiesta a
un sovrano. Il nuovo Stato doveva rappresentare tutti i cittadini e non solo
alcuni gruppi di privilegiati.
In sintesi, Mazzini fu il primo a sostenere con grande forza l'idea che l'indipendenza
italiana doveva essere una conquista di tutto il popolo.
Per diffondere le sue idee Mazzini fondò una nuova società segreta,
la Giovane Italia, cui seguì la Giovane Europa. Essa suscitò l'entusiasmo
di molti, in gran parte studenti e giovani, ma ebbe scarsa presa sul popolo:
gli abitanti delle campagne e delle regioni più povere, come quelle del
Mezzogiorno, rimasero sempre lontani dagli ideali mazziniani.
Mazzini stesso, d'altra parte, si rese conto di questa difficoltà: per
questo sostenne che era necessario realizzare un vasto programma di educazione
popolare e attuare riforme sociali che migliorassero le condizioni di vita delle
classi più povere.
Le idee di Mazzini incontrarono fortissime opposizioni:
liberali, moderati, borghesi, aristocratici temevano il suo programma democratico;
i sovrani italiani, anche quelli più tolleranti, lo fecero spesso arrestare
o esiliare.
Nessuno volle realizzare il suo programma di educazione popolare, che era ritenuto
troppo avanzato; e, per quanto fosse profondamente religioso, non riuscì
mai ad avere l'appoggio dei cattolici più vicini agli ideali neoguelfi
o a quelli liberali.
La Giovane Italia fu fondata da Mazzini a Marsiglia nel 1831 e il suo ordinamento
venne pubblicato come Istruzione generale per gli affratellati nello Giovine
Italia.
In tale istruzione Mazzini ribadiva nettamente le due caratteristiche fondamentali
del suo credo politico, insistendo sul fatto che l'Italia doveva essere repubblicana
e unitaria. Repubblicana perché solo la repubblica avrebbe permesso ai
cittadini di essere "eguali e fratelli" e unitaria perché il
federalismo, ai suoi occhi, avrebbe comportato debolezza e divisione interna.
In realtà la storia di paesi come la Germania o gli Stati Uniti d'America
dimostra che non sempre è così.
Vi si parlava di un "Partito dell'Unione e dell'Indipendenza Italiana"
nato intorno al 1809, di cui facevano parte anche primari magistrati e capi
dell'Armata Italiana voluta da Napoleone; e vi si chiedeva all'Inghilterra e
alla corte sabauda un appoggio ai piani di insurrezione previsti.
E dunque, oltre ché storico, molto interessante, che uno dei primi atti
unitari italiani fosse datato su questo arcipelago; il riferimento alla corte
sabauda rappresenta una primizia ante litteram, una specie di prologo di quanto
un giorno sarebbe accaduto e che in quel momento nessuno degli attori poteva
ancora prevedere.
Frattanto, imprigionato nella torre di Guardia Vecchia, languiva Vincenzo Sulis,
comandante delle Centurie di Miliziani di Cagliari dopo le rivolte del 1793
e degli anni seguenti. Il capopopolo morì a La Maddalena nel 1834, portando
con se uno degli ultimi conati di rivolta vagamente autonomistica, e perciò
anacronistica per quei tempi, dei sardi.
L'idea di unità d'Italia era strettamente connessa a quella di indipendenza
e nasceva come specificazione del più universale principio di libertà
de popoli, nato dal grande movimento di valori che la rivoluzione francese aveva
portato con se.
Le vie del mare erano i canali di propagazione del nuovo ideale; sulle navi
si faceva una propaganda capillare; le grandi Marine erano tutto un fermento
e quando i marinai sbarcavano nei porti vi diffondevano quelle idee che avrebbero
conquistato l'intera Europa.
Giuseppe Garibaldi stesso fu iniziato a tali visioni durante un viaggio in mare,
nel 1833, dal pensatore francese Emile Barrault, seguace di Saint-Simon e scrisse:
" Non solo discutemmo sulle rigorose questioni di nazionalità, nelle
quali si era fino allora limitato il mio patriottismo..., ma ancora sulla gran
questione della umanità".
In quell'anno, a Marsiglia, avvenne l'incontro di Garibaldi con Mazzini e la
sua affiliazione alla Giovine Italia. La stessa suggestione ideale subivano
molti dei giovani e giovanissimi maddalenini imbarcati sui regi legni in quei
medesimi giorni: ricorderò per tutti uno dei più gloriosi, destinato
a diventare intimo di Garibaldi, Giovan Battista Culiolo, il famoso "Maggior
Leggero".
Nel 1833, Giuseppe Garibaldi dopo essersi incontrato a Marsiglia con Mazzini,
si arruolò nella marina sarda per il servizio di leva marittima; fu allora
incaricato di predisporre un'insurrezione a Genova, contemporaneamente ai moti
mazziniani in Savoia; ma Garibaldi non riuscì ad avere contatti con i
suoi compagni, sicché dovette fuggire a Marsiglia dove venne a conoscenza
della sua condanna a morte per tradimento(1834).
L'idea di unità e fraternità tra i popoli era a La Maddalena un
modo di essere che si legava strettamente ai valori di solidarietà e
di umanità ai quali il mare e l'isolamento, da cui avevano dovuto affrancarsi
fin dall'origine i primi duri pastori corsi, li avevano plasmati.
Quindi, Giuseppe Garibaldi sapendo della sua condanna a morte, fugge verso il
Brasile dove sbarca allora a Rio de Janeiro nel 1836 e conosce il rivoluzionario
anti-imperialista riograndese Bento Gonçalves da Silva che tornava fuggito
della carcere a Salvador-Bahia, e cosí partono insieme verso il sudmeridionale
per le guerre contro l´Impero Brasiliano.
A Laguna, Santa Catarina, nonostante gli altri suoi ideali, lui conosce la sua
faccia metá.
Lui é Giuseppe Garibaldi e lei é Ana Maria de Jesus Ribeiro, l´Anita.
L´eroina Anita Garibaldi nasceva nel Brasile Meridionale, ed era il 1821,
l´anno in cui su un´isola dell´Atlantico moriva Napoleone
Buonaparte.
Anita( Aninha ) era figlia dei coniugi Bento Ribeiro da Silva e Maria Antonia
de Jesus Antunes che si sono sposati nella colonia di Lages sull´altipiano
catarinese e che vivevano nella cittadina di Laguna, fondata nel 1714 sul mare
dello Stato di Santa Catarina, sudmeridionale brasiliano.
Bento Ribeiro da Silva moriva quando Aninha non aveva ancora sette anni, ma
la ragazzina lo ricordava bene, corpulento, irrequieto e sempre alle prese con
le sue mandrie.
Anita era giá molto bella. Era alta per la sua etá, aveva la pelle
olivastra, i capelli corvini e gli occhi tagliati a mandorla. Viveva in una
piccola casa issata su basse palafitte, alla periferia del paese da dove scorgeva
le distese infinite delle Pampas.
Passava le giornate a cavallo fra gli acquitrini che si stendevano oltre il
porto di Laguna.
Cavalcava anche nelle notti di luna e dormiva sulla spiaggia cullata dall´ondeggiare
del mare. Cresceva e si bagnava nuda nelle acque dell´Oceano Atlantico.
La sua madre Maria Antonia, a questa estrema libertá della ragazza, pensó
di porre un rimedio altretanto anche un pó estremo: il matrimonio.
Prescelse Manoel Duarte de Aguiar, taciturno calzolaio di Laguna, attorniato
sempre da una muta di cani, tanto da essere chiamato Manoel dei cani. Avrebbe
comunque assicurato ad Aninha un teto e un pasto quotidiano.
Peró, la ragazza non voleva saperne, ma dovette sottostare alle pressioni
dalla mamma Maria Antonia.
Sicché andó a nozze il 30 agosto del 1835, e mai matrimonio combinato
fu piú infelice del suo.
Quella strana coppia fu salvata da una guerra, una guerra civile, ecco.
La provincia brasiliana del Rio Grande do Sul era insorta contro l´Impero
del Brasile e si era proclamata repubblica autonoma. La rivolta si era accesa
tra la popolazione piú infima di Porto Alegre, la capitale del Rio Grande
do Sul, e dilagó rapidamente in tutto il territorio dello Stato.
Ne fu investita anche la regione vicina dello Stato di Santa Catarina.
Anita parteggiava per la repubblica e l´indipendenza, ed il suo ancora
marito per l´impero, e pure questo era un motivo di dissidio fra loro.
Per di piú, Manoel rispose all´appello dell´Esercito Regolare
Catarinese che si opponeva ai rivoluzionari, e non tornó mai piú
a casa. Disperso o morto? Non si sa.
Mentre la rivoluzione dei Farrapos, degli straccioni, incendiava gli animi nel
sud del Brasile, dall´altra parte del mondo, a diecimila chilometri di
distanza, il governo piemontese condannava a ´morte ignominiosa´
un giovane sfuggito alla prigionia.
Come affiliato alla ´Giovine Italia´ aveva partecipato ai moti genovesi
del 1834 promossi da Mazzini nel tentativo di far insorgere il Piemonte con
una spedizione in Savoia.
Il fuggiasco, prima di imbarcarsi su un brigantino alla volta del Brasile, aveva
giá peregrinato tra Marsiglia e Tunisi. Il suo falso nome di Joseph Paine
nascondeva quello vero nome di Giuseppe Garibaldi. Lui, allora, raggiungeva
al Rio de Janeiro nella primavera del 1836.
Aveva ventotto anni, ed era nizzardo. Era di media ma atletica statura, con
la barba e i capelli biondi portati alla ´nazareno´; aveva gli occhi
azzurri penetranti e l´aspetto fiero.
A Rio de Janeiro entró in contatto con i connazionali, esuli quanto lui
e come lui affiliati al movimento ´Giovine Italia´.
Magari: ´´Pares cum paribus facillime congregantur´´-
Gli uguali si capiscono bene tra di se -.
Quindi, insieme trascorrevano le notti a discutere di libertá dei popoli,
di indipendenza, di rivoluzione, fino a quando un ligure, Luigi Rossetti - che
dirigeva un piccolo giornale di Porto Alegre, ´Il Popolo´ - gli
propose di fare qualcosa di concreto a favore dello Stato del Rio Grande do
Sul in piena ribellione contro il governo imperiale brasiliano.
Giuseppe Garibaldi dunque, ravvisava molte somiglianze fra quelle ansie di libertá
riograndese e la situazione italiana. Acquistata una lancia, cui impose il nome
di Mazzini e si schieró al fianco dei ribelli.
Le sue azioni da corsaro si rivelarono tanto felici da ottenere la nomina a
comandante della flotta rivoluzionaria.
Nella guerra, Giuseppe Garibaldi aveva perduto molti amici, ed era assai triste.
Si sentiva solo. Una mattina si trovava sul cassero d´una sua goletta.
Preso un cannocchiale lo aveva puntato sulle misere strade della Barra,la collinetta
che si elevava all´entrata di Laguna a Santa Catarina.
Vide d´un tratto una donna che scendeva fiera lungo un sentiero che portava
al mare.
Giuseppe saltó su una canoa per raggiungere trepidante la costa.
Lui stesso scriveva nelle sue memorie: ´´Scopersi una giovane, e
ordinai che mi portassero in terra nella direzione di lei. Sbarcai, e avviandomi
verso le case dove trovavasi l´oggetto della mia curiositá, non
mi era possibile il rinvenirlo´´.
Casualmente s´imbatté in un conoscente che lo invitó a casa
sua per prendere un caffé.
Garibaldi scriveva ancora: ´´ In quella casa la prima persona che
si affacció al mio sguardo era quella il di cui aspetto mi aveva fatto
abarcare´´.
La giovane era Anita: non aveva piú ricevuto notizie dal marito Manoel,
e ora viveva a Barra, ospite dello zio,uno dei primi rivoluzionari entrati a
Laguna, Santa Catarina.
I due giovani si fissarono a lungo negli occhi, in silenzio.
Quindi a un tratto Garibaldi sussurró: -´Tu devi essere mia!´.
Poi aggiunse: - ´Come ti chiami?´
- ´Aninha´, fu la risposta. E lui d´impeto: - ´Anita,
allora nella mia lingua´.
Cosí il magnetismo delle sue parole e l´insolenza dell´esclamazione
conquistarono la bella ragazza brasiliana.
Era il 27 luglio del 1839.
Anita l´aveva giá notato, e cosí raccontava la visione in
una nuova lettera alla sorella: - ´Sai, mia sorella, ieri sulla nostra
chiesa di Laguna, tra i comandanti, ho visto un uomo che mi é parso meraviglioso.
Alla luce delle candele, i lunghi capelli biondi luccicavano come ne fosse d´oro.
Pronto! Un marinaio, ho pensato subito. Poi ho sentito dire in giro che é
straniero, e che comanda la flottiglia rivoluzionaria. Piú lo guardavo,
piú sentivo un impulso pazzo ad avvicinarlo´. Poi le scriveva ancora,
colma di gioia, per dirle che aveva avuto la fortuna di incontrare quell´uomo,
Giuseppe Garibaldi: - ´Avevo fino pronunciato quello nome in una maniera
strana. Io dico - José Garibaudi - , non riesco a dirlo come lui. É
un nome che fa sognare dei paesi misteriosi, lontani e bellissimi. Viene da
un paese chiamato Italia. Tu, mia sorella l´hai mai sentito nominare,
vero?´.
Non c´era tempo né per celebrazioni né per la luna di miele,
poiché tutto avveniva in una rovente atmosfera rivoluzionaria. Giuseppe
Garibaldi doveva proteggere l´esercito dei ribelli dalla flotta imperiale
brasiliana che si avvicinava minacciosa al porto di Laguna, Santa Catarina,
il secondo porto piú importante del sudbrasiliano del XIX secolo.
Aveva una nuova nave, la Rio Pardo, ed era l´ammiraglia della piccola
flotta dei rivoluzionari.
Anita - era giovanissima, appena diciottene - pretese di salire a bordo al fianco
dell´amato, e fu proprio il suo vigore, il suo coraggio a restituire la
fiducia ai guerriglieri che, spaventati, si erano nascosti sottocoperta.
Lei agitava una sciabola e gridava: - ´Mais fogo, mais fogo!´. Quei
farrapos, quegli straccioni, come erano chiamati, si sentirono punti nel vivo.
Una donna li trattava da castrati.
Bisognava reagire, e ripresero a combattere, altrimenti che uomini erano mai?
Non meno coraggio dimostrava Anita negli scontri terrestri, sempre a cavallo
e sempre con la spada sguainata. Ancora galoppava quando improvvisamente riveló
a Giuseppe di essere in avanzato stato di gravidanza. Il 16 settembre del 1840
nasceva nello sperduto villaggio di São Luís de Mostardas il loro
primo figlio che fu chiamato Menotti Domingo, in onore sia del patriota condannato
a morte dal tiranno di Modena, Francesco IV, sia del proprio padre di Giuseppe
Garibaldi, Domenico.
Giuseppe Garibaldi ne aveva trentatré anni.
I repubblicani riograndini perdevano e si ritiravano davanti alle truppe imperiale
di don Pedro II, il quale, ormai maggiorenne, aveva saldamente preso nelle sue
mani il timone del Brasile. I ribelli si dividevano in lotte intestine, e Garibaldi
decise di abbandonarli al loro destino. Cosí nel maggio del 1841, lui,
Anita e il piccolo Menottino lasciavano i compagni rivoluzionari accampati sulle
montagne per dirigersi a sud, verso la capitale dell´Uruguay, Montevideo.
Giuseppe aveva ricevuto novecento bovini dai rivoluzionari come parziale compenso
per i suoi servizi, ma lungo il cammino i ´vaqueiros´lo depredarono
di gran parte della mandria. il viaggio di 650 chilometri duró cinquanta
giorni.
Il 17 giugno del 1841 la questura di Montevideo registrava l´arrivo di
Giuseppe Garibaldi, della moglie e del bambino.
Ardeva, quindi, la guerra contro l´Argentina. Garibaldi viveva miseramente,
indossava un poncho per celare gli abiti malandati.
Montevideo era attaccata dalle forze argentine, e il governo uruguayano nominó,
allora, Garibaldi comandante dell´Esquadra Orientale Terrestre. Ancora
lui non portava la camicia rossa. Ben presto, nel gennaio del 1842, fu nominato
colonnello della flotta uruguayana. cosí poté tornare a solcare
i mari.
La sua situazione economica migliorava, ma non molto. Tuttavia il 26 marzo successivo
finalmente sposava Anita in chiesa, e per pagare la funzione clericale dovette
vendere l´orologio d´oro che ne portava al taschino.
Anita, forte e selvaggia per natura, era costretta a rimanere in casa, mentre
il marito guerreggiava o anche forse amava altre donne. Lei era diventata particolarmente
gelosa.
Non tollerava rivali vere neppure immaginarie, e quando credeva di averne scoperto
una, affronta Giuseppe con due pistole: una da scaricare su di lui, l´altra
sulla sua amante.
Un giorno Garibaldi tornó sulla nave con i capelli tagliati assai corti.
Un ufficiale suo amico, stupido da quella metamorfosi, lo apostrofó dicendogli:
- ´ Colonnello, perché mai vi siete fatto tagliare cosí
drasticamente i vostri stupendi capelli? ´. Lui rispose: - ´ Cosa
volete, amico, mia moglie é diventata gelosa. Dice che porto i capelli
lunghi per dare nell´occhio alle belle. Mi ha tanto torturato, e, io,
in nome della pace domestica, ho finito col potarli ´.
Le navi argentine il 16 febbraio del 1843 entravano nel porto di Montevideo
ponendo sotto assedio tutta la cittá. Garibaldi, nominato comandante
in capo della marina uruguayana, ricostituí la flotta, rilanció
la Legione Italiana e diede una nuova uniforme ai soldati e marinai: ecco apparire
la cosidetta ´camicia rossa´.
In quello stesso anno, in novembre, nasceva alla coppia Giuseppe-Anita la seconda
figlia, Rosita, che ebbe vita brevissima. Morí nel dicembre del 1845.
Nel frattempo, il 22 marzo di quello stesso 1845, la casa Garibaldi era stata
allietata dalla nascita di Teresita.
Garibaldi aveva ottenuto grandi vittorie occupando l´isola Martín
Garcia e Sant´Antonio del Salto contro un nemico sei volte superiore in
quanto uomini e armamenti. Anita gli era al fianco come premurosa infermiera
della Legione.
Ormai le notizie delle eroiche imprese di Giuseppe Garibaldi facevano il giro
del mondo. Il generale italiano non era piú un semplice ufficiale valoroso,
ma un eroe internazionale che, sfidando e vincendo forze immani, aveva lanciato
un messaggio di speranza a tutti gli oppressi in ogni luogo del mondo.
Il 24 febbraio del 1847 Anita diede alla luce il quarto figlio, Ricciotti.
Anche a Montevideo, come giá era avvenuto nel Rio Grande esplodeva una
lotta tra fazioni avverse, mentre dall´Italia arrivava la notizia che
il nuovo pontefice, Pio IX, si mostrava favorevole alle idee liberali dei confederali.
Gli aveva scrito perfino Mazzini, speranzoso. Garibaldi, allora, che sentiva
il richiamo dell´Italia, imbarcó il 27 dicembre del 1847 con Anita
e i tre figli ( Menotti, Teresita e Ricciotti ) superstiti sulla nave Carolina
diretta a Genova.
Da bordo della Carolina, Anita scriveva alla sua mamma: - ´´ Ciao
cara mamma. Come va? Io sono in viaggio per l´Italia, e, forse in questo
momento su qualche linea immaginaria dall´interno dell´Oceano Atlantico
il mio pensiero va fino alla spiaggia della mia cara e bella Laguna. Oh, quanta
nostalgia. Piango adesso. Mi scusa, mamma. Ma parto con il sincero rammarico
di lasciare le terre del Sud America senza avere potuto rivedervi. Insieme ai
rimpianti mi agitano le aspettative di una nuova vite in terre sconosciute.
La vita in Italia con ´José´ é un fatto a cui penso
da anni. Vi confesso di sentire, peró, una certa apprensione al pensiero
dell´incontro con mia suocera.
Mi domando come mi accoglierá mia suocera. Non vi dico, mamma, i continui
sotterfugi di ´José´; i suoi stratagemmi per riuscire ad
amare i suoi uomini e approvvigiornali.
Pensate che, per assicurare una certa uniformitá che li distinguesse
nei combattimenti, molti legionari durante gli scontri portavano quelle casacche
rosse destinate ai macellai e ai portatori di carcasse del porto...gli unici
indumenti che ´José´ fosse riuscito a trovare in quantitá
notevole a un prezzo modesto ´´.
Arrivata in Italia, Anita scriveva a un amico di Montevideo: ´´
Sono stata festeggiata dal popolo genovese in modo singolare. Piú di
3.000 persone sono venute sotto le mie finestre gridando: - ´´ Viva
Garibaldi! Viva la famiglia del nostro Garibaldi! ´´.
Sapeste quanto ´José´ é amato e desiderato ´´
.
Insorgeva la Sicilia, e il 15 aprile del 1848 Garibaldi si imbarcava alla volta
di Genova con settanta compagni legionari su un brigantino cui aveva dato il
nome di ´Speranza´. Arrivato in Italia ben presto la propria speranza
che anche lui , che aveva riposto in Pio IX, si dissolse.
Il pontefice, prima aveva benedetto l´Italia e poi l´aveva mandata
a farsi benedire tornando aspramente a difendere l´ordine costituito.
Allora Garibaldi offrí il braccio a Carlo Alberto, dichiarando di non
essere repubblicano ma italiano.
Il re non ne vuole sapere, cosí come anche, il granduca di Toscana.
La notizia che Pio IX era fuggito da Roma travestito da frate, indusse Garibaldi
ad accorrere nel novembre del 1848 con la sua legione in camicia rossa nella
cittá eterna a sostegno del governo provvisorio.
Proclamata la Repubblica Romana chiese ad Anita di raggiungerlo nel suo quartier
generale di Rieti.
Tutti la chiamarono subito la ´Bella Brasiliana´.
Garibaldi difese Roma contro l´assalto dei francesi, e, benché
ferito, avrebbe voluto inseguirli nella ritirata.
Si oppose a ció, il Mazzini ritenendo che la Francia avrebbe potuto appoggiare
la sorella Repubblica di Roma.
Le monarchie europee, allarmate dall´insuccesso francese, cominciavano
a da inviare i propri eserciti.
Diecimila allora, soldati borbonici marciavano dal sud, i francesi attendevano
un rinforzo da Marsiglia, gli austriaci stavano arrivando dalla Toscana e gli
spagnoli erano a Gaeta. Anita si precipitó a Roma. Garibaldi, presentandola
ai suoi ufficiali, esclamó: - ´ Signori, questa é la mia
Anita. Ora abbiamo un soldato in piú nella difesa di Roma ´.
Ma i capi della Repubblica Romana si arresero, mentre si accentuavano i contrasti
fra lui e il trinmviro Mazzini.
Era inutile e impossibile restare a Roma. ´Dovunque andremo, lá
sará Roma´, diceva Garibaldi. Parló al popolo. Anita incinta
di quattro mesi, era al suo fianco. A cavallo.
Il generale, col capello floscio e il poncho bucato dalle schegge, montava un
pomellato chiaro. Rizzatosi sulle staffe, disse: - ´Compagni! La fortuna
che ci ha tradito oggi ci arriderá domani. Io esco da Roma.
Chi vuole continuare la guerra contro lo straniero mi segua. Offro fame, sete,
marce forzate e morte; per tenda il cielo, per letto la terra. Chi ha il nome
d´Italia non soltanto sulle labbra ma anche nel cuore venga con me! ´.
Giuseppe e Anita Garibaldi uscivano dalla cittá eterna alla testa di
quattromilaseicento uomini, col proposito di sferrare azioni di guerriglia nell´Italia
Centrale.
Anita, che appariva sempre piú pallida, confidó al marito i suoi
mali: spesso vacillava e tremava. Aveva la febbre, ma non credeva che ció
dipendesse dalla gravidanza. Ed anche perché i medici lo sanno molto
bene che una gravidanza non é mica una malattia.
La ragione doveva essere piú seria.
I garibaldini continuavano a risalire la penisola fra mille difficoltá.
Il gonfaloniero della cittá di Arezzo non vuole farli passare temendo
la vendetta dell´Austria, e cosí Garibaldi dirotó su San
Marino con l´idea di raggiungere Macerata dove sei mesi prima era stato
eletto deputato al parlamento di Torino.
Le autoritá sanmarinesi tentennavano, anche loro temevano l´Austria:
dovevano o no far passare Garibaldi sul loro territorio?
Nel frattempo le retroguardie garibaldine, assalite dalle truppe austriache
si dispersero. Anita, vedendo gli uomini fuggire, ebbe la forza, quasi delirante,
di salire a cavallo e di rincorrerli nel tentativo di convincerli a tornare
indietro.
I suoi sforzi furono inutili, e a lei non rimase che gridare ai fuggitivi: -
´Siete dei codardi! ´.
I soldati che erano rimasti con Garibaldi dicevano: - ´Ma, si. É
una donna
o il diavolo in persona? ´.
Erano inseguiti nelle paludi di Comacchio. Anita, quasi in fin di vita, fu portata
in un campo di granturco. Lei accarezzava i capelli del marito.
Con un filo di voce gli diceva: - ´ Tagliali. Sei troppo riconoscibile
´. Garibaldi allora, le ricordó che giá una volta glieli
aveva fatti tagliare. Ora lei gli chiedeva il sacrificio dei capelli non per
gelosia, ma per salvarlo. Le sue ultime parole furono: - ´ Peppino, abbracciami.
Sono trascinata via dall´ombra che insegue noi brasiliani lungo tutta
una vita ´.
Ancora respirava. Lui ancora sperava. Sembrava la prima scena da loro vissuta
nella lontana Laguna. Perché la lotta contro gli Imperi era una, sia
questo l’Impero turco, brasiliano o austriaco. Quello che Giuseppe aveva
fatto in Brasile, assimilarsi all’ambiente, Anita tentò di farlo
in Europa. Ma rifiutò categoricamente di cambiare vita, di diventare
moglie e madre di un ufficiale italiano.
Voleva rimanere un soldato, a fianco del suo Generale. E questo gli costò
la vita.
In una piccola barca allora, - perché é stata una stessa piccola
barca che gli aveva avvicinato un giorno -, che aveva raggiungo dopo aver trasportata
Anita a braccia per un´ora, attraversó la palude.
Attraccó nei pressi d´una cascina non lontana da Ravenna ( perció
il gemellaggio con Laguna-SC ) dove c´era un medico.
Era troppo tardi ormai. Appena adagiata sul letto, Aninha moriva...
Era il 4 agosto del 1848. La moglie eroina brasiliana di Laguna, sud di Santa
Catarina lasciava questa terra a ventott´anni rappresentando magari la
piú celebre saga italo-brasiliana del XIX secolo.
Cosí il suo esempio e ricordo sono imperituri...
In questo momento, lo sviluppo socio-economico del Brasile é letteralmente
impacciato dal Portogallo e cosí il Brasile non ha nemmeno potuto approfittare
le opportunitá economiche dei riflessi della Rivoluzione Industriale
del XIX secolo, soffrendo pure una grande dipendenza economica dall´Inghilterra
e dagli altri paesi sviluppati del mondo.
É saputo, addirittura, che Portogallo era dato soltanto alle tecniche
marittime e all´agricoltura e mica sugli avanzamenti della meccanica o
dell´industria contemporanea.
Perché agli inizi dell'Ottocento l'Europa era ancora in prevalenza un
continente di agricoltori, dove la vita e la morte della grande maggioranza
della popolazione dipendevano dalla terra. L'Europa "verde" dei campi
coltivati e dei pascoli aveva ancora la meglio sull'Europa "nera"
del carbone e dell'industria. In questo periodo storico circa 1'80% della popolazione
europea viveva nei villaggi rurali e la percentuale superava il 90% in molti
stati dell'Europa orientale e meridionale.
Nella prima metà dell'Ottocento si ebbe un forte incremento della produzione
agricola, grazie alle innovazioni apportate nel secolo precedente.
La modernizzazione dell'agricoltura avvenne soprattutto nell'Europa centro-settentrionale,
dove una parte crescente dei latifondi aristocratici ed ecclesiastici passò
nelle mani di una nuova borghesia agraria, che considerava la terra come un
capitale che doveva fruttare un utile; perciò i nuovi proprietari borghesi
cercavano di aumentare continuamente la produzione con l'introduzione di nuove
tecniche e con l'impiego di mano d´opera salariata.
Nell'Europa orientale e meridionale, invece, nell'Ottocento era nettamente prevalente
la proprietà dell'aristocrazia, che in alcune regioni come la Prussia
e la Russia faceva ricorso ancora a forme di lavoro feudale.
Nella prima metà del XVIII secolo l'Inghilterra primeggiava tra tutti
gli altri stati europei per lo sviluppo delle attività industriali.
E a Liverpool una Macchina a Vapore, ad esempio, che ne occupa in questo momento
12 a 15 schiavi, ne produce per oltre 500 a 1.000 schiavi.
I principali elementi di forza del primato britannico erano costituiti dall'elevata
produzione di carbone e da una efficiente rete di trasporti, che facilitava
le esportazioni: l'Inghilterra deteneva praticamente il monopolio dei trasporti
marittimi su scala europea e mondiale e inoltre a metà del secolo aveva
costruito circa metà delle ferrovie presenti in tutta l'Europa .
In questo periodo era ancora predominante l'industria tessile che forniva stoffe
di lana e soprattutto di cotone. Anche l'industria siderurgica e meccanica inglese
ebbe comunque un forte sviluppo per la continua richiesta di macchine industriali
e di materiale ferroviario (la produzione di ghisa passa in cinquant'anni da
200 mila a circa 2 milioni di tonnellate). Solo dopo il 1850 fece la sua comparsa
l'industria chimica con la produzione dei primi coloranti artificiali.
Nei primi anni del secolo la macchina a vapore di Watt (il treno) era stata
introdotta in alcune miniere dell'Inghilterra e del Belgio per far salire i
carrelli carichi di carbone. Intanto diversi erano stati i tentativi di utilizzare
la forza del vapore per far muovere un mezzo di trasporto. La prima Locomotion
fu costruita nel 1825 dall'inglese George Stephenson per trainare alcuni convogli
su una ferrovia di 25 km che univa le miniere di Darlington al porto di Stockton.
Ma l'inizio ufficiale dell'epoca delle ferrovie si ebbe nel 1829, quando la
nuova locomotiva di Stephenson, la Rocket (Razzo), inaugurava la linea ferrata
Liverpool Manchester per il trasporto regolare di merci e persone, viaggiando
alla velocità media di 28 km orari.
Nel giro di pochi anni furono costruiti tratti ferroviari sempre più
lunghi; nel 1850 il territorio inglese era coperto da una rete ferrata di quasi
10.000 km, che diventarono più di 21.000 nel corso del ventennio successivo.
Intanto la ferrovia si era diffusa, anche se più lentamente, negli altri
stati europei, in particolare in quelli che si stavano industrializzando, come
la Francia (3000 km di ferrovie nel 1850) e la Germania (5800 km).
Durante il XIX secolo si diffusero nel continente le nuove attività industriali
nate in Inghilterra alla fine del Settecento. Nella prima metà del secolo
entrarono nella fase del cosiddetto "decollo industriale" il Belgio,
la Francia e la Germania, favoriti anche dalla loro vicinanza all'Inghilterra,
mentre altri stati europei, come l'Olanda, i paesi scandinavi, l'Austria, l'Italia
e la Russia si industrializzarono nei decenni successivi.
Come era avvenuto in Inghilterra, anche negli stati continentali le prime industrie
sorsero vicino ai giacimenti di carbone e ferro, oppure attorno ai principali
porti o alle maggiori città del continente. Inoltre anche in questi paesi
i settori di maggiore sviluppo furono quelli dell'industria tessile, siderurgica
e meccanica. Ma, a differenza della Gran Bretagna dove le attività industriali
erano finanziate da una classe di imprenditori privati che disponevano dei capitali
necessari, negli altri paesi europei fu molto importante il ruolo svolto dai
capitali pubblici, messi a disposizione dalle autorità statali.
Lo sviluppo delle ferrovie diede un forte impulso allo sviluppo economico dei
paesi europei soprattutto per due motivi: fece aumentare notevolmente la produzione
di carbone e allo stesso tempo favorì lo sviluppo delle industrie meccaniche
e siderurgiche per la crescente richiesta di materiale rotabile (locomotive,
carrozze e binari).
Più in generale l'economia dei paesi europei migliorò perché
le ferrovie permettevano di trasportare in modo più veloce e a costi
inferiori le merci industriali, i prodotti agricoli e la manodopera.
La ferrovia produsse anche una trasformazione del territorio, sia per lo scavo
di gallerie o la costruzione di ponti, sia per la nascita di nuovi centri abitati
lungo le principali linee ferroviarie.
Il trasporto e il commercio delle materie prime e dei prodotti industriali furono
incentivati con l'applicazione della forza del vapore alle navi e anche con
il miglioramento delle vie fluviali e con l'ampliamento della rete dei canali
navigabili, in tutti i paesi atlantici.
La rivoluzione industriale e la diffusione delle nuove attività in Europa
produssero anche profonde trasformazioni nella società europea. All'interno
della borghesia urbana, che si era affermata nelle città europee già
dal Medioevo, si andò formando una borghesia industriale, cioè
un ceto sociale costituito da imprenditori capitalisti, proprietari di fabbriche
da cui ricavavano profitti e capitali che poi investivano in nuove attività
industriali, commerciali o finanziarie.
Il borghese nato dalla rivoluzione industriale era un individuo attivo e intraprendente,
abile e privo di scrupoli negli affari, che spesso proveniva dalle categorie
degli artigiani o dei piccoli proprietari terrieri. Se in principio vi era una
netta differenza tra la borghesia industriale e la tradizionale aristocrazia,
nel corso del secolo la separazione tra le due classi sociali scomparve, e sempre
di più prevalse la nuova borghesia con i suoi valori di libertà
e di intraprendenza economica e con il suo stile di vita tipicamente urbano.
La rivoluzione industriale produsse in Europa la formazione di una nuova classe
sociale, gli operai di fabbrica, che vendevano il loro lavoro in cambio di un
salario. Questa nuova classe sociale, che nei primi decenni dell'Ottocento costituiva
ancora una netta minoranza tra i lavoratori europei, al suo interno andò
differenziandosi in rapporto alle condizioni di lavoro e di vita. Al vertice
stava una minoranza di operai qualificati, spesso addetti al controllo e alla
manutenzione delle macchine, che avevano salari più elevati; poi c'era
la massa degli operai semplici, tra i quali erano numerose le donne e i bambini,
pagati con salari bassi e spesso costretti a lavorare anche per 15-16 ore al
giorno.
Le nuove attività industriali produssero non solo un aumento della popolazione
urbana, ma anche una profonda trasformazione delle caratteristiche delle città
e una loro espansione nel territorio.
Le nuove città industriali si caratterizzavano innanzitutto per la presenza
delle fabbriche con le alte ciminiere che, con il fumo del carbone, rendevano
nere le abitazioni e le campagne circostanti; anche i fiumi e i canali delle
città con il tempo diventavano fogne maleodoranti per gli scarichi delle
fabbriche. La regione inglese attorno a Birmingham, ricca di carbone e industrie,
prese il nome di "Black Country; per gli effetti prodotti dal carbone sugli
edifici e sul paesaggio.
Un'altra caratteristica delle città industriali era la crescita disordinata
degli slums, i quartieri operai, dove le famiglie dei lavoratori si accalcavano
in misere casupole o vere e proprie catapecchie insalubri e prive dei servizi
elementari, separate da stradine e vicoli sporchi e pericolosi. Infine, soprattutto
nelle maggiori città industriali si concentravano quei servizi, come
le banche, i negozi, gli uffici, i trasporti necessari al funzionamento delle
attività industriali, in particolare le stazioni ferroviarie.
In seguito all'aumento della popolazione e all'addensarsi di attività
industriali e terziarie, le grandi città europee nel corso del XIX secolo
furono caratterizzate da un allargamento nel territorio circostante; spesso
le antiche mura medioevali, che separavano nettamente la città dalla
campagna, furono abbattute, mentre la città storica divenne il centro,
attorniato da numerosi quartieri residenziali o zone industriali. La parte centrale
della città, più vecchia e insalubre, si caratterizzò per
la presenza degli slums e dei bassifondi popolari.
Ma nella seconda metà dei secolo le autorità comunali, in accordo
con le imprese private, attuarono una profonda trasformazione dei centri storici
delle grandi città: gli slums del centro furono abbattuti e furono costruiti
palazzi dove si insediarono uffici, servizi commerciali e abitazioni di lusso,
mentre al posto degli stretti vicoli furono aperti spaziosi viali alberati,
piazze e giardini.
Lo scopo delle autorità era quello di abbellire le città e di
migliorare l'igiene dei quartieri popolari, che in realtà venivano distrutti,
mentre le imprese private facevano affari d'oro acquistando a basso prezzo vecchie
abitazioni e trasformandole poi in palazzi di lusso.
La diffusione delle attività industriali favorì il sorgere di
nuovi conflitti sociali, a causa soprattutto delle dure condizioni di lavoro
degli operai.
Nei primi decenni dell'Ottocento si diffuse in Inghilterra il luddismo, un movimento
di violenta protesta che prese il nome da un leggendario operaio di nome Ned
Ludd.
I luddisti erano operai che giungevano anche a distruggere le prime macchine
tessili, considerate la causa della disoccupazione degli artigiani e dei bassi
salari degli operai. Queste proteste violente furono represse dalle autorità
inglesi con processi e condanne a morte.
In seguito gli operai, soprattutto quelli specializzati, iniziarono a organizzarsi
in sindacati, cioè in associazioni di mestiere che lottavano per concreti
obiettivi di miglioramento del lavoro: aumento dei salari, riduzione dell'orario,
limitazione dell'impiego dei bambini nelle fabbriche, miglioramento della sicurezza
e dell'igiene, difesa del lavoro quando gli industriali chiudevano le fabbriche
e licenziavano i lavoratori.
A volte gli operai, per rendere più efficace la loro protesta e le loro
richieste ricorrevano allo sciopero, cioè all'interruzione del lavoro.
Inizialmente le autorità considerarono come illegali sia i sindacati
sia gli scioperi e quindi repressero violentemente le agitazioni operaie. Il
primo paese ad abolire nel 1824 il divieto di sciopero e di organizzazione sindacale
fu l'Inghilterra.
Nel corso dell'Ottocento, anche sull'onda della diffusione e dello sviluppo
dell'industria, si ebbero straordinari progressi nel campo delle scienze (fisica,
chimica, biologia), che posero le basi per invenzioni di estrema importanza
(tra le quali l'elettricità, l'anestesia, gli antibiotici, le fibre sintetiche)
. I progressi delle scienze, accanto al crescente sviluppo economico, alimentavano,
nella mentalità borghese, un forte ottimismo e una illimitata fiducia
nel progresso generale dell'umanità.
Sull'onda di questa nuova mentalità nacque, in Francia, verso la metà
del secolo, una nuova corrente filosofica chiamata positivismo. Tale corrente
di pensiero si fondava sulla fede nel progresso e nella scienza, sulla fiducia
nella ragione e nell'esperienza umana, contro ogni forma di superstizione religiosa
o di credenza metafisica, ossia contro ogni credenza non fondata sui dati dell'esperienza.
Secondo il positivismo l'unica forma valida di conoscenza era quella scientifica,
e il metodo scientifico andava applicato a ogni ambito dell'attività
umana (dall'arte, all'economia, alla politica). Il principale esponente di questa
corrente fu A. Compte.
Dalla Francia il positivismo si diffuse negli altri paesi europei; in Inghilterra
H. Spencer assunse l'idea di Darwin sull'evoluzione delle specie viventi per
estenderla a ogni aspetto fisico e morale dell'esistenza degli uomini.
Ma il Brasile avanza ancora tramite i cicli storico-politici del XIX secolo
senza presentare delle grandi guerre, violenze, rivolte o sanguinarie rivoluzioni.
Cammina invece lenta e serenamente, certamente con la particolare lentezza ´tupiniquim´,
come ne aveva fatto anche l´imperatore D. Pedro I lasciando per sempre
il territorio brasiliano.
Assume dunque il suo posto l´imperatore bambino D. Pedro II, minorenne,
etá 5 anni sotto la custodia di José Bonifácio fino a da
raggiungere la sua maggioritá di 15 anni dove viene coronato Imperatore
del Brasile nel 1841.
Contemplativo, erudito, militare anzi statista, sotto di lui il Brasile rimane
50 anni in un posto di grande rispettabilitá mondiale.
Peró c´é adesso un grave problema socio-umano-politico che
lo affligge.
É il problema della Tratta dei Negri Africani.
La nevralgica e vergognosa schiavitú africana in Brasile e nel mondo.
Venuta di una Africa saccheggiata e disabitata, questa schiavitú riempirebbe
la conseguente mancanza di mano d´opera per menare avanti questo grande
continente agricola mondiale. Il Brasile.
IL CAFFÈ
In questo periodo il Brasile ha tentato di sviluppare un'industria nazionale.
Sono state favorite le industrie private locali (tessile e alimentare) in cui
sono stati impiegati soprattutto i capitali ricavati dalla coltura del caffè
nella regione di São Paulo.
Addirittura, ci sono sempre delle particolaritá sulla storia dello sviluppo
brasiliano. Siccome appena una materia prima si indebolisce o si svanisce, ecco
che ne arriva subito dopo un´altra materia prima per succederla e impulsionare
ancora di piú la crescita del continente brasiliano.
Cosí, dunque, come per un miracolo, sempre come un ciclo dietro l´altro,
come ne avevano operato cosi lo zucchero nel XVII secolo, l´oro e i diamanti
nel XVIII secolo e adesso lui, il Caffé nel XIX secolo.
É una marcia trionfale impari, perché durante il XIX e il XX secolo
il Brasile giunge il monopolio mondiale del caffè.
Ed ecco che sono ancora i vecchi e tipici costumi da coltivazione, la fertilitá
del ricco e prodigo suolo brasiliano, la facilitá del suo coltivo e la
primitivitá del suo metodo di produzione che fanno con che questo prodotto
sia dunque appropriato appunto per il Brasile.
Il caffé non puó essere colto né raccolto con le macchine.
Nella sua piantagione e nella sua raccolta la disumana e soprannaturale mano
d´opera schiava ne vale ancora di piú.
Ed é come lo zucchero, il cacao e il fumo, un prodotto desiderevole internazionalmente
per i nervi gustativi e raffinati.
É propriamente il prodotto complementare dello zucchero e del fumo perhé
dopo i pranzi costituiscono i tre una triade ideale. Ed é sempre cosí.
Fino a quando non si sa. Ma é il sole del Brasile con la fertilitá
del suo prodigo suolo che lo salvano.
E quindi com´é successo ai suoi fratelli piú vecchi, il
fumo e lo zucchero, é il consumo universale del caffè tramite
il costume che incita il coltivo e il commercio mondiale del caratteristico
caffè ´made in Brazil´.
São Paulo, ad esempio: Il Brasile viene spesso raffigurato come un treno
di cui ogni vagone rappresenta uno stato e la cui locomotiva è quello
di São Paulo. Questa rappresentazione viene chiaramente vista di buon
occhio dai “paulistas”, ovvero gli abitanti dello stato, ma anche
chi non è originario della zona deve ammettere che ciò si avvicina
molto alla realtà. Agricoltura, allevamento, industria, commercio e servizi
sono massicciamente presenti in São Paulo: a questi settori si aggiungono
tutte le attività ad essi collegate, come le università, e quelle
conseguenti, come il turismo. Si può tranquillamente affermare che non
esiste attività umana che non sia presente in São Paulo. Ma il
fatto più importante per la storia di São Paulo, si ebbe intorno
alla metà del XIX secolo. Dopo il parziale fallimento della coltivazione
del cotone dovuto alla carenza di manodopera, i grandi proprietari terrieri
iniziarono quella del caffè: grazie alla posizione geografica favorevole
e a un terreno adatto, questo prodotto divenne in pochi anni la produzione principale
dello stato. La carenza di mano d´opera locale, ulteriormente aggravata
dalla fine della schiavitù, fu risolta con una massiccia campagna per
attirare i lavoratori dall’estero.
Grazie a loro, per la città di São Paulo ed il suo stato iniziò
uno sviluppo vertiginoso: accanto alla coltura del caffè, sorsero le
prime fabbriche a esso collegate. É da registrare anche che, ad esempio,
la comunità degli immigranti giapponesi di São Paulo è
la più grande fra quelle che vivono fuori dalla madrepatria asiatica.
Date
queste premesse, si potrebbe pensare che per essere arrivati a tali livelli
di sviluppo, questo stato debba possedere una lunga e intensa storia: niente
di più sbagliato! Perché se lunga lo è, intensa lo è
soltanto a partire dal XIX secolo, grazie alla coltura del prodotto più
famoso del Brasile, il caffè.
In Europa e negli Stati Uniti il caffè brasiliano viene ad ogni volta
piú consumato.
Sul porto di Santos-SP nel XIX secolo, infatti, 30 vapori al giorno pieni di
grani di caffè non riescono a da mantenere l´aumento dalla richiesta
di un vizio internazionale. Santos divenne allora, il primo porto per la sua
esportazione ed i collegamenti tra le varie città che si moltiplicarono,
soprattutto con l’avvento della ferrovia. Questo periodo vide aumentare
ancora di più l’immigrazione: a quella esterna, si aggiunse quella
interna, con gli abitanti del nordest brasiliano che videro in queste terre
l’àncora di salvezza per sfuggire dalle loro proprie miserie.
Peró,
dovuto alla questa arrischiata ´supermonoproduzione´ agricola, il
Brasile diventa proprio schiavo delle grandi borse mondiali che insomma attaccano
il prezzo internazionale del caffè alla moneta brasiliana e cosí
tutta la stabilitá economica brasiliana viene da ció dipendente.
E con questa stessa superproduzione brasiliana di caffè, il governo brasiliano
affine di controbilanciare i propri prezzi del caffè nel mondo arriva
fino a da buttare via in alto mare l´eccedente della produzione brasiliana
di caffè.
Contuttoché, per provare a da mantenere il bilancio dei prezzi internazionali
compatibili tra produzione e vendita di caffè, comincia a d´andare
giú questo ´ ciclo d´oro del caffè ´ nel Brasile,
imparando per sempre il governo e i capi-agricoltori del caffè che mai
si deve mettersi di testa su un´unico colpo in qualsiasi negozio.
Nell´avvenire allora, l´industria manuale non potrá mai sostituire
l´industria fabbrile.
Sarebbe come un´aborigeno nudo con le sue freccie a lottare contro le
mitragliatrici e i canoni.
E tutto ció per il Brasile é una realtá fatale con un contrattempo.
Nel vasto Brasile dei minerali, manca il piú efficace e di importanza
decisiva per il mondo del XIX secolo:
Il Carbone.
L´uso del carbone é iniziato in Inghilterra verso il 1750, all´epoca
quindi dell´inizio della Rivoluzione Industriale.
Nell´ottocento l´impiego principale del carbone era nella produzione
del ´vapore´ per ottenere forza motrice: i vapori, come si sa, facevano
funzionare le macchine delle fabbriche.
In Brasile il carbone viene scoperto dai vaccari del sudbrasiliano nel 1827
nel paese di Guatá vicino alle montagne piú alte dello stato di
Santa Catarina sul municipio sudcatarinese di Lauro Müller.
É saputo che il carbone fossile é un combustibile solido d´origine
vegetale. Nelle passate ere geologiche, in particolare nel Carbonifero ( 345
milioni d´anni fa ), gran parte della superficie terrestre era occupata
da paludi in cui cresceva una vegetazione lussureggiante che comprendeva molte
varietá di felci e alcune grandi come alberi.
Man mano che morivano, le piante venivano sommerse dall´acqua: la materia
organica dunque non si decomponeva, ma cominciava a subire un lento processo
di Carbonizzazione, una particolare forma di fossilizzazione consistente nella
perdita graduale e continua di atomi di idrogeno e di ossigeno, con il conseguente
accumulo di un´altra percentuale di Carbonio.
In tal modo si formarono i primi giacimenti di torba, ricoperti col passare
del tempo da strati di terreno piú o meno spessi. In migliaia e milioni
d´anni la pressione degli strati sovrastanti, i sommovimenti della crosta
terrestre e, talvolta, il calore dei vulcani compressero e compattarono gli
originari depositi di torba, trasformandoli progressivamente in carbone.
Nel mondo il carbone viene proporzionalmente e principalmente distribuito in
Cina ( 23,8%), negli Stati Uniti ( 20%), nella Germania ( 8,2%) e nella Russia(
7,2%).
Sulla crosta terrestre le zone piú favorevoli per la formazione di depositi
organici vegetali sono le pianure costiere, le lagune, gli acquitrini delle
alte latitudini, come in Russia, Canada, Nord Europa, dove il clima freddo rallenta
la decomposizione, ma anche in regioni calde umide che favoriscono la crescita
di vegetali
In Brasile, sulla regione di Criciuma, capoluogo del sudcatarinese, il carbone
viene scoperto nel 1913 rappresentando la piú importante zona di produzione
carbonifera brasiliana. Il carbone della regione del sud di Santa Catarina é
il piú ricco carbone brasiliano con carbonio, o sia, dopo trasformato
in coke é usato nelle industrie siderurgiche. Purtroppo, questo carbone
minerale brasiliano piú ricco in carbonio oriundo dal sudcatarinese,
porta con se dei parecchi residui e detriti che magari ancora cosí, é
l´unico in Brasile che serve per l´industria siderurgica.
Negli ultimi decenni del XX secolo la produzione brasiliana di carbone energetico
minerale fu di 24.000.000 tonnellate mentre la produzione brasiliana di quello
metallurgico fu soltanto di 1.000.000 tonnellate. Il carbone minerale energetico
é usato nelle centrali termoelettriche dove viene bruciato allo stato
naturale per produrre il vapore che alimenta le turbine. E il carbone minerale
metallurgico é
usato nei centri siderurgici dove viene prima trasformato il coke e poi caricato
nell´altoforno per la fusione dei minerali di ferro.
Quindi, 70 % del totale di 25.000.000 tonnellate di carbone minerale prodotti
negli ultimi decenni del secolo scorso in Brasile, o sia, 17.500.000 tonnellate,
é stato oriundo soltanto dalla regione sudcatarinese dov´é
la piú importante riserva a Criciuma, SC.
Attualmente a Criciuma, SC, il carbone minerale si destina fondamentalmente
alla produzione di prodotti chimici, all´energia e all´industrie
siderurgiche.
Siccome gli altri pianeti conosciuti dell´universo non hanno i vegetali
indispensabili per fissare il ´Carbonio´ oriundo dalla fotosintesi
risultante della gran coppia ´´Sole-Fogliame´´, il pianeta
terrestre dunque, tramite questo prodigio chiamato ´fotosintesi´
lo trasferisce - dall´energia fisica in energia chimica - per i suoi specifici
strati minerali formando sulla crosta terracquea delle vene d´oro, miniere
di ferro, riserva di bauxite, giacimento di carbone, campi di petrolio e bolle
di gas naturale.
E l´esistenza anche delle riserve di argilla si costituisce assieme al
carbone energetico minerale del sudcatarinese nel supporto materiale per la
crescita dell´industria ceramica nella regione di Criciuma, SC.
Poi, con la crisi del petrolio del XX secolo e la temeritá di un possibile
esaurimento delle riserve di carbone negli anni 70, ecco che arriva a Criciuma,
SC lo sviluppo delle industrie ceramiche, di calzature e alimentizie.
Uno dei piú gravi problemi ambientali verificati sulla regione sudcatarinese
é quello dalla minerazione del carbone.
La minerazione ha costituito una variabile di fondamentale importanza sulla
vita socio-economica dello stato di Santa Catarina e del Brasile.
Dovuto a tutto ció, il municipio di Criciuma-SC ha avuto delle caratteristiche
d´esplorazione di ricorsi naturali non-rinnovabili di uno scuoto distruttivo
e compromesso su tutto il suo mezzo ambiente biofisico.
Criciuma fu risponsabile, ad esempio, per l´offerta energetica dello svolgimento
per Santa Catarina e per il Brasile, disorganizzandosi geologicamente e cosí
aiutando altre regioni a svilupparsi.
Sembra che, per una regione svilupparsi, se ce ne il bisogno di un´altra
regione soffrire le conseguenze dannose dallo stesso ´sviluppo´.
La disposizione inadatta dei residui e detriti solidi e dalle acque acide con
solfato di ferro dalle minerazione della regione di Criciuma, SC, hanno messo
tutta la regione carbonifera sudcatarinese sul decimoquarto posto di area critica
nazionale.
A Criciuma, SC, il suo bacino idrografico si trova compromesso su 2/3 del totale
della sua estensione.
É da registrare purtroppo, che l´aumento dei casi d´anencefalia
tra la popolazione neonatale di Criciuma, cui la media mondiale sulla letteratura
é di 1:20.000, arriva al livello preoccupante di 1:2.000.
Dunque, siccome nel XIX secolo il mondo cammina allora su questa gamba chiamata
´carbone´, il Brasile non riesce a da scoprire come negli Stati
Uniti, in Canada, in Europa e in Asia le sufficienti e adeguate miniere carbonifere
con lo specifico carbone minerale metallurgico per la fabbricazione delle grandi
macchine pesanti indispensabili per il moderno sviluppo tecnologico.
E cosí, ancora nel XIX secolo, tutto il chilo di questa sostanza minerale
che viene da lontano deve essere costosamente pagato e con zucchero, che purtroppo
viene da ognigiorno costando meno.
Ed é da registrare che ancora oggigiorno in pieno XXI secolo, il Brasile
ne ha bisogno per le sue industrie siderurgiche ad´importare 90 % circa
del carbone minerale metallurgico specifico.
E mentre il ritmo delle operazioni commerciali e di traffico negli Stati Uniti
e nella Europa diventa cento, mille volte di piú, qui in Brasile cui
sottosuolo si nega a fornire il prezioso e specifico minerale per le sue industrie
siderurgiche, le montagne offrono gli ostacoli, e fino i fiumi fanno delle loro
curve come per ritardare lo sviluppo in cui il Brasile ne ha tanto bisogno.
Ed é giustamente in questa epoca, ad esempio, che lo sviluppo tecnologico
degli Stati Uniti dell´America del Nord viene marcato esattamente per
le loro ferrovie che lo tagliano dal nord al sud e dal´est all´ovest
tra di se.
E mentre i vapori salgono e scendono dal fiume mississipi e dallo hudson costantemente,
qui in Brasile invece é troppo raro vedersi qualsiasi vapore sull´Amazonas
oppure sul fiume São Francisco.
Cosí, in pieno XXI secolo il Brasile si vede come se ne fosse sul XX,
XIX, XVIII, XVII o XVI secolo a fornire all´estero sempre e le stesse
materie prime e ovviamente le vendite dei suoi prodotti alla mercé dell´arbitrio
del proprio mercato mondiale.
Ecco perché il commercio brasiliano cade e decade e il Brasile in questo
momento, tra le nazione americane passa dal primo al terzo piano.
Paradossalmente, il paese che ne ha piú ferro che tutti gli altri paesi
del mondo,
bisogna importare tutte le macchine pesanti ed i suoi componenti e untensili
fatti dalle industrie metallurgiche internazionali.
Perché qui bisognerebbe il carbone minerale metallurgico sufficiente,
o sia, quello piú ricco in carbonio, per le massiccie fabbricazioni delle
macchine pesanti verso la piena industrializzazione in cui il Brasile deve proseguire
come qualsiasi grande nazione del mondo contemporaneo.
E nonostante la grossa produzione brasiliana di cotone, il Brasile non puó
lasciare d´importare dall´Inghilterra i suoi tessuti.
Nonostante la sua colossale foresta, il Brasile continua ad importare il proprio
foglio.
Addirittura si sa che qualsiasi svolgimento ne ha bisogno delle iniezioni di
capitali.
Le principali ditte del settore ferroviere, altre fabbriche e oltre poche grande
ditte in Brasile sono pure dall´Inghilterra, dagli Stati Uniti, Belgio
o dalla Francia, e il nuovo impero brasiliano come colonia dai gruppi autonomi
stranieri, viene messo sotto l´esplorazione da tutto il mondo arrivando
cosi la sovrastante economia brasiliana al suo piú basso gradino e all´ultimo
livello.
Abolita la schiavitù nel 1888, si verificò un massiccio afflusso
degli immigranti europei, tra cui moltissimi italiani.
LA BORRACCIA
E come un´altro regalo per la gente brasiliana, la sua ricca e fitta foresta
risolve adesso regalargli di un modo diverso ma cosí famigliare e particolare.
Comincia ad arrivare dunque, una nuova pretendente alla corona nel regno dei
´cicli d´oro´ sulla economia brasiliana.
Per sostituire il caffè, che é per ora il re della economia in
Brasile, arriva lei, una regina venuta propria dall´interno della foresta
brasiliana.
E la regina si chiama ´Borraccia´. E ha delle sue ragioni perché
é propria naturale del Brasile e non come lo straniero caffè che
é venuto dall´Africa Centrale( Etiopia ) per essere qui coltivato
o la propria africana canna da zucchero che é venuta da Capo Verde.
Sono piú di 300.000.000 di queste alberi ( hevea brasiliensis ) o ´seringueiras´
solo nella foresta amazzonica che prodducono un liquido come una sostanza collosa,
la gomma, utilizzata da tempo dagli aborigeni brasiliani per impermeabilizzare
le sue piccole imbarcazioni, sue vasche e i suoi vasi domestici.
Peraltro, il governo brasiliano abituato e consapevole dagl´intrecci avuti
nei cicli precedenti sulla storia dell´economia brasiliana, risolve perentoriamente
e di modo ragionevole proibire l´uscita di tutta e qualche semente o una
unica pianta della ´hevea brasiliensis´ per al di lá dei
mari.
Ma lascia stare che come questa sostanza ( látex ) non resiste né
alle basse e né alle alte temperature e dunque non ne serve per le industrie
dal mondo contemporaneo, l´esperto americano Charles Goodyear riceve dal
Brasile questo liquido e scopre accidentalmente nel 1839 negli Stati Uniti che
introducendo lo zolfo sulla borraccia dall´amazonia brasiliana la diventa
insensibile agli estremi cambiamenti di temperatura e cosí ne viene alta
e largamente utilizzata sulla scala industriale in tutto il mondo.
Ed ecco che dal Brasile allora sorge una nuova scoperta e cosí importante
per il mondo moderno come ne furono il carbone, il petrolio, il legno e il ferro.
E se ne ha bisogno allora della borraccia brasiliana per fare i tubi, le galoscie
e mille altre cose, e, con l´arrivo della bicicleta e dopo con gli automobili,
il suo uso dappertutto assume delle proporzioni gigantesche.
Fino alla fine del XIX secolo il Brasile prende da se il monopolio esclusivo
della materia prima di questo prodotto. La borraccia.
E quindi tutto si ripete.
Com´é successo nel XVIII secolo con l´oro a Minas Gerais,
succede adesso con la schiavitú dei propri brasiliani venuti in migliaia
dallo stato del Ceará per in mezzo alla foresta sotto le selvatichezze
dei padroni della borraccia, togliere via sto liquido colloso prima di cercare,
di trovare e poi dissanguare queste erranti piante selvatiche. ( as seringueiras
).
Quei giorni da oro a Minas Gerais sono adesso a Manaus nel cuore della foresta
amazzonica.
Il Brasile segue respirando troppo bene economicamente e la borraccia sulle
borse internazionali é uguale al caffé. E con l´arrivo mondiale
anche dell´automobile si aprono delle prospettive illimitate.
La cittá di Manaus, capitale dello stato di Amazonas nel nord brasiliano
diventa la piú ricca cittá del Brasile in questo momento e nel
decennio una delle piú ricche del mondo e, tra l´altro, fino il
suo teatro, il Teatro Amazonas di U$ 10,000,000 é il piú lussuoso
e famoso del Brasile.
Peró, piú in alto che é salita questa palla, tanto in basso
la viene giú, esplodendosi così subitamente. E chi la perfora
é un giovane inglese che non rispettando le regole di proibizione del
traffico delle semente della ´seringueira´, ne riesce a da portarle
in Inghilterra nientemeno che 70.000 sementi della ´hevea brasiliensis´,
dove vengono colte a Kew Gardens.
Dopo di ció, dalla Inghilterra i suoi primi piedi sono trasportati per
il Ceilão, Singapura, Sumatra e Java.
É perfino moderna la piantagione della ´hevea brasiliensis´
in Asia. É in linea retta ricordando le code dei soldati, facilitando
cosí la coltivazione e la propria raccolta del suo prezioso liquido,
il ´látex´.
Addirittura, sulla immensa vastitá della foresta brasiliana, le ´seringueiras´
vengono talmente e naturalmente sparse che se ne bisogna innanzitutto d´avere
la propria fortuna di riuscire a da trovarle in mezzo alle foreste.
Di nuovo il Brasile come grande datore mondiale di materie prime, ancora nel
1914 ne produce circa 37.000 tonnellate di borraccia mentre l´Asia ne
produce giá 71.000 tonnellate.
E cosí é allora il panorama mondiale della borraccia dove la produzione
esterna la viene ogni volta di piú, paragonando contrariamente con la
caduta della produzione brasiliana totale di borraccia.
Nel 1938, o sia giá nel XX secolo, il Brasile ne produce meno di 16.000
tonnellate contro piú di 100.000 tonnellate della Asia.
Ed ecco che il lussuoso Teatro Amazonas di Manaus giá non riceve piú
gli artisti che facevano spesso i circuiti Parigi-Manaus. La fortuna veramente
si é svanita.
Ed é finito cosí un´altro ciclo d´oro sulla storia
dell´economia brasiliana.
Questo ciclo d´oro ´rosso´ della borraccia ha dimostrato al
Brasile l´importanza della misura dei risultati della vita e della vitalitá
tra il commercio della materia prima col suo diretto sviluppo e tramite lo scambio
con le comunicazione internazionali.
Ma D. Pedro II come statista, umanista, erudito e magari contrario ad oltri
tantissimi interessi aveva deciso in 13 maggio del 1888 assieme alla figlia
e erede la principessa Isabel, a fare, dire ed a dare un basta a tutto ció.
La decisione era per l´immediata abolizione della schiavitú iniziata
ufficialmente nel 1549, con la sottoscrizione dalla legge per la liberazione
definitiva di tutti gli schiavi in Brasile.
E lui, il vecchio imperatore quase che non viene a da sapere della notizia dell´aprovazione
dalla legge della liberazione degli schiavi in Brasile perché é
in un albergo a Milano-Italia molto ammalato e colpito dalla tubercolosi.
Era cosí male che fino i medici l´hanno dato come pronto per ricevere
l´estrema unzione.
Ma la notizia via posta, della liberazione degli schiavi in Brasile ha fatto
su di lui una specie di guarigione momentanea.
Era in Italia nel mese di aprile per visitare i musei della Toscana, i saggi
e anche per prestigiare il debutto della presentazione dell´opera ´
O Guarani ´del compositore brasiliano Carlos Gomes, basata nel romanzo
di José de Alencar, che era in teatro a Venezia in quella notte.
Lui riesce cosí a da tornare in Brasile ed é ricevuto in festa
a Rio de Janeiro.
In realtá, il problema della schiavitú viene da lui inizialmente
soluzionato.
La vergognosa schiavitú africana in Brasile ha fatto fino un cenno a
malincuore di Rui Barbosa.
Rui Barbosa in 1890 in un gesto allora puramente di nobiltá, ordina nientemeno
che si bruciano tutti i documenti degli archivi brasiliani concernente alla
schiavitú, nel tentativo di nascondere e abolire l´insana ignominia
dell´umiliante condizione di vita e di disumanitá di questi negri
esseri umani africani.
Perció mai si saprá e mai si immaginerá il numero esatto
di quanti miserabili e innocenti esseri umani che vennero dall´Africa
Centrale per il Brasile su queste sottocondizioni.
Si calcola piú o meno che dai piú di 12.000.000 di schiavi africani
venuti per l´America dopo il medioevo, piú di 4.000.000 si stabilirono
in Brasile.
Ma, le esigenze d´indennizzo da parte dei padroni degli schiavi dovuto
al capitale da loro impegnato per la compra dell´avorio negro africano,
poi gli schiavi che lasciavano le aziende agricole e venivano in cittá,
ed anche le grande ditte agricole che cadevano in difficoltá per la significativa
mancanza di mano d´opera, finirono queste situazioni a da deflagrare una
gravissima ed irrimediabile crisi economica in Brasile.
Ma come tutto il mondo é paese, ed anche perché non é d´oggi
che ce ne sono dei riflessi della globalizzazione che in realtá sempre
é successo e che in veritá partecipano ad ogni momento e ad ogni
tempo e secolo della vita di ogni nazione, ecco che allora in questo momento,
vuole per superpopolazione in certe nazioni del mondo, vuole per i propri sgoverni
da loro vissuti, vuole per le sue proprie trasformazioni socio-politico-economiche,
vuole per i bisogni di urgenza, vuole per la propria mancanza di pane risultante
da tutto ció, addosso alle promesse interessatamente fatte dai governi
bilateralmente, il proprio mondo sperimenta allora la grande e plurale crisi
del XIX secolo.
E la migrazione assieme alla crisi mondiale, piú che un´uscita,
fu un vero ed immediato riflesso globale.
La presenza migratoria italiana in Brasile viene registrata sin dal 19 ottobre
del 1526 con il veneziano Sebastiano Caboto nel sudbrasiliano sull´isola
di Santa Catarina.
Poi, nel 1532 la presenza italiana partecipa della fondazione della prima cittá
brasiliana ( São Vicente-SP ) e attraversa i secoli riproponendosi sempre
con l´arrivo di artisti, scienziati, avventurieri, commercianti e persino
i membri della Carboneria, come Giuseppe Garibaldi, Badaro - il medico ucciso
durante i combattimenti della Rivoluzione dei Farrapos - e Zambeccari.
In Italia con l'inaugurazione del primo Parlamento Italiano (17 marzo 1861)
era stato raggiunto un grande risultato. Restavano tuttavia molte difficoltà
da affrontare e molti problemi da risolvere: occorreva infatti costruire un
nuovo Stato.
L'Italia che nasceva era formata da diverse regioni, regni, ducati, stati pontefici,
cittá-stati, repubbliche e principati che per secoli erano state separate:
dai governi, dalla geografia (distanze, ostacoli naturali), dalla cultura e
dal dialetto. Era sotto il dominio delle consecutive e diverse invazioni barbare,
da dove sono nati ad esempio, i píú di 70 dialetti e anche di
tutto il sistema del feudalesimo europeo.
Ognuna regione allora aveva un diverso grado di sviluppo.
Oltre tre quarti della popolazione italiana all´epoca era analfabeta,
dotata, quindi, di una cultura orale, cioè trasmessa solamente a viva
voce. Solo una piccola parte dei cittadini poteva leggere i libri, i manifesti
e i giornali.
La rete ferroviaria subito prima dell'Unità contava solo 1800 chilometri:
850 in Piemonte, 520 nel Lombardo-Veneto, 260 in Toscana, 100 nello Stato Pontificio
e100 nel regno di Napoli. I tre quarti degli scambi commerciali avvenivano per
via mare, tramite linee di navigazione che utilizzavano ancora imbarcazioni
a vela.
La rete stradale corrispondeva ancora all' antico tracciato romano. Alcune opere
stradali erano state realizzate nella pianura padana e in Toscana.
La pubblica amministrazione era organizzata diversamente da Stato a Stato e
così pure la giustizia. I singoli Stati avevano codici civili e penali
diversi fra loro.
Il sistema scolastico presentava enormi differenze: la scuola pubblica era stata
introdotta nel solo Piemonte, che aveva una scuola elementare gratuita e obbligatoria.
In Lombardia esistevano numerose scuole private; negli altri stati l'insegnamento
era in gran parte curato dalla Chiesa.
Il diritto di voto era concesso solo a un piccolo numero di maschi maggiorenni.
Gran parte della vita economica era strettamente legata alla grande proprietà
terriera. La nobiltà faceva coltivare i propri latifondi a migliaia di
poverissimi braccianti - i potenziali migranti - senza mai impiegare denaro
nel miglioramento delle colture.
Con l'Unità d'Italia molti contadini poveri speravano di ottenere delle
terre da coltivare in proprio, ma questo non si verificò. Delusi perche
nulla cambiava, colpiti da nuove tasse, danneggiati dall'introduzione del servizio
militare obbligatorio che distoglieva i più giovani dal lavoro dei campi,
molti contadini si ribellarono. Si ribellare significava anche per i contadini
la possibilitá di potere scegliere altri cambiamenti di sogni e di vita,
siano in patria o fuori patria.
In
pieno medioevo cominciava allora principalmente dai contadini del nord d´Italia
una lotta, un movimento socio-politico per unire tutta la divisa Italia.
La chiamata Unificazione Italiana.
Come ne dicevano pure i bravi contadini italiani: - ´ L´Italia é
fatta, ora conviene fare gli italiani ´.
E cosi, dovuto a tutto ció, con un alto costo sociale e una grave crisi
economica assieme alle piccole e oramai ipotecate proprietá agricole
dovuto alle alte tasse impostate dal governo italiano, non restava nient´altro
che iniziare disperatamente non come una semplice scelta ma una certa inesorabile
obbligazione. Forse andare a da cercare o a da fare altre ´Italie´.
E migrare purtroppo era una delle uniche uscite o scelte.
E verso l´America sarebbe una delle uscite piú ricercate anche
perché il governo brasiliano ed i suoi negozianti cosi gli facevano le
pubblicitá:
- ´´Un Eldorado al di quá dell´Atlantico. Venite, pure´´.
Ecco la ´ pubblicitá ´ fatta dal governo brasiliano.
Ed i poveri immigranti cosí chiedevono: - ´ Cosa sará allora
questa America?´
E dunque, dalla Legge Imperiale Brasiliana nº 3784 del 1867 per fomentare
l´immigrazione in Brasile come pure un servizio generale di utilitá
pubblica da alimentare l´eterna mancanza di mano d´opera in Brasile,
vengono allora garantite ai tutti i coloni italiani, tedeschi, austriaci e polacchi
le totali esenzioni di imposta dalle terre per oltre dieci anni, i biglieti
gratuiti per il viaggio ( soltanto di andata ), la cittadinanza brasiliana,
le terre a basso costo e magari ´altri vantaggi´.
Ed ecco che adesso e come mai tutto il mondo europeo migra.
L´ORO VIVO
Allora per iniziativa dal governo imperiale brasiliano ed anche per non lasciare
perdere l´inevitabile mancanza di mano d´opera in Brasile, viene
installata in 1819 dalla ordine del re portoghese D. João VI la prima
ondata e colonia brasiliana d´immigranti europei a Nova Friburgo/RJ con
150 svizzeri.
Dopo, nel 1829 viene installata la prima colonia d´immigranti europei
a Santa Catarina in São Pedro de Alcântara con 523 coloni cattolici
tedeschi venuti da Bremen.
Nel 1830 erano giá 160.000 gli immigranti tedeschi verso i tre stati
del sud meridionale brasiliano.
A Santa Catarina, i coloni immigranti tedeschi un pó piú strutturati,
e un pó piú tardi anche i polacchi, si stabilirono nelle regioni
di Blumenau, Brusque e Joinville venticinque anni prima degli immigranti italiani
che furono principalmente verso il sudcatarinese.
Poi, nel 1836 dall´isola italiana di Sardegna vennero i primi coloni immigranti
italiani per fondare nel sud del Brasile la prima colonia d´immigranti
italiani, la colonia di ´Nova Itália´, oggi São João
Batista - Santa Catarina.
E fra le prossime decade del XIX secolo é fortissima l´ondata d´immigranti
europei per il sudest e anche di piú verso il sud brasiliano.
L´arrivo degli immigranti europei soprattutto degli immigranti italiani
ha rappresentato il ciclo dell´oro vivo sulla economia brasiliana, o meglio,
la vera molla maestra dello sviluppo contemporaneo in Brasile.
Gli immigranti italiani arrivati dal Triveneto tra 1876-1900 in Brasile sono
piú di 400.000 soltanto negli stati di Espírito Santos, Minas
Gerais, São Paulo, Paraná, Santa Catarina e Rio Grande do Sul.
Coincidentemente quando dall´abolizione della schiavitú in Brasile
nel 1888 é dove si conferma la piú grossa ondata d´immigranti
italiani verso il centro-sud brasiliano.
Addirittura la comunitá Triveneta del Brasile é costituita dagli
immigranti e discendenti di italiani provenienti dalle Regione del Veneto, Friuli
Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, la cui maggior parte abita nel centro-sud
del Brasile.
Un universo calcolato in 15.000.000 di brasiliani, dal professore universitario
al piccolo agricoltore; dal grande impresario che esporta in piú di 40
paesi, al piccolo datore di lavoro.
Se si aggiunge a loro tutti gli altri italiani e discendenti, vengono raggiunti
i 40.000.000, vale a dire un quinto della popolazione totale del Brasile, o
se si vuole, un´Argentina dentro il Brasile o una mezza Italia.
Vennero, allora contadini, operai e artigiani che si insediarono negli stati
di Espirito Santos, Minas Gerais, São Paulo, Paraná, Santa Catarina
e Rio Grande do Sul che insomma sono tra i piú sviluppati stati del Brasile.
In questo periodo allora, dovuto alle trasformazioni politiche della Unificazione
Italiana e dei gravi problemi socio-economici in Europa, piú di 200.000
piccole proprietá italiane vengono riprese dagli occhi e tasche dallo
stesso governo italiano dovuto principalmente alla mancanza di pagamento delle
tasse dalle terre dei giá poveri contadini italiani.
Dunque, questa vasta povertá su tutte le zone agricole d´Italia,
finisce a da forzare perfino la loro inesorabile uscita. L´emigrazione.
Reiterasi che l´America diventa per questi poveri contadini italiani,
non una delle scelte, ma una triste e certa obbligazione. Perché se rimanessero
in madre patria, purtroppo morirebbero anche e perfino di fame.
Moltissimi dei loro discendenti allora, si sono spostati nei decceni successivi
verso fino le frontiere occidentali del Brasile.
Si deve accrescere anche che nel frattempo la maggioranza degli immigranti europei
che sono andati per l´America del Nord l´avevano fatto di un certo
modo spontaneo e non cosí tanto obbligatorio.
Magari per l´influenza repubblicana dalla proclama dell´Indipendenza
degli Stati Uniti dell´America del Nord; la brutta condizione di salute
dell´imperatore brasiliano D. Pedro II colpito dalla tisi; il fatto di
non avere figli e neppure degli eredi maschili e la voglia dei brasiliani di
non mai avere principi stranieri addosso alla crisi economica che sempre ha
infestato il Brasile, tutto ció fa con che l´Esercito Brasiliano
a testa del maresciallo Deodoro da Fonseca prenda con un colpo di stato militare
e senza almeno nessuna resistenza il potere politico in Brasile, che appoggiato
dalla crescente aristocrazia del caffè, finisce a da fare a cadere giú,
cosí e per sempre, la breve ed abbuiata Monarchia Imperiale Brasiliana.
In realtá, dal 1889 fino ad oggi, i militari sono stati al centro di
qualsiasi importante sviluppo politico brasiliano, tanto che persino i primi
due governi della Repubblica furono guidati da militari, che comunque si rivelarono
più abili a spendere che a governare, facendo precipitare il paese in
una profonda crisi economica.
Ma l´imperatore brasiliano giá ammalato a Petrópolis-RJ
alla fine del 1889 capisce che dopo 50´anni bene intenzionati é
ora di tornare in Europa, in pace e d´accordo con il proprio spirito brasiliano
di riconciliazione.
Riceve allora, serenamente la notizia della caduta della Monarchia Brasiliana
con sapienza e nobiltá.
E senza nessuna parola, quindi, nel 17 novembre del 1889 come prima l´avevano
fatto suo padre e anche il suo nonno, lui lascia per sempre il continente americano
che non ha mai piú posto per monarchi.
IL BRASILE REPUBBLICANO
Il regime monarchico durò dal 1822 al 1889, dividendosi, dal punto di
vista politico, in tre fasi: quella dell'ascesa al trono di Dom Pedro I fino
alla sua abdicazione nel 1831; quella della reggenza, nella quale il paese venne
governato dai "reggenti", in attesa della maggiore età del
figlio di Dom Pedro I, e quella del regno di quest'ultimo, Dom Pedro II, tra
il 1840 e il 1889. Nella politica interna la grande questione fu quella della
schiavitù: per molto tempo il Brasile resistì alle pressioni antischiaviste
dell'Inghilterra, fino a che fu costretto a farla finita con il traffico internazionale
degli schiavi, nel 1840.
In seguito furono promulgate leggi per la libertà degli schiavi, fino
all'abolizione totale della schiavitù, nel 1888.
Comincia dunque la Repubblica Federativa del Brasile.
É un aspetto soltanto storico dello Stato Brasiliano perché le
risoluzioni pacifiche del paese sotto le conciliazioni del popolo camminano
verso un futuro in cui il cittadino brasiliano sconosce il suo proprio sdoppiamento
e il suo vero potenziale.
Le trasformazioni della vita brasiliana tramite questi cicli ad ogni secolo
- Ciclo dell´oro bianco, giallo, soriano, rosso e vivo - e le sue successive
difficoltá ne furono senz´altro piú favorevoli che nocive
per la vita socio-economica del Brasile.
E magari per andarsene avanti e svolgersi la gente sa che é cosi, perché
la soffereza c´informa l´anima nostra sempre per il migliore e che
l´uomo che mai ha sofferto sará veramente sempre un bambino. Pure
le societá e le istituizioni. Semplicemente perché dietro di loro
ci sono gli uomini.
E su questo ultimo ciclo, il ciclo dell´oro ´vivo´, il Brasile
continua a d´avere il bisogno e come mai dalle braccia.
Dalle gente per popolare e lavorare veramente questa terra continentale.
Gente che daranno la loro vita per ´adesso´ la loro nuova patria.
Di fare l´America. E su questo oro vivo, o sia, l´oro venuto dalle
massiccie e coraggiose braccia oriunde dalla ondata d´immigrazione europea,
Il Brasile conosce il suo vero svolgimento e la sua impari identitá.
Lo sviluppo del risultato della grande e attuale eterogenia multirazziale umana
del Brasile. Il Brasileiro.
Nel XIX secolo arriva allora la piú grossa ondata di 4.000.000 d´immigranti
europei principalmente dagli italiani dal nord, poi dai tedeschi e dai polacchi,
tra tutti i governi interessati e di tutta una gente insomma piú ingannata
e allo atesso tempo disperata che solo naturalmente interessata da venire.
Ma si deve sempre sottolineare, di una gente coraggiosa, brava e determinata.
E basta solo guardare piú profondamente sui livelli di sviluppo socio-economico
degli stati di São Paulo, Paraná, Santa Catarina e Rio Grande
do Sul.
Veri paesi dentro di un grande paese.
Infatti, é stato nel frattempo semplicemente opportuna questa ondata
europea d´immigrazione in massa verso questi stati.
Né prima né poi. Solo e esclusivamente opportuna nel frattempo.
Per fecondare il proprio Brasile, gli immigranti vennero nel momento giusto.
Cosí, ad esempio, prima di ´italianizzare´ o di ´germaneizzare´
il Brasile, gli immigranti europei furono capaci di ´abrasilianarsi´
ancora di piú su questa giá impari e vasta foresta multirazziale
umana. O sia, gli immigranti europei prima assorbirono la realtá brasiliana
per dopo congregarla alla loro vita diventando cosí un Brasile piú
forte, vario e individuale.
L´evoluzione del processo immigratorio ( includendosi tedesci, iberici,
giapponesi, slavi, ecc) sfoció nella decade del 1910 in profondi cambiamenti
socio-politico-economico-culturali nella societá brasiliana.
Al contrario di quanto ne dice il senso comune, gli immigranti, specie gli italiani
di questo periodo, non formarono appena dei nuclei folcloristici, ma formarono
uno dei piú forti elementi dello spirito di brasilianitá.
Nel periodo tra le due grande guerre l´immigrazione é praticamente
cessata, riprendendo con un flusso di gran lunga minore negli anni 50, costituito
da artisti, liberi professionisti, artigiani e tecnici che si fissarono prevalentemente
a São Paulo cittá.
Possiamo osservare che il fenomeno immigratorio in Brasile é complesso,
presentando delle variazioni abbastanza tangibili quanto all´epoca di
arrivo, le regioni da dove provenivano e da dove si insediarono.
Questo piccolo riassunto storico ci offre dei dati fondamentali per capire meglio
come la comunitá si sia organizzata in Brasile e quale sarebbe la situazione
attuale dei rapporti della regione con le regioni componenti il Triveneto.
A partire dall´immigrazione del secondo dopoguerra sorgono spontaneamente
nuove associazioni di immigranti ( le antiche erano state soppresse dal Governo
Vargas )
con lo scopo di preservare la memoria e di mantenere i legami con la terra di
origine.
Quello che all´inizio era un semplice aggancio, basato nelle radici culturali
comuni, passó ad interessare piú profondamente il Triveneto.
Sapendo che un terzo della loro popolazione aveva preso la via dell´emigrazione,
le Regioni interessate hanno fatto delle leggi a beneficio delle emigranti,
hanno distribuito borse di studio e viaggi sussidiari ai discendenti, oltre
a stipulare delle convenzioni tra universitá del Brasile e della Italia.
Affinché questo processo venga agilizzato, é piú che necessario
un dialogo sempre ampio e democratico, oltre ad una revisione di antichi concetti
e personalismi, perché si possa finalmente portare avanti dei progetti
piú ampi, come quelli riguardanti, ad esempio, le questioni tecnologiche
e commerciali, con sussidi per l´approfondimento dell´interscambio
culturale.
É da notare che esiste una tendenza internazionale che propone una ricerca
di un´identitá nazionale, mescolando universalismo e regionalismo.
In tale contesto i Triveneti del Brasile sono parte attiva nel presentare il
loro contributo alla promozione dell´uomo del ventunesimo secolo.
In fin dei conti, come si sa, tutto il mondo é paese.
E tuttavia, i veri nemici brasiliani all´inizio del XX secolo sono purtroppo
le croniche e mortali malattie.
Sono la tubercolosi, la malaria e la lebbra che indeboliscono ancora di piú
i giá per natura deboli cittadini brasiliani vivendo quindi incredibilmente
sulla stessa natura che tutto gli offre.
E siccome tutto il frutto, tutta la pianta, tutto l´animale e tutto l´essere
umano qui si adatta perfettamente bene, ecco che anche lui, il moscerino anopheles
gambiae
venuto di Dakar nel 1930 si acclima cosí bene e talmente si moltiplica
arrivando a da colpire migliaia e migliaia di poveri brasiliani.
Ma tutta la scienza medica del mondo va avanti con le scoperte fantastiche che
queste ed altre malattie vengono messe dunque tutte sotto pieno controllo.
E quello che purtroppo non va avanti é il proprio sviluppo globale del
Brasile.
Nel mondo, ad esempio, mentre eccedevono i fondi d´investimenti sugli
Stati Uniti ed in Europa, qui in Brasile invece, per cautela dagli altri paesi
e per mancanza
interna d´investimenti con la debolezza monetaria nazionale, si osserva
una relativa anemia d´iniezioni di capitali dal proprio governo brasiliano
che non vuole saperne esattamente come creare delle condizioni da dove prenderle.
Sempre il futuro ha chiamato per il Brasile. Ma sono i brasiliani che devono
ascoltarlo. L´ascolto deve colpire quindi governi e governati.
Ed adesso, giá sul XX secolo, per una felicitá brasiliana, non
sono le crisi socio-politico-economiche interne a fare con che il Brasile riesca
ancora a sorpassare e ne vincere come di solito le sue sempre attuali difficoltá,
ma sono le proprie crisi all´estero, o sia, sono le due grandi guerre
mondiali a da farlo.
L´industria brasiliana comincia dunque a sorgere e a da cercare di creare
le soluzioni qui dentro del proprio Brasile.
Addirittura, siccome il corso Napoleone Buonaparte ha contribuito direttamente
per l´indipendenza politica del Brasile, adesso é nientemeno che
l´austriaco carnefice contemporaneo Adolf Hitler Pölzl che indirettamente
´contribuisce´ per una certa indipendenza economica brasiliana.
E cosí, i prodotti brasiliani come per un obbligo o per le proprie imposizioni
reali delle grandi guerre mondiali, cominciano e vengono ad essere consumati
qui in Brasile.
Si deve anche sottolineare che il periodo della Prima Repubblica (1889-1930)
si caratterizzò per l'importanza data all'economia dell'esportazione
agricola, con il caffè come prodotto principale e per il controllo oligarchico
del potere. Una èlite politica, costituita da un "gruppo di notabili",
eleggeva ogni quattro anni il presidente della Repubblica: le elezioni, all'insegna
della frode e dell'inganno, in quanto il voto non era segreto, contavano una
bassa frequenza di elettori, che oscillava tra l'1 ed il 5 % della popolazione.
Nell'Ottobre del 1930 una rivoluzione portò al potere un politico proveniente
dall' attuale Stato di Rio Grande do Sul: Getùlio Vargas.
Il suo nome si associa con la modernizzazione del paese e un cambiamento di
stile nella politica, attraverso il quale il "gruppo di notabili"
cedette il passo ad una "presidenza carismatica". Vargas giocò
il suo ruolo politico nel paese come capo di un Governo Provvisorio (1930-1934),
come Presidente eletto con voto indiretto del Congresso (1934-1937) e come dittatore,
dopo il colpo di stato dell´Estado Novo (1937-1945). Tornò al potere
come presidente eletto nel 1951, ma non riuscì a terminare il mandato,
interrotto con il suo suicidio nel 1954, quando tra l´altro fu accusato
di promuovere una ´ Repubblica Sindacalista ´, d'accordo con l'allora
leader argentino Peron.
Ma sotto il suo governo é da registrare anche la creazione della ´Petrobras´
nel 1953 dove il Brasile comincia a respirare un pó meglio, o sia, muoversi
meglio con la piú affascinante fonte mondiale d´energia moderna
del XX secolo:
Il petrolio.
Si distinguono tre classi principali di petroli, a seconda del tipo di idrocarburo
prevalente: i petroli a base paraffinica, costituiti prevalentemente da paraffine
(idrocarburi a catena aperta saturi, detti anche alcani); quelli a base naftenica,
costituiti prevalentemente da nafteni (idrocarburi a catena chiusa saturi, detti
anche cicloalcani); e quelli a base mista, nei quali le percentuali dei due
tipi precedenti di idrocarburi sono pressoché uguali. Molto più
rari e pregiati sono i petroli della "quarta classe", detti a base
aromatica perché costituiti prevalentemente da idrocarburi aromatici
(formati da uno o più anelli benzenici, detti anche areni).
Il petrolio si forma sotto la superficie terrestre per decomposizione di organismi
marini e di piante che crescono sui fondali oceanici. La formazione del petrolio
è un fenomeno iniziato molti milioni di anni fa, quando esisteva un'abbondante
fauna marina, e che continua ancora oggi. I sedimenti depositati sul fondo degli
oceani, accrescendo il loro spessore e dunque il loro peso, sprofondano nel
fondale marino; a mano a mano che altri sedimenti si accumulano, la pressione
su quelli sottostanti aumenta considerevolmente e la temperatura si alza di
diverse centinaia di gradi. Il fango e la sabbia si induriscono trasformandosi
in argillite e arenaria, il carbonio precipita, le conchiglie si induriscono
trasformandosi in calcare, mentre i resti degli organismi morti si trasformano
in sostanze più semplici composte da carbonio e idrogeno, gli idrocarburi
appunto, per dare origine al petrolio greggio e al gas naturale. Il petrolio
ha densità minore dell'acqua salmastra che riempie gli interstizi dell'argillite,
della sabbia e delle rocce di carbonati che costituiscono la crosta terrestre:
tende dunque a risalire verso la superficie, passando dai microscopici pori
dei più grossi sedimenti sovrastanti. E' così che sbocca spontaneamente
dalla superficie terrestre.
Alla sua raffinazione una volta estratto, il petrolio viene trattato con sostanze
chimiche e calore, per eliminare l'acqua e le particelle solide in esso contenute,
e per separare il gas naturale residuo. Viene poi immagazzinato in serbatoi
di smistamento, da dove viene trasportato alle raffinerie mediante tubazioni
continue (oleodotti), o con navi opportunamente attrezzate (navi cisterna, o
petroliere), o con speciali autoveicoli (autocisterne) e carri ferroviari (carri
cisterna).
Questa la media dei prodotti ricavati dal petrolio: 50 per cento benzina, 7
per cento cherosene, 21 per cento gasolio e oli combustibili, poco meno del
10 per cento oli lubrificanti e circa il 12 per cento residui pesanti.
Lo sfruttamento di nuovi giacimenti e l'incremento della percentuale di petrolio
estratto dalle riserve già note, che verrà reso possibile dal
miglioramento delle tecnologie, fanno ritenere che il petrolio estratto sarà
sufficiente a soddisfare i fabbisogni energetici dell'umanità soltanto
fino ai primi decenni del XXI secolo. Gli esperti sono però scettici
riguardo al fatto che l'entità dei nuovi giacimenti, o l'invenzione di
tecnologie particolarmente innovative per il loro sfruttamento, possano consentire
di superare di molto questa data.
I giacimenti superficiali sono ignorati dagli esseri umani per migliaia di anni.
Nel Rinascimento si inizia a distillare il petrolio greggio dei giacimenti superficiali
per ottenere lubrificanti e prodotti medicinali, ma il vero e proprio sfruttamento
del petrolio ha inizio solo nel XIX secolo. La rivoluzione industriale stimola
la ricerca di nuovi combustibili, in particolare di olii per lampade di buona
qualità ed economici, che si rendevano necessari a causa delle crescenti
richieste, da parte della popolazione, di fonti di illuminazione per lavorare
e leggere anche dopo il tramonto.
Nel 1852 il fisico e geologo canadese Abraham Gessner brevetta un procedimento
per ricavare dal petrolio greggio un combustibile per lampade di costo limitato,
che venne chiamato petrolio illuminante, o cherosene. Tre anni dopo il chimico
statunitense Benjamin Silliman pubblica uno studio in cui elencava la vasta
gamma di prodotti utili che potevano essere ricavati dalla distillazione del
petrolio.
I
primi pozzi petroliferi veri e propri sono trivellati in Germania nel 1857.
Fa storia la trivellazione di un pozzo nei pressi di Oil Creek, in Pennsylvania,
a opera del colonnello Edwin L. Drake nel 1859. Il successo di Drake segnò
l'inizio della moderna industria petrolifera. Con l'invenzione del motore a
combustione interna e con il crescente fabbisogno energetico causato dallo scoppio
della Prima Guerra Mondiale, l'industria petrolifera diventa essenziale per
la società industriale.
Nonostante
le crisi internazionali del petrolio, il Brasile con 7 % della riserva totale
di petrolio in America, aggiunge oggigiorno ad una cifra di produzione di 1.500.000
di barili al giorno principalmente sull´alto mare degli stati della Bahia,
Sergipe, Espirito Santo e Rio de Janeiro, avendo il bisogno d´importare
oltre il 10 % di quello che ne produce, mentre la Venezuela che aggiunge i 2.000.000.000
di barili al giorno rappresenta il 71 % della riserva totale di petrolio in
America.
Nel mondo i grandi produttori di petrolio sono l'Arabia Saudita che produce
da sola il 12,6 per cento del totale mondiale e subito dopo ci sono Usa, Russia
e Iran.
I
grandi consumatori di petrolio sono gli Usa al primo posto con oltre mille milioni
di tonnellate l'anno e subito dopo ci sono Giappone e Cina.
Ma gli Usa che producono ogni giorno otto milioni di barili di petrolio ne consumano
cosí tanto che senza le forniture dall'estero ne esaurirebbero i propri
giacimenti in otto anni.
I paesi piú esportatori di petrolio sono tutti i Paesi della penisola
arabica e del Medio Oriente, i Paesi dell'Asia centrale posto sovietica, la
Russia, l´Indonesia, il Vietnam, i Paesi del Nord Africa (escluso il Marocco),
Sudan, Angola, Nigeria, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Camerun,
la Gran Bretagna, la Norvegia, il Canada, il Messico, la Venezuela, la Colombia
e l´Argentina.
La civiltà industriale dipende in larga misura dai derivati del petrolio. Solo negli anni Settanta (con la crisi derivante dai conflitti in Medio Oriente) la riduzione delle forniture petrolifere (e il conseguente rialzo dei prezzi) costringe i paesi industrializzati a cercare prodotti alternativi al petrolio, sia nel settore della produzione di energia, sia in quello industriale.
Con la creazione della ditta statale brasiliana ´Petrobrás´
nel governo Vargas, due aspetti vanno sottolineati nel periodo che va dal suicidio
di Vargas fino all'instaurazione della dittatura militare nel 1964. Dal punto
di vista economico, il presidente Juscelino Kubitscheck (1956-1960) - il cui
nome resta legato all'edificazione di Brasilia, l'attuale capitale del Brasile
- iniziò la transizione da una politica "nazionalista" ad una
di maggior sviluppo, cercando di garantire l'espansione economica attraverso
l'ingresso nel paese di fonti di capitale straniero. Un chiaro esempio di questo
fu la fondazione dell'industria automobilistica.
Dal punto di vista politico, la pronta rinuncia di Janio Quadros, successore
di Kubitscheck, aprì la strada ad una situazione di scarso controllo
che sfociò nel colpo di stato del Marzo/Aprile del 1964.
Sappiamo quindi che tornando sulla lettura della nostra condizione multirazziale,
il brasiliano é un prodotto etnologico misto. Vediamo pure: Il brasiliano
é europeo, africano e americano.
Dopo, il proprio portoghese, il primo europeo qui arrivato ne ha su di lui:
Gli iberici, i romani, i gotici, i fenici, i mori ed i giudei.
Poi, i propri aborigeni brasiliani sono da parecchie razze dove si conosce soltanto
i ´tupi´ e i ´tamoios´.
Ed i negri? Di quante zone immense dall´Africa sono venuti?
Dalla Africa Centrale, ad esempio: Camerun, Gabon, Repubblica Centrafricana,
Guinea Equatoriale, Congo-Kinshasha e Congo-Brazzaville.
Solo Dio sa e ne riesce a da vedere questi milioni di ´DNA´ trascendentali
in mezzo al sangue di tutta la gente brasiliana.
E il brasiliano, senza almeno saperlo, certamente lo dimostra questa sua profonda
eterogenia multirazziale tramite esattamente la sua propria plurale animositá
quotidiana da vivere.
Cosí, il brasiliano é in genere, - e siccome tutta la generalizzazione
origina l´oscuritá - ripeto allora, il brasiliano é in genere,
dico - in genere - un tipo remisso, trasandato e quissimile malinconico. É
sporadico sentire qualche rapporto collerico o di furore tra i brasiliani. Nei
medesimi quattro giorni di follia carnevalesca tipicamente ´alla´
brasiliana, come se il brasiliano fosse fino pizzicato da una tarantola, si
osserva dunque assieme alla loro gioia carnevalesca, il suo delizioso incanto
e pacifismo.
I brasiliani normalmente si abbracciano tra di loro al di fuori come si fossero
parenti o conosciuti da tempo. Sono anche solleciti nelle informazioni da dare.
La cortesia é la estensione dell´anima brasiliana. Il crimine é
raro e quasi sempre spontaneo, risultato di una esplosione subita di gelosia
o il sentimento d´essere stato offeso, perché magari traduce la
propria e cruda passionalitá di qualsiasi essere umano e mai allora una
premeditazione.
Nelle grande cittá brasiliane si vedono le ´Favelas´ . Cose
sono queste ´Favelas´?
Sono piccole case dove abita la gente povera e umile. E siccome ´´
il bisogno fa dire grandi cose ´´, si vedono delle grandi cose dietro
alle queste ´Favelas´. Sentiamo un pó allora:
Sulle favelas é la gente umana nello stato piú primitivo semplicemente
da vivere. É davvero un frammento di primitivitá umana dentro
le metropoli.
Rio de Janeiro, ad esempio. É la ´Cidade Maravilhosa´ (città
meravigliosa), come la viene nominata, con le sue spiagge mitiche e le baie
interne, la foresta tropicale e la vista mozzafiato dal Pan di zucchero e dal
Corcovado. É una specie di sogno da manuale turistico, turbato però
dagli agglomerati di baracche fatiscenti che si alternano a macchia di leopardo
alle ricche zone residenziali, a grattacieli e shopping center. Colonizzati
in modo abusivo a fine Ottocento dagli schiavi liberati - e oggi dalle masse
di disperati senza terra provenienti soprattutto dal nord e nordest brasiliano,
le regioni più povere del Brasile - i ´morros´, le colline
della città, sono teatro della nascita incontrollata di nuove aggregazioni
urbane, di veramente delle città dentro la città. Una situazione
esplosiva: le favelas crescono 5 volte più velocemente della città
formale. La favela della ´Rocinha´, ad esempio, é piú
popolosa che la cittá di Florianópolis la capitale dello stato
di Santa Catarina al sud meridionale del Brasile.
E la Mata Atlantica, la foresta che si affaccia sull'oceano, una delle bellezze
naturali di Rio, perde 4 metri quadrati al giorno di quel 40% di vegetazione
originaria che ancora le resta, usurpata da baracche di cartone e legno, che
nel tempo diventano mattoni e cemento, fino ad assumere i contorni della favela.
Il Brasile è così. I contrasti tra miseria estrema e ricchezza
sfacciata si colgono a colpo d'occhio, le ingiustizie sono radicali, le lotte
sociali evidenti.
E anche questo, forse, ne aumenta il fascino.
L'età media dei trafficanti di droga nelle favelas, ad esempio, non supera,
in effetti, i 15 anni. Pochi arrivano ai 30´anni, molti muoiono prima.
All'interno della favela sono forti e rispettati, ma fuori di lì la loro
vita non vale nulla. La ragazza che accetta la corte di un trafficante é
´uma mulher que cheira a defunto´ (una donna che puzza di morto),
se il suo uomo viene ammazzato lei non potrà più tornare a una
vita normale, dovrà passare a un altro bandito.
Probabilmente non le mancheranno mai cibo e benessere, ma ha già perso
la sua libertà. Regole di mafiosa memoria.
E
questo è il luogo comune che trasmettono i mass media brasiliani, aumentando
così la diffidenza e la distanza abissale con i cittadini ricchi.
In realtà la maggioranza dei ´favelados´ sono persone che
lavorano onestamente, spesso sfruttate e sottopagate dai signori della città,
e guadagnano quel poco che li fa vivere con sforzi ammirevoli. Donne di servizio,
muratori, carpentieri, tutti i mestieri umili sono svolti dai ´favelados´,
pagati in nero o con il minimo del salario sociale ( 70 euri al mese), licenziati
senza preavviso in qualunque momento. E più si sale sulla collina, più
le zone sono scomode da raggiungere, più si trovano i poveri tra i poveri.
É comune trovare una donna che vive in una baracca di cartone e lamiera
con il marito e i quattro o piú figli. Non più di 6 metri quadrati,
un letto singolo, un gas, uno scaffale e l'immancabile tv. Due dormono sul letto
e quattro o piú, per terra a turno.
L'acqua sta in un bidone esterno collegato con un tubo abusivo ad altre tubature
abusive. Dalle volte i materiali da costruzione, mattoni, cemento e sabbia il
governo fornisce per ´l'urbanizzazione´ delle favelas. Una politica
recente, che ha sostituito la precedente tendenza alla semplice "rimozione
forzata". Sono sempre delle misure emergenziali anche perché é
troppo difficile introdurre nella pratica le politiche governamentali da risolvere
questi cronici problemi abitazionali in Brasile. Ma non si tratta quindi di
una ampia e vera urbanizzazione e piuttosto di una sistemazione temporanea,
che in genere purtroppo sempre coincide con un periodo elettorale.
Poi c´é anche il ´Carnevale Brasiliano´. E come bene
ci viene dimostrato sulla canzone ´Va passare´ del 1984 dai bravi
cantanti e compositori brasiliani ´Chico Buarque e Francis Hime´,
ci sorge un´idea e ci fa perfino immaginare un carnevale di paese che
si chiama Brasile:
Va passare
Va passar
Su questa via una samba popolar
Ogni parallelepipedo
Della vecchia cittá
Questa notte va
Si rizzar
Al ricordar
Che qui passarono sambe imortali
Che qui dissanguarono per i nostri piedi
Che qui sambarono nostri ancestrali
In un tempo
Pagina infelice della nostra storia
Passaggio abbuiato nella memoria
Dalle nostre nuove generazioni
Dormiva
La nostra madre patria cosí distrutta
Senza notare che era sottratta
In tenebrose transazioni
Suoi figli
Erravano cechi per il continente
Portavano pietre come penitenti
Alzando strane cattedrali
E un giorno, affinale
Ebbero diritto a una allegria fugace,
Un´ansimante epidemia
Che si chiamava carnevale, il carnevale, il carnevale.
/:Va passare:/
Palme all´ala dei baroni affamati
Il blocco dei napoleoni anneriti
I pigmei del banchinon
Mio Dio, vien guardar
Veder da vicino una cittá da cantar
L´evoluzione della libertá
Fino l´aurora arrivar
/: Ahi che vita buona, ohimé
Ahi che vita buona, olá, lá
Lo stendardo del sanatorio general
Va passar :/
Ecco che per i ´favelados´ allora vincere un carnevale in Brasile
(e soprattutto il carnevale di Rio) ha un grandissimo significato. É
da registrare che il primo avvenimento carnevalesco in Brasile a Rio de Janeiro
fu nel 31 marzo del 1641. Il carnevale è il cuore della vita brasiliana,
è arte, festa, riscatto sociale e impresa economica. In quei giorni tutto
si ferma e intorno alle caratteristiche sfilate di carri allegorici, dedicati
ogni anno a un tema diverso, girano migliaia di persone e milioni di Reais.
Con una media di 4 mila ballerini alle sfilate, oltre 5 mila tra decoratori,
costumisti, meccanici, artigiani, e tecnici vari impiegati nell'indotto del
carnevale, le scuole di samba sono una vera industria, la più amata del
Brasile. E non solo questo. Ballare il samba per il povero della favela ha un
significato in più: è coscientizzazione, conoscenza delle proprie
origini africane, delle ragioni profonde della propria miseria passata e presente.
La scuola di samba, in effetti, analizzando un tema diverso ogni anno (le prove
vanno da settembre a febbraio, ma già da giugno iniziano le selezioni
del tema) come la schiavitù nera, gli elementi della creazione, la magia,
la pace, il calcio,ecc., permette alla gente di imparare pezzi di storia e di
cultura, non sui banchi di scuola, ai quali ha ancora pochissimo accesso, ma
nell'allegria della festa e della danza.
Non si può dire, dunque, che la povertà sia l´unica realtà
della favela; fantasia, creatività e voglia di riscatto sono ugualmente
presenti:
Questi poveri cittadini hanno nel loro Dna la grinta per la vita. Eppure, entrare
alla favela fa paura. I soliti ragazzini con mitra e pistola sbarrano l'inizio
del ´buraco quente´ (il ´buco caldo´), la via principale
di entrata alla favela e centro di tutte le attività lecite e illecite
della comunità.
Mura crivellate di colpi testimoniano che ´polizia e trafficanti si sparano
solo quando non si mettono d´accordo sulla tangente´. Intanto i
bambini stanno uscendo dal catechismo, e calpestano il tappeto di sacchettini
di coca vuoti che ricoprono la piazza. È come entrare in un mondo a parte,
distante mille miglia dal centro di Rio e dal resto del mondo. Come entrare
sulle scene di un film di Francis Ford Coppola, senza essere troppo sicuri di
uscirne.
Una gente che vive con un misero salario e che non puó affittare una
casa o qualsiasi immobile sulla parte piú centrale di una cittá
o chissá per esserci piú vicini dal lavoro e nemmeno hanno la
condizione e l´opportunitá di prendere un autobus per andare tutti
i giorni da casa al lovoro e viceversa.
Le ´favelas´ sono veramente uguali alle ´choças´
fatte da cent´anni fa dai loro nonni africani o aborigeni. L´acqua
per loro bere o farsi la loro pulizia viene portata su dalle ´choças´
per i bambini e dalle donne, tramite le urne da argilla sulle loro spalle.
Da 5 minuti, ad esempio, da una favolosa spiaggia o dal centro metropolitano
di una grande cittá, sembra proprio esserci sulle borgate della Polinesia
oppure in piena Africa.
Ma cosa curiosa ! Ecco:
Lo spettacolo non c´é nulla di afflittivo, repulsivo o vergognoso.
Perché loro si sentono li interamente felici come qualsiasi gente di
un´altro ceto o livello socio-economico.
Di notte, cantano e scherzano tra di loro. Sono esseri umani che sorridono e
guardano la gente in giro senza qualsiasi pensiero che non siano quei di uguaglianza
e fraternitá.
Tutti questi gradi di felicitá e del loro ´modus vivendi ´
- modo da vivere - brasiliano si fondono con la loro calma e serenitá
del ognigiorno.
É lo spirito impari e troppo particolare di freschezza e spontanietà
del brasiliano.
Pure le cittá brasiliane:
Magari una cittá per essere interessante deve avere dei contrasti. E
questi contrasti veramente non ne mancano alle cittá brasiliane. Addirittura
un contrasto non puó mica predominare o sorpassare l´altro nel
senso di pregiudizi alla gente, anzi di paritá ed armonia socio-politica
fra di loro.
Perché una cittá unicamente moderna é monotona. Una cittá
ritardata, con il tempo diventa incomoda. Una cittá di proletari dimostra
tristezza. E una cittá di lusso, dopo poco tempo diventa noiosa.
Quindi, quanto piú strati ne ha una cittá e quanto piú
colorata e socialmente giusta é la sua scala in cui si graduano i suoi
contrasti, tanto piú attraenti sono i suoi ceti con le sue impari ed
interessanti armonie.
Perció, su tutta la storia brasiliana é da registrare che sempre
é stato relativamente facile dal governo guidare questo Brasile, il paese
di tutti i contrasti, fino i peggiori.
Perché il brasiliano ha un´animositá particolarmente pacifica
dovuto alla propria cultura brasiliana che è recente nella storia dell`umanità.
Ed essa è frutto della unione di altre culture giunte dall’Europa,
dall’Africa e dalla stessa America del Sud.
Il Brasile è nel contempo un paese giovane e vecchio.
Sarebbe come guidare una macchina da Formula-1. La macchina é stupenda
e velocissima.
Il guidatore, magari ne ha delle grandissime possibilitá di farlo, peró
la capacitá e le regole si sono cosi mescolate a punto di salire o non
al podium.
Le influenze esterne che si stabilirono in Brasile arrivarono da diversi paesi.
La propria sensualità che si osserva nella sua popolazione è la
stessa esistente in altri paesi, poiché gli spiriti sono gli stessi.
Forse si nota di più in Brasile a causa della minor repressione vissuta
dal suo popolo. Di contro si osserva restrizioni alle manifestazioni affettive
nella maggior parte dei paesi Europei. Pure sul sesso. La sensualità
del brasiliano non ha un carattere esclusivamente erotico. Il brasiliano vede
la propria sessualità più come la manifestazione della sua affettività
che della sua sessualitá.
Ovviamente non si puó affermare con certezza che il popolo brasiliano
sia piú felice che qualche altro popolo.
Anche perché le culture al mondo sono assai diverse e il concetto di
felicità è troppo relativo. Un popolo può essere felice
vivendo nella sua cultura ingommato nelle sue tipiche abitudini che gli diano
le stesse soddisfazioni di altri. La maggior parte del popolo brasiliano ha
un’anima di incroci (mescola l’avventura e l’audacia del bianco
europeo, la fierezza del nero africano e la sovranità dell’indio
nativo). Questa miscela favorisce la capacità di affrontare le sfide
della vita in modo più leggero e con ottimismo. All’europeo può
sembrare disimpegno, ma si tratta di un`abitudine culturale. I brasiliani sono
in realtá i vecchi europei reincarnati, si puó dire, le cui guerre
ci hanno insegnato ad affrontare le avversità della vita in modo meno
penoso. Anche la allegria dei brasiliani è frutto di un legame religioso
meno ortodosso. E poi le religioni brasiliane non sono tanto dogmatiche né
ci hanno portato alle guerre o alle sfide per il potere. La propria scelta religiosa
in Brasile è vissuta in modo più spontaneo e senza ortodossie.
Forse perció sulla popolazione in genere il proprio governo brasiliano
sempre ha avuto pochissime pressioni, energia e lavoro per mantenere la pace
e la ordine pubblica quotidiana.
Tuttavia, dal 1940 ad oggi il Brasile ha avuto un'alternanza di governi democratici
e delle forti dittature militari. I primi governi hanno tentato di continuare
lo sviluppo indipendente del paese aumentando gli interventi dello stato e gli
aiuti ai piccoli contadini. La dittatura militare (1964-1978) invece ha aperto
il paese alle multinazionali straniere. Inoltre sono stati attuati grandi progetti
di opere pubbliche, centrali idroelettriche, strade in Amazzonia e nuove miniere
che hanno sconvolto intere regioni dell'interno con vantaggi limitati per il
paese.
Il regime autoritario che si instaurò in Brasile è caratterizzato
da alcuni aspetti peculiari. In primo luogo fu una dittatura di "più
persone", visto che differenti personaggi si alternarono nel corso degli
anni, per periodi prestabiliti. In secondo luogo, nonostante siano state soppresse
le libertà politiche, il Congresso continuò la sua funzione, con
una forma di bipartitismo, sotto controllo del potere.
Ma nello stesso tempo aumentò la rendita pubblica, e la modernizzazione
del paese mosse passi importanti, ad esempio nell'area delle telecomunicazioni
e nel settore finanziario.
La crisi del regime autoritario fu dovuta ad una serie di fattori, tra i quali
la crisi economica e fiscale, sorrette da un'esigenza di stabilire un ordine
democratico, da parte di molti settori di una società sempre più
complessa e attiva.
Il passaggio del Brasile verso la democrazia fu il risultato dell'accordo tra
una parte politica che appoggiava il regime militare ed un'opposizione più
moderata. L'elezione di Tancredo Neves, per via indiretta, da parte del Congresso
Nazionale (1984), può essere indicata come data simbolica dell'inizio
della democrazia nel paese. Da lì in poi si susseguirono l'episodio drammatico
della morte dello stesso Neves, il governo del suo vice, José Sarney,
e la prima vera elezione diretta nel paese, dopo quasi trent'anni, che portò
al potere Fernando Collor. L'empeachment di quest'ultimo, dovuto ad accuse di
corruzione, fu un fatto triste per il paese, ma nello stesso tempo rivelatore
di una tendenza ad una maggior moralizzazione dei costumi politici.
Perché la relativa prosperità economica dei primi anni 90 aveva
portato alcuni paesi a seguire la via suggerita dal Fondo Monetario Internazionale,
allo scopo di attirare capitali e investimenti dall’estero con la privatizzazione
di industrie di Stato e la liberalizzazione del mercato del lavoro. L’aumento
di ricchezza di molte imprese non si è tradotto, però, in progresso
sociale reale, con più occupazione e ridistribuzione equa dei redditi.
Inoltre, dopo la crisi asiatica del 1997 e gli attacchi terroristici agli Stati
Uniti, si è innescato un processo di recessione inarrestabile, aggravato
da fughe di capitali, esplosione del debito pubblico e arresto della domanda
interna.
Il problema dell’occupazione, però, va oltre il dato congiunturale.
I pochi nuovi lavori che ogni anno vengono creati sono, al 70 per cento, impieghi
precari nell’economia informale, come il settore del commercio al dettaglio
e dei servizi minori ai privati. Anche nell’industria un regime di flessibilità
esasperata tenta di alleggerire il costo del lavoro, accrescendo l’insicurezza
e riducendo le già scarse protezioni sociali. L’aumento annuale
del salario medio è stato dell’1,8 per cento dal 1990 al 2000,
con il risultato che le paghe attuali, in termini reali, sono equivalenti a
quelle del 1980.
Il divario tra redditi che ne consegue fa del Brasile un paese con la ridistribuzione
delle ricchezze più ineguale al mondo. Non meravigliano, pertanto, la
contrazione della domanda interna e la crisi della piccola e media impresa,
che predispongono intere economie alla dipendenza dai capitali e dai grandi
gruppi stranieri.
Il successore di Collor, Fernando Henrique Cardoso, perseguì con successo
la riduzione dell'inflazione e la riforma dello Stato incontrando, a volte,
difficili sfide nell'area sociale, di difficile soluzione.
IL BRASILE NEL XXI SECOLO
Dall'estate del 2002 è Presidente del Brasile Luís Ignacio Lula
da Silva, familiarmente chiamato solo "Lula" dai brasiliani. La sua
elezione è stata fortemente voluta, e festeggiata, soprattutto dal "Movimento
Trabalhadores sem Terra", letteralmente "Movimento dei lavoratori
senza Terra", un gruppo che da anni si batte nel Paese per il riconoscimento
dei diritti dei più poveri e disadattati. L'impegno del Presidente sará
proprio quello di sanare in questo campo una situazione piuttosto difficile,
ereditata da chi lo ha preceduto.
Di origini operaie, Lula è il primo Presidente socialista del Brasile.
Gli impegni che ancora dovrà affrontare durante il suo mandato farebbero
rabbrividire chiunque: dovrà avviare un'ampia riforma fiscale e della
previdenza, far ripartire l'economia, abbassare l'inflazione, combattere la
povertà diffusa e cronica e allo stesso tempo creare nuovi posti di lavoro
non dimenticando di sviluppare i settori dell'educazione, della cultuta e della
ricerca.
Ma il Brasile in questo senso, o meglio, i brasiliani che furono alle urne elettorale
hanno dato giá la loro migliore risposta. Il successo elettorale di Lula
indica la necessità di trovare una classe politica che, prima di tutto,
tenti di risolvere i problemi ormai cronici della povertà (54 milioni
di brasiliani su 175) e della disoccupazione (17,6 per cento). Il progetto «fame
zero» del nuovo esecutivo è strettamente collegato alle altre riforme
che il paese aspetta da tempo, come quella agraria contro il latifondismo, fortemente
voluta dal movimento dei Sem terra, e quella delle pensioni, mirata a portare
più equilibrio tra dipendenti pubblici e privati. Sul piano internazionale
Lula ha garantito il rispetto degli impegni presi dal governo precedente con
l´FMI.
È chiaro però che cercherà di frenare la subordinazione
economica dell’America Latina ponendo limiti all’Accordo per il
libero commercio nelle Americhe (Alca), che premia le esportazioni Usa a danno
di quelle sudamericane. Inoltre, Lula intende rilanciare l’autonomia del
Mercato comune dell’America del Sud (Mercosur), cercando di allargarlo
ai paesi della Comunità andina ed anche europea.
Perché l'economia del Brasile, secondo ultimi dati, è sostenuta
per il 50% dai servizi, 36% dall'industria e 14% dall'agricoltura. I principali
scambi commerciali vengono effettuati con gli Stati Uniti 18%, l'Argentina 12%,
Germania 10%, Giappone 5% ed Italia 5%. Dalla fine della seconda guerra mondiale,
si è assistito a un processo di crescita e modernizzazione straordinario,
tant'è che oggi l'economia del Brasile, occupa il decimo posto tra quelle
più fiorenti al mondo. La realizzazione di progetti grandiosi, incoraggiata
anche dal FMI e dalla Banca Mondiale, hanno portato il governo a ricorrere a
grossi prestiti per finanziare la costruzione, ad esempio, di Brasilia, tra
il 1957 e il 1960, da allora il debito pubblico ha iniziato a lievitare, con
conseguente impennata dell'inflazione.
Il settore industriale brasiliano si concentra nella zona di San Paolo, dove
l'industria più importante è quella automobilistica, mentre lo
Stato del Minas Gerais è il maggior produttore dell'America Latina di
ghisa ed acciaio, con una capacità produttiva di 10 milioni di tonnellate
annue. Altri settori industriale sono occupati dal tessile, chimico e meccanico.
Anche dal punto di vista minerario, il Brasile si avvia a diventare una vera
e propria potenza, in particolare per il ferro, del quale è il secondo
produttore del mondo, ma anche per altri minerali come bauxite, nichel, manganese,
titanio e amianto. Nello Stato del Minas Gerais si ricavano anche una buona
quantità di diamanti e di pietre preziose. L'agricoltura brasiliana pur
disponendo di un ampia superficie, sfrutta solo il 9,2% dell'area totale. La
maggior parte dei territori è occupata da colture commerciali, mentre
relativamente limitata è la superficie destinata a quelle alimentari.
Tra le colture alimentari prevale la ´mandioca´ consumata diffusamente
insieme alle patate, fagioli e riso, mentre nettamente più importanti
sono le colture di piantagione come il caffè, la canna da zucchero e
il cacao, grazie alle quali il paese si colloca tra i primi paesi del mondo
in quanto a produzione. L'allevamento è praticato nei vasti spazi dell'interno,
riguarda soprattutto bovini, ma in misura sostanzialmente minore anche ovini
e suini, particolarmente attiva è infine la pesca con 900.000 t. di pescato
annuo.
E senza confondere qualsiasi rumori o moti socio-politici delle societá
moderne con la caratteristica freddezza, lentezza e spontanietá del cittadino
brasiliano, gli altri vicini paesi sudamericani non hanno avuto la stessa fortuna
come quella brasiliana sulla loro storia politica recente, nel senso di governabilitá
specie sulle convulsioni sociali ed altri rumori popolari dal genere.
Perché é esattamente la mancanza di audacia del brasiliano e non
propriamente la presenza di una pigrizia, che sostene questo panorama socio-economico
del Brasile sul scenario mondiale.
D´accordo che il Brasile ne ha dei problemi, e dei grossi problemi soprattutto
sull´aspetto sociale.
Ma anche é vero che negli ultimi deccenni il Brasile é cambiato
in meglio.
É cambiato piú che in due secoli. Siamo passati dalle braghe rotte
agli abiti firmati, le nostre nonne lavavano i panni al fiume e i loro nipoti
premono oggigiorno il bottone della lavatrice e con un´altro bottone sull´altra
mano aprono la porta di casa.
Molti brasiliani hanno perfino una seconda pensione, una seconda auto, una seconda
casa e taluni.......una seconda moglie.
Fatte le dovute, dolorose e inaccettabili eccezioni, i brasiliani stanno bene.
É il Brasile che non sta molto bene.
É quello Brasile come disorganizzazione statale, deficit vorticoso, mancanza
cronica d´iniezione di fondi d´investimenti sia dall´interno
che dall´estero, istituzioni arrugginite, giustizia anchilosata, burocrazia
paraplegica e un moribondo sistema pubblico di salute e d´istruzione.
É
da registrare che le grandi imprese europee, statunitensi e giapponesi hanno
potuto disporre di enormi quantità di materie prime e di terreni ottenuti
grazie ai progetti attuati dai loro governi. Inoltre hanno fondato società
in collaborazione con i singoli stati federali, da cui hanno avuto prestiti
e facilitazioni. E, non ultimo, hanno avuto il vantaggio di poter pagare salari
molto bassi ai lavoratori, ben poco tutelati dai sindacati e dalle leggi.
Il Brasile è inserito in posizione di debolezza nelle relazioni internazionali.
Dai paesi ricchi ha ottenuto prestiti ingenti divenendo uno dei paesi più
indebitati del mondo.
Molte
delle esportazioni servono per ottenere dollari con cui pagare il debito estero.
Inoltre la maggior parte dei lavoratori brasiliani è pagata così
poco che può comperare solo una minima parte di ciò che si produce
nel paese.
Pertanto, siccome una buona parte dell´opinione pubblica mondiale crede
in buona fede - o cosí le hanno fatto credere - si vedono che l´ultime
elezioni presidenciali in Brasile sono state il frutto di un legittimo, possente
e spontaneo movimento di reazione popolare ai fallimenti dei governi brasiliani
dagli ultimi decenni del XX secolo.
Anche gli europei lo sanno molto bene dei pericoli che stanno da correre, se
non reagiscono subitamente alla barbara omologazione del pensiero giudaico-americano
sintetizzato sul ´Decalogo della globalizzazione´.
Le idee imposte dalla Trilaterale che insegue un governo mondialista si esprimono
attraverso i Rockefeller, Kissinger, Carter, Brzenziski, Clinton, la famiglia
Bush e attraverso istituzioni globaliste come il CFR ( Council On Foreign Relations
) il Royal Institute, il Gruppo Round Table, il Bilderberger, la Societá
di Mont-Pelerin, il sistema delle banche centrali private degli Stati Uniti
e dei loro tentacoli mondiali, conosciuto come Federal Riserve System, la Banca
Centrale Europea, l´FMI, la Banca Mondiale, centri universitari come Harvard,
Yale ( con la sua societá segreta Skull & Bones, riserva dei Bush
), Columbia, Chicago, John Hopkins e altri, uomini e istituizioni tutte che
appoggiano e difendono in maniera a volte degradante per il resto dell´umanitá
il cosidetto Decalogo della Fine della Civilizzazione Occidentale.
Il governo brasiliano quindi dice al resto del mondo che continua a da combattere
l´inflazione con provvedimenti recessivi ( é molto facile bloccare
l´inflazione congelando la macchina produttiva ), con brutali aumenti
degli interessi bancari, ( mentre l´industria va in rosso, le banche sono
le uniche aziende a da registrare dei lucri stratosferici ), con massicci interventi
sul mercato dei cambi, con restrizioni nei finanziamenti che compromettono la
stabilitá degli stati brasiliani, la produttivitá delle aziende
e aggravano la disoccupazione.
Il problema brasiliano viene da molto lontano. Ancora al di lá dall´alto
mare e dal XV secolo.
La differenza dei paesi del cosidetto primo mondo poveri di materie prime, é
che il Brasile ricchissimo di risorse continua a da cedere le proprie ricchezze
naturali all´ingordigia dei suoi vicini in cambio di carta moneta che
servirá a malapena a pagare vecchi e consolidati debiti, i quali in un
circolo vizioso continueranno ad essere capitalizzati quotidianamente con interessi
allucinanti, per cui giammai si elimineranno ingoiando sempre piú ricchezza
e sempre piú lavoro.
Ma in fin dei conti, che cosa rappresenta questa moneta di carta, al di lá
della sua impressione grafica, alla quale si affida la fortuna etica e materiale
di un popolo?
L´unica ragione che si spingerebbe al rispetto di una transazione con
moneta straniera sarebbe il rispetto al moribondo trattato di Bretton Woods
imposto dai vincitori nel dopoguerra che collocó il dollaro al centro
del sistema finanziario, ma
che nel passato ebbe almeno la decenza di garantire il cambio dei saldi commerciali
in ciascun paese con oro sonante, sulla base di un´oncia d´oro per
trentacinque dollari.
Quando Nixon decise di mettere unilateralmente gli Stati Uniti al servizio della
FED abbandonando il vincolo aureo e dando al dollaro il solo valore della carta-moneta
impressa, che cosa ci obbliga piú a mantenere il vecchio impegno senza
i vantaggi di allora?
Perché dobbiamo continuare a pagare ai banchieri internazionali questo
autentico bottino di guerra?
Denaro per denaro, carta per carta, tanto vale agire di qua in avanti come fanno
loro.
Perché semplicemente non provvediamo a da stampare la carta moneta di
cui ne abbiamo bisogno, garantendola con le nostre immense ricchezze e con essa
pagare tutti i nostri debiti?
Alla fin della fine, con la nostra carta moneta si potrebbe comprare nel nostro
Brasile tutto ció che siamo in grado di produrre allo stesso modo in
cui ci obbligano ad esportare in cambio di dollari bucati...
Con il loro denaro sporco e speculativo approfittano della nostra legislazione
liberista brasiliana imposta dal FMI per fare del Brasile la piú grande
cloaca esistente al mondo di lavaggio di denaro sporco dove i dollari entrano
sudici ed escono puliti lasciando in mezzo a noi il putridume prodotto e l´obbligo
di pagare interessi per lo sporco servizio prestato dal mercato.
Con tutto ció, anche l´attuale governo brasiliano fa finta di non
sapere o conoscere che il mezzo piú rapido di abbassare gli interessi
consiste nel pagare tutto o parte del debito pubblico con l´emissione
di nuova carta moneta garantita dalle nostre ricchezze nazionali.
Ció probabilmente renderebbe furiosi i padroni del mondo che esigono
la recessione e il congelamento delle attivitá produttive in modo che
permangano intatte le riserve energetiche mondiali e si riducano ovunque le
domande di ´fringe-benefits´.
Ma tanto vale, che basterebbero magari pochi uomini coraggiosi come quei bravi
immigranti europei di quel tempo per dare la risposta giusta a questi signori.
Soprattutto, ogni paese naturalmente ha i suoi punti deboli ed i suoi punti
di forza dovuti a diverse esperienze storiche. Il Brasile, ad esempio, subisce
in questo momento e come mai a un terrificante attacco della delinquenza organizzata
pari ormai a una vera e propria guerriglia urbana, mentre l´Europa vive
un ciclo di stagnazione politica e di rilassatezza dei costumi.
Ed é nella crisi di valori e nella perdita di coraggio nazionale che
si fa agevole il cammino dell´internazionalismo mondialista al quale si
puó e si deve rispondere con precisi interventi politici e vigorose scelte
culturali.
Qualche esempio gridante allora sugli alcuni secolari disavanzi brasiliani:
SUI TRASPORTI:
Mai come adesso partire é stato un pó morire. Morire dalla rabbia
di soltanto sapere che ne abbiamo l´eterno bisogno dell´aiuto straniero
per costruire qualsiasi buona, adeguata e moderna strada dal nord al sud e dall´est
all´ovest di questo gigantesco territorio brasiliano, sia sul trasporto
stradale, ferroviere e principalmente sulle strutture portoarie per il trasporto
marittimo, perché siamo piú che mai un grande paese continentale.
Ci sono purtroppo delle strade dove, ad esempio, il caos é la regola
e l´ordine é l´eccezione.
E dopo, la poca volontá dei governi che in questa via é sempre
andato sull´unica mano, o sia, la mano unica che ne preferisce mantenere
sempre la stessa parlata senza mai toccare sui problemi brasiliani propriamente
detti. Magari ne sappiamo pure che un problema cronico spesso ne merita anche
una cura cronica.
SUL SISTEMA PUBBLICO D´EDUCAZIONE E SALUTE:
Abbiamo qui una doppia cosa da dire. Abbiamo pure due organizzazioni scolastiche:
Una, quella organizzazione scolastica pubblica che apre i battenti in febbraio,
pura formalitá, perché o non sono ancora ultimati i lavori di
restauro, o mancano i professori, sostituiti dai bidelli, personale non docente
che vede finalmente cancellato l´umiliante ´NON´.
Invece in quella organizzazione scolastica privata i professori ci sono sempre,
tutti.
Ne derivano due calendari scolastici:
Negli istituti pubblici, tra assemblee, scioperi e elezioni, i giá striminziti
duecento giorni di scuola scendono a centottanta giorni, o meno;
Invece in quelli privati difficilmente si perde un´ora di lezione.
Perció, un fatto curioso: gli stessi uomini politici e i padri di famiglia
che proclamano l´ampiezza e la centralitá del´Educazione
Statale, iscrivono i loro figli all´altra.
Peraltro, abbiamo anche due organizzazioni sul Sistema Pubblico di Salute:
Quella organizzazione pubblica, disastrosa, finanziata col denaro di tutti,
e quella organizzazione privata che ovviamente non lavora gratis, perció
il malato che, diffidando della prima, ricorre pure alla seconda, e cosí,
ne paga due volte.
É talmente scarsa la fiduccia dei politici verso il Sistema Pubblico
di Salute da loro stessi volute e votate nei parlamenti, che in caso di qualsiasi
malattia si rivolgono tutti alle cliniche private.
Abbiamo ottimi medici e infermieri, ma guai a chi si ammala di sabato e di domenica
o all´alba, perché magari sembra che tutti i microbi e virus accettino
di fare anche loro dei giorni festivi o delle vacanze.
E senza dire anche che ne abbiamo due POLIZIE: Una civile ed un´altra
militare, per non parlare dei vigilantes.
Poi due MAGISTRATURE anche: Una fortunatamente priva di fantasia che si limita
ad applicare le leggi, e un´altra agitata da fremiti sociologici, che
profeticamente le
antecipa.
Poi, due ECONOMIE: La visibile e la sommersa. Autorevoli studiosi assicurano
che senza la seconda economia nemmeno la prima esisterebbe, peró se quella
economia sommersa continua a dilatarsi a scapito di quella emersa, finiremo
tutti sotto l´acqua.
Non sono pure qui in Brasile, la capacitá, la buona volontá e
la velocitá individuale che sono inferiore dagli altri popoli del mondo.
Quello che ne manca sulla globale realtá brasiliana, é la giá
conosciuta soffereza europea, nordamericana o asiatica che con piú stimolo
hanno raddoppiato il loro sforzo per andare avanti nella vita piú in
fretta.
Ci sono dei brasiliani soprattutto dalle zone tropicali che lavorano non per
risparmiare o ottenere per il domani, ma si per non passare le urgenti difficoltá
dei prossimi tre o quattro giorni.
E come sempre nei paesi dove il mondo é bello, dove la natura tutto ne
offre, in cui i frutti per cosí dire, cadono sulle mane della gente e
cosí non se ne ha il bisogno di fare, ad esempio, le previdenze per l´avvenire
e per i cosidetti ´giorni invernali´.
Ecco che c´é allora, una certa indifferenza ed anche una grande
diferenza su questa gente brasiliana tra il significato di guadagnare e di risparmiare.
E si capisce anche, magari senza esserci del tutto d´accordo.
Si che la civiltá umana in Brasile é pacifica e comune, peró
se lavoro é energia, e, lo svolgimento globale ne dipende di tutto ció,
é quindi ragionevole e troppo difficile aggiungere il marchio dello sviluppo
con la presenza della lentezza, senza lo sforzo raddoppiato e la soffereza di
ognuno dei concittadini.
E perció si riesce a da fare un´altra lettura allora, sul Brasile
che é stato, diciamo cosí e di una certa maniera, ´europeizzato´.
É abbastanza noto allora lo specchio risultante del lavoro degli immigranti
europei sugli stati del centro-sud del Brasile.
Tutti gli immigranti europei quando arrivarono sul centro-sudbrasiliano, avevano
sul loro sangue e senza nessuna scelta una cosa da vincere.
Sarebbe una scelta proprio vitale come una linea tenue che ci separa dal ´vivere´
e dal ´non vivere´.
E questa linea tenue tramezza era lui: Il Lavoro. Perché per vivere e
vincere loro hanno avuto lavorare. E hanno vinto come: ´Labor improbus
omnia vincit´. - Il lavoro persistente vince tutto -. Anche perché,
ne sappiamo che il lavoro é l´unica cosa contro il male carattere.
Ed oramai si sa, che il contrario, o sia, che la pigrizia é madre. E
madre dei vizi.
Dunque, se la pigrizia é madre, ne ha dei figli, allora.
Dei bambini e delle bambine. I maschili si chiamano ´furto´ e le
femmine si chiamano ´fame´.
Quindi, dopo grandi la madre potrá visitargli, probabilmente.
Ed i maschili, uomini fatti giá, staranno in galera. E le donne, magari,
tutte sotto il ponte.
E siccome il lavoro é il moto di tutte le cose, anche le rivoluzioni
politico-tecnologiche del mondo contemporaneo l´hanno giudicato come di
importanza fondamentale sul risultato della forza motrice dello sviluppo socio-economico-politico
mondiale.
Ed ecco che, siccome la Rivoluzione Industriale in Inghilterra fu lo spartiacque
dello svolgimento tecnologico del mondo moderno, la Rivoluzione Francese nel
1789 fu il piú importante acquisto d´ideali di libertá e
di fraternitá tra gli uomini fin dal tempo della Democrazia nella Grecia
Antica.
Perché in Francia il colpo definitivo del cosidetto ´all'ancien
regime´ fu dato il 26 agosto 1789, quando l'Assemblea nazionale approvò
la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, nella quale vennero
proclamati princìpi che saranno di li a poco alla base della Costituzione
Francese: l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, le libertà
fondamentali quali quelle di parola e di stampa, il riconoscimento della sicurezza
della persona e della proprietà privata, la legittima resistenza all'oppressione
e la sovranità popolare. Secondo questo principio è il popolo
sovrano a decidere chi deve dirigere la vita politica, eleggendo i suoi propri
rappresentanti.
Dopo aver proclamato i diritti dell'uomo e del cittadino, l'Assemblea Nazionale
preparò una nuova Costituzione; approvata il 3 settembre 1791, essa era
l'espressione della borghesia moderata, che fino ad allora aveva diretto la
rivoluzione, servendosi anche dell'appoggio del popolo.
Elaborata dall'Assemblea Nazionale, sotto l'influenza della tradizione illuminista,
la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino diventerà un punto
di riferimento per tutte le società democratiche contemporanee:
"Art. 1. Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le
distinzioni sociali possono essere fondate solo sull'utilità comune.
Art. 2. // fine di ogni associazione politica è la conservazione dei
diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo. Questi diritti sono la libertà,
la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione.
Art. 3. // principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione.
Nessun corpo o individuo può esercitare un'autorità che non sia
da essa espressamente emanata.
Art. 9. Poiché si presume che ogni uomo sia innocente sino a quando non
sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni
rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente
represso dalla Legge.
Art. 11. La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno
dei diritti più preziosi dell'uomo; ogni cittadino può dunque
parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell'abuso di questa
libertà nei casi determinati dalla Legge.
Art. 17. Poiché la proprietà è un diritto inviolabile e
sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità
pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una
giusta e preliminare indennità."
La Rivoluzione Francese fu allora la propria lotta degli uomini per l´umanitá
e l´uguaglianza tra di loro con lo stoppino venuto dagli Stati Uniti dell´America
nel 1770 tramite le ribellioni finanziate politico ed economicamente dai francesi
contro le colonie inglesi americane.
Perció come risultato del marco di fraternitá e di libertá
che la Rivoluzione Francese ci ha molto bene dimostrato, sono soltanto due le
disuguaglianze tra gli uomini:
Una, quella naturale o fisica, che sarebbe la diferenza tra l´etá,
il sesso, lo spirito e la salute tra di noi.
E l´altra, quella morale o politica, che sarebbe la diferenza tra gli
uomini sulla quantitá dei privilegi, sedimenti, benesseri o ricchezze
che godono alcuni in detrimento agli altri.
Perció, ci sono piú diferenze tra un uomo e un´altro uomo
che da un uomo e un´altro animale.
Pertanto, fin dal momento in cui un uomo ha avuto il bisogno di chiedere soccorso
all´altro uomo; fin dal momento in cui avevano sentito che era utile a
solo uno avere gli approvigionamenti per i due, é sparita l´uguaglianza
tra gli uomini.
Perché la schiavitú nel mondo é tanto antica quanto lo
fu il dominio del forte su il fiacco.
Cosí, la potestá si é introdotta, il lavoro diventó
necessario e le vaste foreste si trasformarono in campi sorridenti dove fu bisogno
adacquare con i sudori degli stessi uomini, in cui foreste si trovavano eternamente
sulla miseria e sulla loro schiavitú.
Si sa, ad esempio che tutti i vegetali prendono per la loro nutrizione piú
sostanze dall´aria e dall´acqua che dalla terra. Succede che, putrefacendosi
ne restituiscono alla terra piú di che ne l´avevano tolto.
Dunque, appartene soltanto all´uomo il risultato diverso tra ´´
l´agricoltura ´´ e
´´ l´agricoltivazione ´´ .
Dalle coltivazioni delle terre risultarono necessariamente i suoi propri ripartimenti.
E dai possedimenti, una volta riconosciuti, risultarono le prime regole di ´giustizia´,
perché per dare a agnuno quello che é suo, c´é il
bisogno di che ognuno possa avere qualcosa.
L´uomo naturale é un essere buono e felice.
Invece quell´altro uomo che vive ´ in societá ´, ne
porta l´interesse che toglie il lucro di un uomo per la disgrazia dell´altro.
In societá, fino gli eredi vogliono la morte dei suoi propri cari famigliari
mettendo gli occhi sui loro beni. Dove la perdita di uno genera sempre la fortuna
dell´altro.
Il primo sentimento che l´uomo ha avuto fu la sua esistenza.
La sua prima cura fu la sua conservazione perché la produzione naturale
della terra l´offrí tutti i soccorsi necessari.
L´istinto dell´uomo naturale lo portó a fare l´uso
di tutta la produzione naturale della terra.
C´era un istinto, il sesso, che lo invitó a perpetuare la sua specie
e dopo di soddisfatta questa necessitá naturale e puramente animale,
l´uomo e la femmina mai si riconoscerebbero, ed il loro figlio appena
non avendo piú il bisogno della madre, sentiva che se ne potrebbe andare
da se.
Le difficoltá e le avversitá da venire crearono per sempre tra
gli uomini i diversi rapporti ed i possedimenti coronati dall´orgoglio
e dall´invidia umana.
L´uomo naturale quando finisce di mangiare é in pace con se stesso,
con la natura e con tutti i suoi compagni.
Ma invece con quello uomo che vive ´in societá´ é
tutto diverso:
Prima di tutto, l´uomo che vive ´in societá´ cerca
di provvedere il necessario per subito dopo provvedere tutto il superfluo.
E quello che c´é di piú originale é che, quanto meno
naturale sono le necessitá, tanto in piú crescono le passioni,
e il peggio, cresce anche di piú il potere di soddisfarle.
Cosí non c´é nemmeno il momento per il riposo, quando lo
sarebbe per sempre soltanto l´assai.
Consideriamo inoltre una grande cosa l´indipendenza dai bisogni non perché
sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco
se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l´abbondanza
si gode con piú dolcezza se meno da lei dipendiamo. In realtá,
i sapori semplici danno lo stesso piacere dei piú raffinati, come l´acqua
e un pezzo di pane fanno il piacere piú pieno a chi ne manca.
Perchè, diverso di tutti gli altri animali che hanno il loro unico istinto,
o sia, soltanto l´istinto da mangiare e d´abitare, l´uomo
per non avere questo medesimo istinto unico, si fa padrone di tutte le diverse
cose che la natura l´offre.
Pertanto, la soffereza dello spirito che ci consume ad ogni giorno, le passioni
violenti che ci sfortunano, il lavoro eccessivo e sovracarico dei poveri esseri
umani, la debolezza pericolosa in cui i ricchi si lasciano andare, alcuni che
muoiono di necessitá e altri dagli eccessi degli stupefacenti, e insomma,
l´abitudine inadeguata di salute del nostro attuale e moderno ´modus
vivendi´ - modo da vivere - ci fanno vedere come la madre natura ci fa
pagare caro il disprezzo che ne abbiamo dato alle sue lezioni.
E siccome l´uomo allora é buono e felice per natura, é peraltro
la civilizzazione che corrompe e rovina la sua primitiva e naturale felicitá.
E la societá civile, capziosa delle anime, nasce esattamente dai possedimenti
e dalla cupiditá umana.
Perció, il piú crudele e oltraggioso di tutto ció, é
che, come tutti gli avanzamenti dei progressi dell´umanitá si allontanano
sempre di piú dallo stato piú primitivo e naturale degli uomini,
quanto piú accrescemiamo conoscimenti, tanto piú ci privamo di
acquistare il piú importante di tutti i progressi: Il progresso della
forza di studiare il proprio uomo senza almeno da tutto conoscerlo.
Ecco allora tutte le qualitá naturale messe in gioco.
Il posto e la fortuna di ogni uomo messe sulle qualitá e quantitá
dei suoi beni e il potere di aiutare o pregiudicare coloro con meno abilitá,
forza o talento.
Essere o sembrare ad essere, diventarono dunque cose interamente differenti,
creando delle astuzie ingannattrici, fausti imponenti e tutti gli altri vizi
umani.
Perché mentre la ricchezza degli uomini ne ha bisogno dei suoi servizi,
la immensa povertá degli stessi uomini ne ha bisogno dei suoi eterni
aiuti.
FINE
E se soprattutto ne parlasse la nostra foresta brasiliana, forse la volesse
dire che; fin dall´arrivo in Brasile dei primi ´barbari´ europei,
che fin dai portoghesi venuti per togliere e portare via un figliolo suo, il
´pau-brasil´; che dall´eccesso della piantagione di ´cana-de-açúcar´
per l´abuso di mano d´opera schiava e magari per la generositá
di questo suolo brasiliano; che dalla corsa europea sfrenata per la pazza avarizia
della ricerca d´oro a Minas Gerais; che dalla coltura del caffé
per soddisfare il vizio europeo; che dal cacao; che dalla borraccia per l´industria
mondiale, e che finalmente dall´arrivo del´- oro vivo -, o sia,
della mano d´opera europea per lo svolgimento della vita e della societá
brasiliana, questa stessa foresta allora, su tutto ció, forse ne trovasse
nessuna parola da dire e avrebbe di rimanere zitta.
Tuttavia, questa nostra foresta, la maggiore e colossale rappresentante della
natura brasiliana, come ne faceva fin dall´inizio, allora, si mantenerebbe
zitta, ridendo e continuando a da cullare sul vento i suoi rami e foglie, disprezzando
cosí tutta questa ´attitudine´ di questi esseri vivi detti
superiori e moderni.
Veri esseri inframmettenti e mai compagni, penserebbe lei.
Ma non sarebbe tutto ció una colpa di un libero arbitrio dai primi uomini
stranieri venuti su questa terra vergine ed innocente del XV secolo oppure prima
di loro?
Dunque nessuna parola. Come ne fanno i saggi, lei rimanerebbe zitta.
O direbbe che il prossimo ciclo dello sviluppo socio-economico brasiliano ne
avrebbe sempre uno stesso nome, o sia, una stessa prodigalitá, come ad
un´eterno ciclo?
Chi lo sa?
Soppratutto una risposta c´é. Mentre c´é lavoro, c´é
sviluppo. Perché i popoli l´avevano bene giá nominato prima.
Per il loro ciclo di vita e di sviluppo socio-economico, gli inglesi e gli americani
ad esempio, lo chiamano ´ Work ´. Gli spagnoli dicono ´ Trabajo
´, gli italiani ´ Lavoro ´, e fino i latini lo chiamavano
´ Labor ´.
Si, perché sulla vita degli uomini, le cose ne accadono o per necessitá,
o per arbitrio della fortuna o per arbitrio degli stessi uomini.
La necessitá é irresponsabile, lo sappiamo noi e naturalmente
anche gli aborigeni lo sapevano giá.
La fortuna, invece é instabile, certo.
Ma l´arbitrio degli uomini é libero. Pertanto gli uomini si possono
meritare o il
biasimo o il lode.
Perché l´attuale ´´sviluppo sostenibile´´
assieme sempre allo sgoverno umano sul mezzo ambiente e sull´attitudine
irresponsabile degli uomini devono ovviamente meritare il biasimo.
Dal contrario, meriterebbero sempre il lode.
Perché sarebbe meglio dire ´´sostenibilitá ´´
che quella più diffusa e più conosciuta espressione di ´´sviluppo
sostenibile´´ oriunda di un riflesso condizionato tipico delle società
cosiddette ´´sviluppate´´, al termine sviluppo che é
sempre associato in modo indissolubile al significato di crescita soltanto materiale,
disumano e indefinito.
Si deve magari rivolgere particolare attenzione all'aspetto fisico del problema,
quindi all'esistenza di limiti dovuti alle leggi della natura (finitezza delle
risorse disponibili, leggi di trasformazione dell'energia,...) alle conseguenze
delle pratiche correnti di uso dei combustibili fossili (modifiche dirette ed
indirette del bilancio energetico della terra) e alla necessità di una
transizione verso l'uso generalizzato e responsabile di fonti rinnovabili di
energia.
Perché nel mondo l'80% circa delle foreste che nel passato ricoprivano
la superficie del pianeta sono state distrutte, e la maggior parte di queste
negli ultimi 30 anni.
Esse racchiudono circa il 90% delle specie animali e vegetali viventi sul pianeta.
Le foreste tropicali, che coprono appena il 7% della superficie del pianeta,
ospitano circa la metà delle specie animali e vegetali della terra. Molte
di queste specie sono ancora sconosciute.
Non più di un quinto delle foreste originarie del pianeta è rimasto
intatto. La metà di ciò che resta è minacciata dalle attività
minerarie, agricole e soprattutto dall'estrazione commerciale di legname. L'Amazzonia
Brasiliana è la più grande estensione al mondo di foresta primaria:
370 milioni di ettari, un terzo del totale di tutto il Pianeta. Non basterebbe
un'intera biblioteca per descriverne le immense vastità, le meraviglie
ed i contrasti.
Una grande parte del suo patrimonio é ancora sconosciuta. Quello che
possiamo fare è proteggere l'ultimo grande polmone del pianeta.
Le multinazionali del legname stanno minacciando l'integrità di questa
terra meravigliosa. Dopo aver esaurito le foreste del Sudest Asiatico e dell'Africa
Centrale, le grandi compagnie asiatiche, nordamericane ed europee si stanno
ora spostando sull'Amazzonia brasiliana, attratti dall'incredibile volume di
legname presente in Amazzonia, circa 60 miliardi di m3.
Si tratta di compagnie dotate di grande potere economico, alcune delle quali
con consolidata fama di abusi sociali e ambientali.
Fino ai primi anni '70, il 99 % della foresta amazzonica era ancora intatto.
Alla metà degli anni '80 il 13,7 % era compromesso: in appena tre decenni,
sono stati distrutti più di 55 milioni di ettari di foresta, l´equivalente
di una regione vasta quanto la Francia.
Nel corso degli ultimi decenni la quota della foresta amazzonica nella produzione
di legname del Brasile è salita dal 14 % all' 85 %, tanto che solo nel
1997 la regione ha fornito almeno 28 milioni di mq di legname. Fonti ufficiali
ammettono che l'80 % di tale produzione è illegale. Ma anche l'estrazione
considerata legale è altamente distruttiva: impiega tecnologie inadeguate
così che due terzi del legname viene sprecato.
Ogni anno, in aree isolate e inaccessibili, l'industria del legname penetra
nella foresta, devastandone aree immense che non compaiono nelle statistiche
ufficiali. Tra l'agosto del 1997 e l'agosto del 1998 in Brasile, l'industria
del legname ha spazzato via 1.683.000 ettari di foresta primaria amazzonica,
preparando il terreno ad altre attività altrettanto distruttive quali
l'allevamento e l'agricoltura attraverso l´apertura di nuove strade. Nel
solo stato del Pará sono state aperte vie di comunicazione per 3.000
chilometri, benché fino ad oggi vi abbiano operato piccole e medie imprese
dotate di mezzi ridotti.
Quanto più la zona di estrazione penetra in profondità nella foresta,
tanto più si allentano i controlli da parte dell'agenzia ambientale brasiliana.
In queste condizioni si diffondono pratiche illegali di sfruttamento forestale,
il taglio di specie protette, l'invasione di terre abitate dalle popolazioni
indigene.
Molto spesso, dopo il taglio degli alberi, la residua foresta è data
alle fiamme e sulle sue ceneri vengono seminate piante erbacee a crescita rapida,
la cui natura infestante impedisce la crescita di nuovi alberi. Ma anche i pascoli
spesso durano poco: in breve tempo il sottilissimo manto fertile della foresta
si consuma senza rigenerarsi e, priva della protezione dei rami, l'umidità
viene asciugata dal sole lasciando spettrali distese di argilla rossiccia.
Uno scenario che rischia di diventare generalizzato.
Fino ad oggi l'estrazione di legname è stata finalizzata prevalentemente
al consumo interno brasiliano. Ma il mercato sta mutando. La crisi finanziaria
asiatica ha accelerato lo spostamento delle grandi compagnie verso il Brasile
e al tempo stesso la svalutazione della moneta brasiliana, il Real, ha reso
economicamente competitivo il legname brasiliano sul mercato internazionale,
tanto che si prevede un aumento del 20% della esportazione.
In un decennio, 25 compagnie europee, asiatiche e statunitensi si sono insediate
in Brasile, arrivando a gestire quasi la metà dell'esportazione di legname.
Da sole, otto di queste compagnie possiedono un pezzo di foresta grande quanto
il Belgio.
Solo una di esse opera sulla base di certificazione d'impatto ambientale (Forest
stewardship Council - FSC) e solo un'altra ne ha fatto richiesta. Su 17 compagnie,
15 non hanno alcun piano definito per ottenere la legale certificazione.
In ogni caso la sola capacità operativa delle multinazionali rappresenta
un fattore di rischio. Basti pensare che una grande compagnia è in grado
di produrre annualmente oltre150 mila m3 di legno lavorato, circa 30 volte la
produzione di una compagnia locale di medie dimensioni.
Il pericolo di una deforestazione su larga scala rischia di distruggere specie
animali e vegetali legate indissolubilmente alle condizioni ambientali e climatiche
della foresta e le risorse culturali, medicinali e nutritive da cui dipendono
i popoli indigeni e le popolazioni autoctone.
La foresta amazzonica è vitale per il ciclo delle piogge di tutta la
regione, in quanto l'acqua è costantemente riciclata attraverso l'evaporazione
e la pioggia.
Il disboscamento ha già causato sensibili mutazioni nel microclima e
esiste la possibilità che un suo aumento acceleri i mutamenti climatici
su larga scala e il fenomeno del riscaldamento globale.
La foresta amazzonica è un tutt'uno con i popoli che la abitano. È
grande e ospitale e, se non viene aggredita, permette una vita dignitosa a tutti
i suoi abitanti.
Per questo la difesa dell'Amazzonia è indissolubilmente legata ai grandi
problemi sociali del Brasile, dalla riforma agraria, ai diritti delle nazioni
indigene, a quelli delle comunità locali.
Non esiste una soluzione unica, ma un insieme di strade da percorrere coinvolgendo
più attori, nello sviluppo di attività compatibili, quali la raccolta
di gomma naturale, di frutta selvatica e noci, di fibre, di miele, di piante
medicinali. Potrebbe anche essere avviato uno sfruttamento eco-compatibile del
turismo e delle risorse ittiche e forestali.
Per questo è necessaria la creazione di una fitta rete di parchi naturali,
a cui affiancare riserve esclusive in cui svolgere attività garantite
da un monitoraggio costante degli standard di compatibilità ambientale.
Questo potrebbe aprire la strada ad uno sviluppo armonico dell'Amazzonia, assicurando
ai venti milioni di persone che la abitano la sussistenza e la continuità
della cultura e delle loro tradizioni.
La foresta amazzonica dunque, é una delle ultime rappresentanti delle
risorse naturali del nostro pianeta che siamo ancora in grado di proteggere.
Ma bisogna intervenire subito.
Perché proteggere significa soprattutto ci anticipare.
E anche da questo dipenderà tutto il nostro futuro.
Ma sará che nel futuro tutta questa nostra colossale Foresta Brasiliana
magari ci loderebbe?
Forse no.
O anzi, ci perdonerebbe?
Certamente.
Sarebbe meglio, addirittura, ascoltarla.
O sentirla?
Con la parola allora la nostra grande madre natura...
...e se magari ne parlasse, la sua rappresentante maggiore, la Foresta Brasiliana.
Perché, ascoltarla o sentirla, forse noi ancora ne riusciremo a farlo.
Vero?
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
1. Archivi della Biblioteca Pubblica dello Stato di Santa Catarina.
2. Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica - IBGE.
3. Archivi del Museo dell´Immigrazione - MEC.
4. Biblioteca Centrale dell´Universitá Federale di Santa Catarina
- UFSC.
Dipartimento di Storia del Brasile.
5. Pubblico Ministero Brasiliano delle Mine e Energie - MME
6. Storia del Brasile, il paese del Futuro - Stefan Zweig
7. Una isola chiamata Brasile.
Il paradiso irlandese sul passato brasiliano - Geraldo Cantarino.
8. Fattori del corpo, Missionari della mente - Rafael de Bivar Marquese.
9. Storia generale e del Brasile. Lavoro, cultura e potere
Luiz Koshiba e Denise Manzi Frayze Pereira.
L´autore:
Helcio Felippe - hfelippe@terra.com.br